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Gli scienziati non hanno più dubbi: il cambiamento climatico è di origine antropica
La ricerca Quantifying the consensus on anthropogenic global warming in the scientific literature, pubblicata oggi su Environmental Reaserch Letters dell'Iop - Institute of Physics, è un vero e proprio macigno gettato sulle teorie degli ecoscettici che vorrebbero far passare il cambiamento climatico come un'invenzione di un gruppetto di scienziati prezzolati. Infatti, in questa che è l'analisi più completa di articoli peer-reviewed sul tema - 4.000 abstract di articoli pubblicati negli ultimi 21 anni sul tema del global warming e del cambiamento climatico - ha rivelato uno schiacciante consenso (97%) tra gli scienziati sul fatto che il recente riscaldamento globale sia di origine è antropica.
Il team di ricercatori guidato da John Cook, dell'università del Queensland, mostra risultati sono in netto contrasto con la percezione dell'opinione pubblica sul global warming: un sondaggio di 2012 ha rivelato che più della metà degli americani non sanno che la stragrande maggioranza degli scienziati è convinta che la Terra si stia riscaldando a causa delle attività umane. Cook ha detto: «I nostri risultati dimostrano che c'è un forte consenso scientifico riguardo alla causa del cambiamento climatico, nonostante la percezione contraria da parte dell'opinione pubblica. C'è un abisso tra il consenso reale e la percezione dell'opinione pubblica. E' sconcertante che meno della metà del pubblico in generale pensi che gli scienziati concordano sul fatto che gli esseri umani stanno causando il global warming. Questo è importante, perché quando le persone capiscono invece che gli scienziati sono d'accordo sul global warming, sono più propense a sostenere politiche che comprendano azioni per contrastarlo».
Nel marzo 2012, i ricercatori hanno utilizzato il database Isi Web of Science per la ricerca di articoli accademici peer-reviewed pubblicati tra il 1991 e il 2011 con argomenti di ricerca: "global warming" e "global climate change"; dopo, limitando la selezione alla peer-reviewed climate science, lo studio ha preso in considerazione 11.994 documenti scritti da 29.083 autori per 1.980 diverse riviste scientifiche. Gli abstract di questi documenti sono stati distribuiti in modo casuale tra una gruppo di 24 volontari (reclutati attraverso il website "myth-busting" skepticalscience.com) che hanno determinato il livello con il quale gli abstract approvano che gli esseri umani siano la causa primaria del global warming. Ogni abstract è stato analizzato da due valutatori anonimi e indipendenti.
Dei 11.994 documenti, il 32,6% concordava con l'Agw (anthropogenic global warming), il 66,4% non dichiarava nessuna posizione sull'Agw e solo lo 0,7% lo respingeva, mentre lo 0,3% degli autori degli studi diceva che la causa del global warming è incerta.
Uno degli autori dello studio, Mark Richardson, del department of meteorology dell'università britannica di Reading, sottolinea: «Vogliamo che i nostri scienziati rispondano alle domande per noi, e ci sono un sacco di domande interessanti nella scienza del clima. Una di queste è: "Stiamo causando il global warming? Abbiamo trovato più di 4.000 studi scritti da 10.000 scienziati che hanno preso posizione su questo, e il 97% ha detto che il recente riscaldamento è per lo più prodotto dall'uomo».
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Finanziamenti fast start per il clima: l'Ue raggiunge e supera gli obiettivi
Connie Hedegaard, commissaria Ue all'azione per il clima, ha detto che «Nonostante la difficile situazione economica, l'Unione europea ha raggiunto e addirittura superato il impegno per la fast start finance per i Paesi in via di sviluppo, fornendo più di 7,3 miliardi di euro di finanziamento per il clima. Questa è una chiara dimostrazione dell'impegno dell'Unione europea per trovare una soluzione globale a beneficio di tutti per gli impatti dei cambiamenti climatici». In effetti il Consiglio Ecofin ha approvato un rapporto che dimostra che «L'Ue ha fornito circa un terzo dell'impegno totale da parte dei paesi industrializzati per il periodo 2010-2012», esattamene 7,34 miliardi di euro.
Alla Conferenza delle parti dell' United nations framework convention on climate change (Unfccc) di Copenaghen del 2009 i Paesi sviluppati si impegnarono a fornire 30 miliardi di dollari nel periodo 2010 - 2012 per sostenere le attività di mitigazione del cambiamento climatico nei Paesi in via di sviluppo, che nelle successive Cop hanno sempre accusato i Paesi ricchi di non rispettare gli impegni presi.
Oggi l'Unione europea ricorda in una nota di essere «Il maggior contribuente di finanziamenti per il clima nei Paesi in via di sviluppo» e assicura che «Continuerà a fornire finanziamenti per il clima nei Paesi in via di sviluppo e che, in particolare, il sostegno andrà ai paesi in via di sviluppo più vulnerabili, tra cui i piccoli Stati insulari, i Paesi meno sviluppati e l' Africa, per adattarsi alle conseguenze dei cambiamenti climatici».
I ministri Ue dell'Ecofin hanno però ricordato che nelle loro conclusioni del novembre 2012 sottolineavano che «L'Ue ed altri Paesi sviluppati dovrebbero a definire dei mezzi per aumentare i finanziamenti della lotta contro il cambiamento climatico durante il periodo 2013-2020, a partire da fonti molto diverse, pubbliche e private, a livello multilaterale e bilaterale, comprese nuove fonti di finanziamento, al fine di poter raggiungere l'obiettivo a lungo termine fissato a livello internazionale, consistente nel mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020, nel quadro di azioni significative ed ai fini della trasparenza della messa in opera». I ministri delle finanze europei hanno concluso sottolineando che «Lo sforzo deve essere equamente ripartito tra i Paesi sviluppati» e ribadendo l'appello alle economie emergenti «Perché contribuiscano al finanziamento dell'adattamento al cambiamento climatico e dell'attenuazione di questo fenomeno, conformemente alle loro rispettive responsabilità e capacità».
La segretaria esecutiva dell'Unfccc Christiana Figueres è convinta che qualcosa stia muovendosi: «Di fronte al pericolo chiaro e presente», ma avverte che «E' necessario fare un passo in avanti per una risposta coordinata per respingere gli impatti del cambiamento climatico, dopo che le concentrazioni di biossido di carbonio del mondo hanno superato il oro più alto livello in 4 milioni di anni. Il mondo deve svegliarsi e prendere atto di ciò che questo significa per la sicurezza umana, il benessere umano e lo sviluppo economico. Di fronte al pericolo chiaro e presente, abbiamo bisogno di una risposta politica che affronti veramente per la sfida». La Figueres ha sollecitato «Una grande risposta stepped-up per tutti i tre pilastri centrali dell'azione: l'azione della comunità internazionale, dal governo a tutti i livelli, e del business e della finanza»".
La comunità internazionale sembra finalmente ricominciato a preoccuparsi del global warming dopo l'annuncio dato dall'osservatorio di Mauna Loa che le concentrazioni globali di CO2 nell'atmosfera hanno superato le 400 parti per milione, il che rende quasi impossibile mantenere l'aumento delle temperature planetarie entro i 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, ritenuta la soglia limite per evitare una crisi climatica di grandi proporzioni
Sarà questo il fosco scenario che farà da sfondo ai nuovi climate change talks Unfccc che si terranno a partire dal 3 giugno a Bonn, in Germania e il cui tema centrale saranno i negoziati per la realizzazione di un nuovo accordo globale sul clima e per un immediato incremento dell'azione per il clima.
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Agricoltura e allevamento restano le principali fonti di emissioni di gas serra
Secondo il rapporto di Vital Signs curato da Laura Reynolds ricercatrice cibo e agricoltura del Worldwatch Institute, «L'aumento della crescita della produzione agricola ha portato ad un aumento delle emissioni di gas serra, con una percentuale enorme di queste emissioni che proviene dall'allevamento di bestiame». La Reynolds spiega che «Nel 2010, le emissioni globali di gas serra provenienti dal settore agricolo totalizzavano 4,7 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2) equivalente, superiori al 13% sul 1990. L'agricoltura è il terzo e più grande contributore alle emissioni globali per settore, seguita della combustione dei combustibili fossili per energia e calore e dai trasporti. Nel 2010, le emissioni da elettricità e produzione di calore hanno raggiunto i 12,5 miliardi di tonnellate e le emissioni dei trasporti hanno totalizzato 6,7 miliardi di tonnellate».
Ma c'è anche una buona notizia: «Nonostante il loro continuo aumento, le emissioni provenienti dall'agricoltura stanno crescendo ad un ritmo molto più lento rispetto al settore nel suo complesso, dimostrando l'aumento dell'efficienza energetica del settore agricolo. Dal 1990 al 2010, il volume della produzione agricola complessiva è aumentata di quasi il 23%».
Secondo la Fao, «il metano rappresenta poco meno della metà del totale delle emissioni agricole, il protossido di azoto il 36% e la CO2 circa il 14%. La più grande fonte di emissioni di metano, un gas serra molto più potente della CO2, è la fermentazione enterica, cioè la digestione del materiale organico da parte del bestiame, soprattutto bovini da carne. Questa è anche la principale fonte delle emissioni agricole globali, contribuendo per il 37% del totale».
Il bestiame contribuisce alle emissioni globali in altri modi. «Il letame depositato e lasciato sui pascoli, a causa del suo alto contenuto di azoto, è una delle principali fonti di emissioni di protossido di azoto - sottolinea Laura Reynolds - Quando più azoto del necessario viene aggiunto suolo, i batteri convertono l'azoto in eccesso in ossido nitroso e lo liberano nell'atmosfera. Le emissioni da letame nei pascoli in Asia, Africa e Sud America insieme rappresentano il più dell'81% delle emissioni globali da questa fonte».
Tra il 1990 e il 2010 le emissioni da letame di bestiame in questi tre continenti sono aumentate, in media, del 42%, riflettendo un aumento delle popolazioni di bestiame in quelle aree. Altrove le emissioni di questo tipo sono diminuite o non aumentano.
Emissioni di CO2 dai terreni coltivati in maniera biologica rappresentano circa il 14% del totale delle emissioni agricole, con l'Asia che contribuisce per il 54%. La deforestazione e la bonifica per ottenere terreni agricoli in molti paesi tropicali del Sud e Sud-Est asiatico sono una delle principali cause di queste emissioni. In Asia ci sono i primi cinque Paesi del mondo con le maggiori emissioni di CO2 dai suoli organici coltivati: Indonesia 279 milioni di tonnellate, Papua Nuova Guinea 41 milioni t., Malaysia 35 milioni e Bangladesh 31 milioni. Secondo il rapporto «Questi dati indicano chiaramente che la produzione di bestiame conta per una quota enorme di emissioni globali di gas serra. Insieme, le emissioni da fermentazione enterica, il letame sparto sui pascoli, il letame applicato ai terreni nonché i seminativi dedicati alla produzione di mangimi e il letame trattato nei sistemi di gestione contribuiscono per più dell'80% delle emissioni totali. Nel frattempo, le emissioni legate al consumo umano diretto di colture alimentari rappresentano meno del 20% del totale».
La Reynolds dice che «Un modo ovvio per ridurre le emissioni agricole è che le persone a riducano al minimo il loro consumo di carne e latticini. Ciò contribuirebbe a stabilizzare o ridurre le popolazioni di bestiame, a diminuire la pressione per trasformare ulteriori terreni per il bestiame ed a ridurre la percentuale di granaglie che vengono coltivate per l'alimentazione del bestiame anziché per il consumo umano diretto. Gli agricoltori e i proprietari terrieri hanno numerose opportunità per mitigare questi impatti e, certamente, ottenere co-benefits ambientali ed anche economici. Ad esempio, applicando fertilizzanti più efficienti, precise e nei momenti in cui le piante possono assorbirli può ridurre significativamente le emissioni di ossido nitroso riducendo i costi del fertilizzante. Piantare campi incolti con colture di leguminose che fissano l'azoto, come la soia, l'erba medica e il trifoglio, può anche ricostruire naturalmente l'azoto e altri nutrienti nel suolo. Far crescere alberi e piante perenni legnose sui terreni può sequestrare il carbonio e contemporaneamente aiutare a ripristinare i suoli, ridurre la contaminazione dell'acqua e fornire benefici agli habitat della fauna selvatica. Anche ridurre la lavorazione del terreno può ricostruire i terreni, riducendo le emissioni di gas serra. Alcune pratiche possono anche comportare un aumento del reddito per gli agricoltori: i programmi di "cap-and-trade" consentono agli agricoltori di monetizzare e vendere alcune pratiche di sequestro, mentre i programmi governativi, come l'U.S. Conservation Reserve Program, pagano gli agricoltori per mettere a riposo alcuni dei loro terreni per un recupero a lungo termine. Come dettagliato nel rapporto Worldwatch "Innovations in Sustainable Agriculture: Supporting Climate-Friendly Food Production" del 2012, molte pratiche di mitigazione utilizzano tecnologie esistenti e accessibili e possono essere attuate immediatamente».
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Gas serra, la soglia critica di 400 ppm in realtà è già stata superata
L'accumulo di anidride carbonica in atmosfera sta accelerando. Appena due mesi fa Umberto Mazzantini su Greenreport segnalava che i nuovi dati raccolti dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Usa nel noto centro di Mauna Loa, nelle Hawaii, rivelano che la concentrazione di anidride carbonica (CO2) in atmosfera aveva raggiunto il valore di 395 parti per milione (ppm) e che sarebbe arrivata a 400 ppm entro due anni.
Nel mese di aprile a Mauna Loa hanno misurato più volte una concentrazione di CO2 superiore a 400 ppm. Fluttuazioni che indicano un trend di crescita. Stando a quanto riportato dalla rivista Nature, in questo mese di maggio la soglia delle 400 ppm sarà superata stabilmente nell'emisfero settentrionale e misurata dal centro NOAA delle Hawaii. Tutto lascia credere che molto prima dei due anni la soglia sarà superata stabilmente come media mondiale.
Il centro di Mauna Loa è particolarmente importante, perché è tra i primi al mondo che misura con regolarità la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera. La serie è iniziata nel 1958, quando il centro misurò un livello di CO2 in atmosfera pari a 316 ppm. Non molto diverso (+13%) dal livello di 280 ppm tipici dell'epoca pre-industriale.
Da allora, però, il centro di Mauna Loa ha registrato una crescita rapidissima del gas serra in atmosfera: circa 350 ppm trent'anni dopo (1988), circa 390 ppm nel 2008 e ora 400 ppm: un aumento del 43% rispetto all'epoca pre-industriale.
Ma, come fa notare Ronald Prinn, un climatologo del Massachusetts Institute of Technology di Boston, ad aumentare la propria concentrazione in atmosfera non è solo l'anidride carbonica, ma anche altri gas serra, a iniziare dal metano. Se teniamo conto dell'intero "pacchetto dei gas serra" oggi abbiamo una concentrazione equivalente di CO2 in atmosfera pari a 478 ppm.
L'impronta umana sull'aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è evidente. Secondo i dati raccolti per il Global Carbon Project da Corinne Le Quéré, climatologa della University of East Anglia di Norwich in Gran Bretagna, e da altri, ogni anno l'umanità immette in atmosfera 10,4 miliardi di tonnellate di carbonio in atmosfera. Solo la metà di queste emissioni vengono assorbite da pozzi a terra o negli oceani. L'altra metà resta in atmosfera e, come documentato dal centro di Mauna Loa, contribuisce all'aumento della concentrazione del gas a un ritmo di circa 2 ppm l'anno.
Anche di recente (24 aprile) Greenreport ha documentato come sia in corso un dibattito nella comunità scientifica sulla "tenuta dei pozzi". Secondo alcuni ricercatori la terraferma e gli oceani conservano la capacità di assorbire una quantità consistente (circa la metà) dell'anidride carbonica prodotta dall'uomo, sottraendola all'atmosfera. Altri ricercatori sostengono che è come se i pozzi si stessero riempiendo e, quindi, stanno progressivamente perdendo questa capacità. Se questi ultimi hanno ragione, nel prossimo futuro l'aumento di CO2 in atmosfera tenderà a un'ulteriore accelerazione. L'aumento era di 1 ppm negli anni '60, è salito a 2 ppm in questi anni, potrebbe crescere ancora fino a 3 o 4 ppm per anno in futuro.
L'aumento della CO2 e degli altri gas serra in atmosfera determinata dalle attività umane è considerata una causa - anzi, la causa principale - dell'aumento della temperatura media del pianeta e del conseguente cambiamento del clima. Dunque aver raggiunto la soglia, che non è solo simbolica, delle 400 ppm di CO2 dovrebbe indurre a un'accelerazione delle politiche di prevenzione dei cambiamenti climatici attraverso una drastica riduzione delle emissioni di gas serra.
Ma è altrettanto necessario studiare come il fenomeno dei mutamenti della chimica in atmosfera evolve. Il centro di Mauna Loa non è certo l'unico al mondo. Anzi, proprio la National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti ha una rete di stazioni distribuite nel mondo per misure più puntuali. Ma anche la NOAA risente dei tagli al bilancio USA e così nel prossimo futuro dovrà chiudere 12 di queste stazioni, aprendo grosse falle nella rete.
La capacità di monitorare cosa sta accadendo in atmosfera sarà in parte compensata da altre azioni. In primo luogo sta crescendo la flotta di satelliti che misurano la concentrazione di gas serra in atmosfera e negli oceani. Ultimamente ne sono stati messi in orbita altri due e la NASA pensa di anticipare di due anni il lancio dell'Orbiting Carbon Observatory, il cui primo tentativo di messa in orbita è fallito nel 2009. Anche l'Europa, con il suo Integrated Carbon Observation System, sta estendendo a sua volta la rete di centri di rilevamento sulla terraferma e negli oceani. E in un'operazione congiunta voluta dai governi di Germania e Brasile, per esempio, verrà innalzata una torre di 300 metri in Amazzonia per misure dei cambiamenti nell'atmosfera sopra la più grande foresta tropicale del mondo.
La speranza è che una maggiore conoscenza da parte della comunità scientifica mondiale spinga a un'azione di prevenzione più rapida e intensa da parte della comunità politica.
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L'appello delle piccole isole in pericolo: servono azioni concrete per il clima
L'ultima tornata di negoziati sul clima delle Nazioni Unite, la seconda sessione del Ad Hoc Working Group on the Durban Platform for Enhanced Action (Adp), è ripresa questa settimana a Bonn, in Germania.
Come spesso sembra essere il caso, il meeting è iniziato sullo sfondo di allarmanti notizie sul cambiamento climatico da parte della comunità scientifica.
I ricercatori del laboratorio di Mauna Loa hanno confermato che le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica sono sulla strada, questo mese, per superare le 400 parti per milione per periodi di tempo prolungati in gran parte dell'emisfero settentrionale. Questa preoccupante pietra miliare è particolarmente inquietante per i cittadini delle piccole isola e degli Stati con coste basse che hanno già sperimentato le alterazioni della vita dovute al riscaldamento di meno di 1 grado Celsius, compresi i cicloni tropicali più forti e più mortale, le siccità prolungate, la perdita degli ecosistemi dei coralli e delle mangrovie e, forse la cosa più allarmante, un'accelerazione dell'aumento del livello del mare.
Alla luce di queste realtà, dobbiamo raggiungere un accordo Adp che porti, in ultima analisi, le concentrazioni di CO2 al di sotto di questi livelli, al fine di limitare il riscaldamento al di sotto di 1,5 gradi Celsius entro la fine del secolo. Dato che è improbabile trovarlo in una sessione a settembre, il nostro lavoro questa settimana e nel mese di giugno deve concentrarsi intensamente sulla realizzazione di risultati concreti per il clima che siano sostenuti da tutti noi. Un fallimento nell'agire con decisione ora richiederà solo una risposta reattiva e molto più costoso in seguito.
Due workstreams
Per dare un focus al nostro lavoro, le parti hanno convenuto di organizzare le nostre discussioni in due filoni distinti. Il Workstream 1 ha il compito di elaborare i dettagli di un protocollo da adottare al più tardi entro il 2015; il Workstream 2 deve identificare le strade per aumentare l'ambizione di mitigazione tra oggi e il 2020.
Le due tracce sono strettamente legate, ma non dobbiamo dimenticare che la scienza ha dimostrato chiaramente che se non riduciamo le emissioni nel breve termine, ben prima del 2020, la possibilità di evitare un catastrofico global warming, superiore a 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali, potrebbe essere irrimediabilmente perduta.
Così abbiamo ribadito il nostro appello per la creazione di due workstreams separati per garantire che le materie oggetto del workstreams siano tenute separate.A tal fine, il secondo workstream deve concentrarsi strettamente su azioni di mitigazione specifiche e scalabili e sulle politiche che possono essere attuate immediatamente, compresi quelle delineate nell'Unep Gap Report.
Si deve inoltre prestare grande attenzione allo sviluppo di strategie capaci di superare le barriere dell'attuazione, comprese le forniture scaled-up di risorse finanziarie, tecnologia e capacity building per il mondo in via di sviluppo.
Estendere i colloqui
Allo stesso tempo, dobbiamo espandere i colloqui oltre i soli negoziatori climatici e lavorare per coinvolgere in questo processo l'on-the-ground expertise per lo sviluppo e l'attuazione di azioni di mitigazione di successo, compresa la società civile, gli scienziati, il settore privato e gli esperti dai ministeri competenti all'interno dei nostri governi.
Naturalmente, la decisione di aumentare l'ambizione richiede, in ultima analisi, l'impegno al più alto livello, quindi noi chiediamo un "ministerial meeting on raising mitigation ambition" alla Cop19 a Varsavia per aiutare a costruire lo slancio politico necessario per l'adozione di più ambiziosi obiettivi di mitigazione da parte dei Paesi sviluppati e Nama (Nationally appropriate mitigation actions volontarie, ndt) da parte dei Paesi in via di sviluppo.
Abbiamo accolto con favore l'annuncio fatto dal segretario generale dell'Onu l'anno scorso a Doha di convocare un summit dei leader nel 2014, che servirà come un importante punto di decisione perché i Paesi aumentino la loro ambizione.
Naturalmente, dobbiamo anche fare progressi nel Workstream 1 sugli elementi fondamentali del nuovo accordo giuridicamente vincolante, da adottare nel 2015.
Sappiamo fin troppo bene che trasformare la politica in azione può essere un processo dolorosamente lento, quindi le decisioni che prendiamo oggi devono essere guidate dalla scienza ed essere sufficientemente ambiziose per tutelare gli interessi delle generazioni future, così come i nostri.
Il nostro lavoro per andare avanti deve continuare a costruire sulle fondamenta della Convenzione, compresi i suoi principi e disposizioni fondamentali. Ciò significa che il risultato di questo processo dovrebbe essere un Protocollo ai sensi della Convenzione applicabile a tutte le parti, che venga adottato entro il 2015 e rafforzi il regime multilaterale basato su regole e legalmente vincolante. Per essere "applicabile a tutti", richiederà la partecipazione universale ed i contributi da tutti i partiti.
Paradossalmente, proprio mentre le soluzioni alla crisi sono più accessibili che mai, i costi dell'inazione, economica, sociale e fisica, crescono e peggiorano di giorno in giorno.
Esortiamo tutte le parti a lavorare con il maggiore senso di urgenza di questa settimana, e soprattutto con l'attenzione a fare la nostra parte per realizzare un risultato, ambizioso, completa e pertinente.
*Capo-negoziatore per Alliance Of Small Island States (Aosis) ai climate change talks dell'United Nations framework convention on climate change (Unfccc)
Questo articolo è stato pubblicato dalla Thomson Reuters Foundation.
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Clima, paesi poveri all'attacco: «Situazione gravissima per mancanza di leadership dei Paesi ricchi»
Ai climate change talks dell'United Nations framework convention on climate change (Unfccc) in corso a Bonn, dove all'Ad hoc working group on the Durban platform for enhanced action (Adp) si discute animatamente di come arrivare davvero entro il 2015 ad un accordo globale sul clima, i Paesi in via di sviluppo sono all'attacco ed a quanto pare stanno mettendo in difficoltà quelli sviluppati che sembrano frastornati da una crisi economica ancora in atto e dalle accuse di non aver mai rispettato gli impegni che si erano presi ed i patti sottoscritti.
A ricordare a tutti la reale gravità della situazione è stata una dichiarazione rilasciata all'inizio del summit dall'Alliance of Small Island States (Aosis) che ha chiesto che qualsiasi accordo globale sul clima punti a limitare il riscaldamento al di sotto di 1,5° C entro la fine del secolo: «Il nostro lavoro deve essere mosso da un senso di urgenza, tenendo presente che la nostra incapacità di agire ora con decisione, richiederà una risposta reattiva e molto più costosa dopo. Inoltre, l'incapacità di chiudere il gap tra l'ambizione e la mitigazione pre-2020 avrà profonde implicazioni per la portata e la natura degli obblighi derivanti dal protocollo del 2015».
La questione della compensazione aveva dominato il vertice di Doha del 2012 ed i governi avevano accettato di iniziare a lavorare su un meccanismo "loss and damage", ma i Paesi sviluppati sono stati riluttanti a perseguire approfonditamente questo filone di colloqui, perché potrebbe comportare pesanti risarcimenti se i calcoli si baseranno sulle emissioni storiche.
Dopo la notizia del raggiungimento della soglia di 400 parti per milione di CO2 atmosferica, alcuni credono che una concentrazione di 450 ppm potrebbe far superare diversi punti di non ritorno, sciogliendo gran parte delle calotte glaciali della Terra e costringendo molti abitanti delle isole del Pacifico ad abbandonare le loro case sommerse dal mare.
Nell'appello di Aosis si legge: «Sappiamo che le barriere coralline, che sostengono molte delle nostre economie, e ci salvaguardano dagli eventi meteorologici estremi legati al clima, possono smettere di crescere se viene oltrepassato il limite di 450 ppm e che inizieranno a disciogliersi a concentrazioni al di là di 550 ppm, mentre l'acidificazione degli oceani si intensifica. Alla luce di queste dure realtà, dobbiamo raggiungere un accordo Adp che, in ultima analisi, porti le concentrazioni di CO2 al di sotto di questi livelli per limitare il riscaldamento al di sotto di 1,5° C entro la fine del secolo».
Naderev Sano, rappresentante dei Like Minded Developing Countries (Lmdc) e commissario al cambiamento climatico delle Filippine, ha avvertito che «E' in gioco l'intero processo. Sul cambiamento climatico c'è stato un decennio perduto. Abbiamo perso questo decennio perché i Paesi che hanno la responsabilità di essere leader si sono rifiutati di assumere la leadership. Abbiamo perso l'ultima decade, perché i Paesi sviluppati si sono rifiutati di guidarci. Mentre procrastinavano, il mondo ha sperimentato le crescenti conseguenze del cambiamento climatico. Se i Paesi sviluppati avessero solo assolto agli obblighi e fossero rimasti fedeli alla nostra "costituzione", saremmo sulla buona strada per un regime climatico equo e di successo, segnato dalla cooperazione internazionale, per un'azione equa ed ambiziosa da parte di tutti». A dire il vero il gruppo Lmdc include anche la terribile Arabia Saudita, da sempre alla testa degli eco-scettici e finalmente isolata a Bonn, ma anche grandi potenze economico/industriali come la Cina, l'India, che non vogliono sentirne parlare di assumersi impegni come quelli dei Paesi industrializzati, o Paesi come Venezuela, Ecuador e Colombia che, per ragioni opposte, "antimperialiste", sono quelli che più si sono opposti ad accordi considerati troppo blandi per le responsabilità dei Paesi ricchi, il cui modello insostenibile di consumi e di produzione è indicato (non a torto) come causa del global warming.
Come ha detto Rene Orellana, capo della delegazione boliviana, «La credibilità dei Paesi sviluppati per chiedere ai Paesi in via di sviluppo sforzi più grandi riguardo al clima si basa sulla loro capacità di mostrare leadership. La leadership dai paesi sviluppati deve avvenire adesso e non deve essere rinviata al 2020, in quanto questo pone le basi per un'azione più efficace del clima oltre il 2020».
Anche il gruppo dei 49 Paesi più poveri del mondo, i Least developed countries (Ldc), con lo slogan «Start real negotiations now!», ha chiesto subito un'azione rapida per affrontare i problemi, sottolineando che «Non dobbiamo intraprendere un altro pesante processo procedurale. Il ritardo porterà certamente ad un mondo più caldo di 4° C. Dobbiamo trarre lezioni dai passati negoziati nell'ambito dell'attuale convenzione ed attuare azioni urgenti per affrontare il cambiamento climatico. Dobbiamo fare in modo che i risultati di Durban siano implementati come una questione urgente. Senza progressi sostanziali per chiudere il gap della mitigazione di 8-13 giga-tonnellate gap prima del 2020, i Paesi meno sviluppati non sarebbero disposti ad accettare un risultato debole».
Da anni il gruppo dei Paesi meno sviluppati non si stanca di dire in questi snervanti negoziati Unfccc che sono proprio le nazioni più povere ad essere più gravemente colpite dagli effetti del cambiamento climatico ed il documento che hanno presentato a Bonn sottolinea che gli effetti del global warming sono già visibili: «Stiamo tutti vivendo un aumento del numero di periodi di siccità, forti tempeste e inondazioni. Questi eventi sono in aumento per frequenza, ampiezza e intensità e peggiorando di giorno in giorno la qualità della vita di popolazioni già vulnerabili. Un ritardo dell'azione contro il cambiamento climatico non è un'opzione per il nostro Gruppo».
Il nuovo presidente dei Paesi Lcd, il nepalese Prakash Mathema, ha esortato le parti «A dar prova di leadership per realizzare progressi sostanziali ed a negoziare un trattato per il 2015 e per colmare il divario di mitigazione prima del 2020. Non c'è più tempo da perdere, quindi dobbiamo smetterla di girare a vuoto. La somma delle azioni di mitigazione prese da tutte le parti dovrebbe portare ad un percorso complessivo di emissioni globali che sia scientificamente coerente con la limitazione del riscaldamento al di sotto di 1,5° C entro la fine del XXI ° secolo. Ciò richiede impegni chiari a breve, medio e lungo termine, che dovrebbero essere sottoposti a revisioni periodiche, e che si basino sulle ultime scoperte scientifiche. L'adattamento e la resilienza climatica sono le priorità per i Lcd per i quali il sostegno internazionale per la tecnologia, il capacity building e finanziario è ancora insufficiente. Se le emissioni globali non saranno limitate, se non viene fornito tutto il sostegno internazionale possibile, i nostri Paesi dovranno confrontarsi con una situazione nella quale gli obblighi di adattamento supereranno di gran lunga le loro capacità. Ad un certo punto l'adattamento raggiungerà i suoi limiti e, a lungo termine, l'attenuazione è la migliore forma di adattamento».
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Clima nuovo ai Climate change talks Unfccc di Bonn? Isolata l'Arabia Saudita
Domani a Bonn si conclude la nuova tornata dei climate change talks dell'United Nations framework convention on climate change (Unfccc) per discutere di come arrivare all'accordo globale sul clima previsto per il 2015. Il meeting di Bonn iniziato il 29 aprile è la seconda sessione dell'Ad hoc working group on the Durban platform for enhanced action (Adp), e sta discutendo anche di come accelerare e catalizzare le azioni esistenti per contrastare il cambiamento climatico.
Pochi giorni fa il Mauna Loa Observatory ha detto che il livello di CO2 giornaliero misurato nelle Hawaii si attestava 399,72 parti per milione, quindi il summit di Bonn si svolge in un clima di preoccupazione per questi ultimi dati scientifici che confermano una forte crescita dei gas serra a livello globale. Aprendo il meeting Christiana Figueres, segretaria esecutiva dell'Unfccc, ha detto: «Siamo in procinto di oltrepassare la soglia delle 400 parti per milione, quindi questa conferenza si riunisce in un accresciuto senso di urgenza. Dobbiamo rispettare le scadenze fissate dalla Conferenza delle parti dell'Unfccc. Il working group Adp ha già utilizzato un terzo del tempo assegnatogli, quindi dobbiamo usare il tempo rimanente con saggezza. Dobbiamo essere creativi, costruttivi e disposti a farsi avanti con azioni, iniziative e nuove proposte su come i governi nazionali, le città, il settore privato e la società civile e le iniziative internazionali possono fare di più e più velocemente. Dobbiamo essere in grado di dimostrare i nostri successi e le ulteriori opportunità per colmare il divario delle emissioni alla Climate Change Conference dell'Onu a Varsavia alla fine di quest'anno».
Nel 2012, alla Cop 18 Unfccc di Doha i governi avevano ribadito il loro impegno per raggiungere un accordo globale entro il 2015 ed assicurato che avrebbero intensificato gli sforzi per colmare il divario tra quel che è stato promesso finora e ciò che la scienza dice che è necessario perché le temperature del pianeta restino al di sotto dei 2 gradi centigradi di aumento, ben prima che il nuovo accordo entri in vigore dal il 2020. Poco è stato fatto, ma qualcosa sembra cambiato, a cominciare dall'isolamento dell'Arabia Saudita riscontrato a Bonn. I sauditi nelle ultime Cop Unfccc si sono segnalati come la testa d'ariete del blocco anti-Protocollo di Kyoto e per la loro determinazione per impedire un ambizioso accordo globale sul clima ed anche a Bonn la delegazione della più potente monarchia assoluta del Golfo ha ribadito che gli obiettivi di mitigazione proposti sono difficili da rispettare. E' chiaro che il secondo produttore di petrolio del mondo vedrebbe diminuire il valore delle sue enormi riserve petrolifere se si raggiungesse un accordo giuridicamente vincolante nel 2015 che apra la strada ad un'economia low carbon.
A Bonn la delegazione saudita ha chiarito ulteriormente la sua opposizione a mosse che potrebbero compromettere le sue esportazioni petrolifere: «Dobbiamo stare estremamente attenti La mitigazione è un'azione fatto per una ragione ambientale che ha grandi implicazioni per altri settori: economici e sociali. Si tratta di aree che sono altamente politiche e sensibili. Molte parti sentono che ci sono grandi implicazioni, sociali ed economiche. Conosciamo queste aree. Vogliamo passare questi due anni a discutere... perdendo forze e tempo in sforzi altamente politici... qualunque accordo ne verrà fuori avrà un cattivo sapore»
L'Arabia Saudita è nota per la sua capacità di far sprofondare i climate change talks in discussioni frustranti, ma i delegati hanno trovato comunque sorprendenti queste dichiarazioni, dato il contesto della discussione, che ha lo scopo di evidenziare efficaci strategie di crescita verde che i sauditi hanno liquidato come roba politica e di attivo gusto. «Speriamo di poter fare meglio di quanto lei ha indicato», ha risposto secco il presidente dell'assemblea, Harald Dovland, ex capo negoziatore della Norvegia, quando il saudita ha concluso il suo intervento
Ma le altre delegazioni sono state molto più propositive su come l'azione per il clima e per la green economy possono essere integrate nella pianificazione economica, «Non vogliamo mettere un freno allo sviluppo, ma vogliamo un modello migliore - ha detto il delegato del Messico - Non è in questione di se vi prenderemo parte. Abbiamo identificato chiaramente i benefici». Il Messico si è dotato di leggi climatiche tra le più rigide del mondo e i timori che il nuovo presidente Pena Nieto le rivedesse in parte sembrano limitati alle leggi approvate nel 2012, mentre il nuovo governo del Partito rivoluzionario istituzionale sembra voler mantenere gli incentivi per l'efficienza energetica e per le rinnovabili.
L'isolamento dell'Arabia Saudita è stato ancora più evidente con gli interventi delle delegazioni di Norvegia, Etiopia, Senegal, Giappone, Corea del Sud, Samoa, Cina, Unione europea ed addirittura del Canada che aveva tentato di far saltare il banco a Durban e poi aveva abbandonato il Protocollo di Kyoto.
Il delegato etiope ha detto che il suo Paese «E' sulla buona strada per gestire un sistema elettrico a emissioni zero entro il 2014, basato sull'energia idroelettrica, fonti solari e termiche. Il governo si è dato come obiettivo un'economia carbon neutral entro il 2025. Che il mondo lo voglia o no, prima o poi l'intera umanità dovrà muoversi per combattere le emissioni globali. Se partiamo dal principio di non essere prigionieri di una forte crescita economica, nel lungo periodo è a nostro vantaggio, soprattutto se viviamo in Africa, il continente che è più o meno equamente diviso dell'equatore e dove di conseguenza il riscaldamento globale sta per diventare il più intenso».
Il Canada, che recentemente ha abbandonato anche l'United Nations convention to combat desertification (Unccd) a Bonn è stato stranamente accomodante e ha addirittura detto che l'abbandono dei combustibili fossili porterebbe grandi vantaggi per la salute, «La progressiva dismissione delle centrali a carbone che non utilizzano la tecnologia carbon capture and storage (Cs) fornirebbe vantaggi per 7 miliardi di dollari», ha detto il delegato canadese. Che il Canada punti tutto sull'inquinantissimo petrolio delle sabbie bituminose, gas shale e fracking sul nucleare e che abbaia impianti pilota di Ccs non sembra estraneo a questa repentina conversione canadese. loro delegato ha detto.
La delegazione cinese ha sottolineato che l'accesso alla tecnologia potrebbe determinare il successo dgli obiettivi mondiali di riduzione delle emissioni di gas serra ed ha chiesto maggiore attenzione per i Paesi in via di sviluppo, emettendo loro di sfruttare soluzioni energetiche pulite esistenti. Zou Ji, vice direttore generale del Centro nazionale per il cambiamento climatico della Cina, ha detto che il suo dipartimento «Ha identificato 40 tecnologie che potrebbero essere sfruttate se potessero essere negoziati i diritti di proprietà. L'efficienza energetica dovrebbe essere la priorità nei prossimi anni, soprattutto in termini di cooperazione internazionale. Possiamo fare di meglio, settore per settore, come per il cemento e l'acciaio, e sviluppare maggiori opportunità di ricerca e sviluppo in comune».
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Gas serra: per l'Italia l'obiettivo Kyoto è più vicino. Grazie non solo alla crisi
In base ai dati comunicati dall'Ispra (nell'ambito della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite e del protocollo di Kyoto), che ha realizzato l'inventario nazionale delle emissioni in atmosfera dei gas serra per l'anno 2011, vi è la conferma che la crisi economica fa bene all'ambiente (anche se purtroppo socialmente è un disastro).
In Italia, le emissioni totali dei 6 gas serra, espresse in CO2 equivalente, sono diminuite nel 2011 del 2.3% rispetto all'anno precedente e del 5.8% rispetto all'anno base (1990), a fronte di un impegno nazionale di riduzione del 6.5% entro il periodo 2008-2012.
«Questa riduzione riscontrata a partire dal 2008 è conseguenza sia della riduzione dei consumi energetici e delle produzioni industriali a causa della crisi economica, sia della crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili (idroelettrico ed eolico) e di un incremento dell'efficienza energetica. Le emissioni dalle industrie energetiche e manifatturiere, che nel periodo 2008-2011 incidono mediamente per il 58.8% delle emissioni nazionali, mostrano una riduzione delle emissioni del 15.5%, mentre le emissioni dei restanti settori si riducono del 5.1%. In particolare nel settore industriale le emissioni per la produzione del cemento, che nel 2008 incidevano per il 45.2% del settore, subiscono un declino del 22.0% nel periodo 2008-2011».
Il peso specifico di ognuno dei fattori che ha provocato la riduzione dei gas climalteranti non lo conosciamo, ma sicuramente la produzione ridotta a causa della crisi ha giocato un ruolo di rilievo. Ridurre gli impatti dei settori produttivi è determinante ma non può essere a scapito dell'incremento delle disuguaglianze sociali acuite anche da carenze istituzionali che non hanno contribuito a dare stabilità al sistema. Si dimostra ancora una volta che il concetto di sostenibilità con l'equilibrio delle sue componenti è il più "solido", ma comunque difficile da praticare.
In generale nel rapporto Ispra è specificato che tra il 1990 e il 2011 le emissioni di tutti i gas serra considerati dal Protocollo di Kyoto sono passate da 519 a 489 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, variazione ottenuta principalmente grazie alla riduzione delle emissioni di CO2, che contribuiscono per l'85% del totale e risultano, nel 2011, inferiori del 4.7% rispetto al 1990. Le emissioni di metano (CH4) e di protossido di azoto (N2O) sono rispettivamente pari a circa il 7.5% e 5.5% del totale e sono in calo sia per il metano (-16.4%) che per il protossido di azoto (-28.1%). Gli altri gas serra, gas fluorurati quali idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) e esafluoruro di zolfo (SF6), hanno un peso complessivo sul totale delle emissioni che varia tra lo 0.1% e l'1.9%; le emissioni degli HFC evidenziano però una forte crescita, mentre le emissioni di PFC decrescono e quelle di SF6 mostrano un minore incremento.
Per quanto attiene i singoli settori, le emissioni del settore dell'industria manifatturiera sono diminuite del 29.6% rispetto al 1990 prevalentemente in considerazione dell'incremento nell'utilizzo del gas naturale in sostituzione dell'olio combustibile per produrre energia e calore e per gli ultimi anni a seguito del calo della produzione industriale. Per quel che riguarda il settore dei processi industriali, nel 2011 le emissioni sono diminuite del 17.4% rispetto al 1990 è specificato nel rapporto. L'andamento delle emissioni è determinato prevalentemente dalla forte riduzione delle emissioni di N2O (-95.5%) nel settore chimico, grazie all'adozione di tecnologie di abbattimento delle emissioni nella produzione dell'acido nitrico e acido adipico. Invece le emissioni dei gas fluorurati, in particolare di quelli utilizzati per la refrigerazione e per l'aria condizionata, sono aumentate del 252.1% dal 1990.
Le industrie energetiche e dei trasporti sono quelli più importanti, contribuendo a più della metà delle emissioni nazionali di gas climalteranti. «Rispetto al 1990, le emissioni di gas serra del settore trasporti sono aumentate del 15.4%-hanno sottolineato da Ispra- a causa dell'incremento della mobilità di merci e passeggeri; per il trasporto su strada, ad esempio, le percorrenze complessive (veicoli x km) per le merci sono aumentate del 44%, e per il trasporto passeggeri del 36%. Per il secondo anno consecutivo, però, si riscontra una riduzione delle percorrenze di merci ed anche i consumi energetici del settore, dopo aver raggiunto un picco nel 2007, sono in riduzione». Invece sempre rispetto al 1990, nel 2011 le emissioni delle industrie energetiche sono diminuite del 4.4%, a fronte di un aumento della produzione di energia termoelettrica da 178.4 Terawattora (TWh) a 227.7 TWh, e dei consumi di energia elettrica da 218.7 TWh a 313.8 TWh. Dall'analisi dell'andamento delle emissioni di CO2 per unità energetica totale, emerge che l'andamento delle emissioni di CO2 negli anni '90 ha seguito sostanzialmente quello dei consumi energetici; solamente negli ultimi anni si delinea un disaccoppiamento delle curve, dovuto principalmente alla sostituzione di combustibili a più alto contenuto di carbonio con il gas naturale nella produzione di energia elettrica e nell'industria e ad un incremento dell'utilizzo di fonti rinnovabili.
Riduzione delle emissioni anche per il settore dell'agricoltura (- 17.7% tra il 1990 e il 2011), sostanzialmente per una diminuzione dei capi allevati e grazie a un minor uso di fertilizzanti azotati. «Nella gestione e trattamento dei rifiuti, le emissioni sono diminuite del 15.9%, e sono destinate a ridursi nei prossimi anni, per la riduzione delle emissioni dallo smaltimento dei rifiuti solidi urbani in discarica, avvenuta attraverso il miglioramento dell'efficienza di captazione del biogas e la piena applicazione del D.Lgs. n. 36 del 2003 che ha recepito la Direttiva "discariche" 1999/31/CE» hanno specificato da Ispra. Infine di segno opposto le emissioni energetiche dal settore residenziale e dei servizi che sono aumentate del 9.7%.
Le stime preliminari di emissioni di gas serra fatte da Ispra per il 2012 confermano questa tendenza. Si prevede infatti una ulteriore diminuzione del 4.2% rispetto all'anno precedente, per il perdurare della congiuntura economica negativa. I dati preliminari del 2012 mostrano una riduzione delle emissioni del 9.8% tra il 1990 e il 2012, pari a 50.9 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (Mt CO2eq). «L'obiettivo del Protocollo di Kyoto va calcolato sulla media delle emissioni del quinquennio 2008-2012- spiegano da Ispra-Considerando le stime preliminari per il 2012, pari a 468.1 Mt CO2eq, la media annua delle emissioni di gas serra nel periodo 2008-2012, pari 497.8 Mt CO2eq, è superiore di 14.6 Mt CO2eq rispetto all'obiettivo fissato dal Protocollo di Kyoto. La stima del gap effettivo calcolato secondo le regole previste dal Protocollo (EU Emissions trading scheme) è in realtà pari a 22.8 Mt CO2eq. Rispetto alle stime degli anni passati tale gap risulta attualmente di entità ridotta e tale da consentire all'Italia di raggiungere l'obiettivo di Kyoto con uno sforzo limitato attraverso l'utilizzo dei crediti consentiti dai meccanismi flessibili del Protocollo (Emissions trading, clean development mechanisms) e dei crediti derivanti dalle attività forestali».
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CO2 in atmosfera, sfondata la soglia di pericolosità: a maggio supereremo le 400 parti per milione
Per la prima volta nella storia umana, le concentrazioni di CO2 potrebbero salire al di sopra di 400 parti per milione (ppm) per periodi di tempo prolungati in gran parte dell'emisfero settentrionale, già a maggio 2013.
Per capire le implicazioni dell'aumento dei livelli di CO2, la Scripps Institution of Oceanography dell'Università di California di San Diego sta fornendo aggiornamenti quotidiani della "Keeling Curve", che mostra i dati della CO2 atmosferica misurati a Mauna Loa, nelle Hawaii. Si tratta delle misurazioni più note, avviate da Charles David (Dave) Keeling, un'autorità mondiale per quanto riguarda l'accumulo atmosferico di gas serra, e comprendono la più lunga registrazione continuativa della CO2 al mondo, a partire dalle 316 ppm nel marzo 1958 ed avvicinandosi gradualmente alle 400 ppm oggi, con un ormai familiare grafico a dente di sega. Negli ultimi 800.000 anni, i livelli di CO2 non avevano mai superato le 300 parti per milione.
Ralph Keeling, figlio di Dave (ormai scomparso) e geofisico della Scripps, ha detto: «Vorrei che non fosse vero, ma sembra che il mondo stia andando a superare il livello di 400 ppm senza perdere una battuta. Di questo passo avremo raggiunto 450 ppm nel giro di pochi decenni»
Gli scienziati stimano che l'ultima volta che la CO2 è stata a 400 ppm era probabilmente nel Pliocene, tra i 3,2 e i 5 milioni di anni fa, quando il clima era molto più caldo di oggi. LA CO2 prima della rivoluzione industriale era a circa 280 ppm, poi gli esseri umani hanno cominciato a scaricare grandi quantità di CO2 nell'atmosfera bruciando combustibili fossili. Quando nel 1958 Dave Keeling iniziò le misurazioni di CO2 erano già salite a 280-316 ppm. «Il tasso di crescita delle emissioni di CO2 nel secolo scorso è senza precedenti - sottolinea la Scripps Institution of Oceanography - non c'è periodo noto nella storia geologica in cui sono stati trovati tali tassi elevati. Il continuo aumento è una conseguenza diretta della forte dipendenza della società dai combustibili fossili per l'energia».
Ogni anno, la concentrazione di CO2 a Mauna Loa sale e scende "denti di sega", ma con l'anno successivo sempre più alto che quello precedente. Il picco annuo della concentrazione avviene di solito in maggio. «Se ilivelli di CO2 non saranno superiori a 400 ppm nel maggio 2013, quasi certamente lo saranno il prossimo anno», ha detto Keeling.
Tim Lueker, un oceanografo e ricercatore sul ciclo del carbonio dello Scripps CO2 Group, comnnclude con preoccupazione: «La soglia delle 400 ppm è una pietra miliare che deve farci riflettere e dovrebbe essere un campanello d'allarme per tutti noi per sostenere le tecnologie dell'energia pulita e ridurre le e missioni di gas serra, prima che sia troppo tardi per i nostri figli e nipoti».
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1971 - 2000, il trentennio più caldo della Terra negli ultimi 1400 anni
Nature Geoscience pubblica lo studio "Continental-scale temperature variability during the past two millennia" realizzato da un foltissimo team di scienziati di 60 prestigiosi istituti ed università di tutto il mondo del quale fanno parte anche gli italiani Mirko Severi, del dipartimento di chimica "Ugo Schiff" dell'università di Firenze, e Martina Braida e Barbara Stenni, del dipartimento di matematica e geo-scienze dell'università di Trieste.
I 78 ricercatori sottolineano che «Gli ultimi cambiamenti climatici globali hanno avuto una forte espressione regionale. Per chiarire il loro modello spazio-temporale, abbiamo ricostruito le temperature del passato negli ultimi 1 - 2 millenni per sette regioni su scala continentale. La caratteristica più coerente, in quasi tutte le ricostruzioni delle temperature regionali è una tendenza al raffreddamento a lungo termine, che si è concluso alla fine del XIX secolo. A scale multi-decadali e centenarie, la variabilità della temperatura mostra nettamente diversi patterns regionali, con più somiglianze all'interno di ciascun emisfero che tra di loro. Globalmente, non ci sono stati intervalli multi-decadali caldi o freddi sincroni che definiscono un "Medieval Warm Period" (Mwp)o una "Little Ice Age" (Lia), ma tutte le ricostruzioni mostrano condizioni generalmente fredde tra il 1580 e il 1880, scandite in alcune regioni da decenni caldi durante il XVIII secolo. Il passaggio a queste condizioni di freddo si era verificato in precedenza nella regione artica, in Europa e Asia che in Nord America o nelle regioni dell'emisfero meridionale. Il riscaldamento recente ha invertito il raffreddamento a lungo termine, durante il periodo di 1971 - 2000, l'area media della temperatura ponderata ricostruita è stato superiore rispetto a qualsiasi altro tempo in quasi 1.400 anni».
Il team di scienziati fa parte di Past Global Changes (Pages), una network scientifico di più di 5.000 scienziati di oltre 100 Paesi che sostiene la ricerca finalizzata alla comprensione dell'ambiente della Terra del passato, per fare previsioni per il futuro. Past è finanziato dalla Swiss national science foundations e dalla National oceanic and atmospheric administration Usa (Noaa). Nel 2006 Pages ha deciso di ricostruire il clima degli ultimi 2000 anni attraverso un'iniziativa chiamata The Pages 2k Network (The 2K Network), una rete è costituita da 9 working groups regionali, ciascuno dei quali raccoglie e tratta i dati paleoclimatici dando così un contributo al progetto globale più grande.
E' proprio 2K Network ad aver pubblicato la ricerca su Nature Geoscience che mette insieme i dati su anelli di crescita degli alberi, polline, coralli, sedimenti lacustri e marini, carote di ghiaccio, stalagmiti e documenti storici provenienti da 511 siti, ricostruendo così i cambiamenti della temperatura sulla superficie terrestre negli ultimi 2.000 anni. I due principali risultati sono la conferma che l'attuale temperatura della superficie globale è più calda che in qualsiasi periodo negli ultimi 1400 anni (confermando il grafico a forma di "bastone da hockey", previsto da molti scienziati del clima e negato dagli ecoscettici) e che, mentre il Periodo medievale caldo e la piccola era glaciale sono eventi ben visibili nelle loro ricostruzioni, gli eventi non erano però sincronizzati a livello globale. Ad esempio, il periodo caldo medioevale nell'emisfero settentrionale si è verificato intorno 830-1100 dC, ma un periodo di riscaldamento simile non compare nel sud del mondo fino al 1160-1370 dC, un intervallo di tempo di 300 anni. Anche la piccola era glaciale è iniziata decenni prima nell'emisfero settentrionale che in quello meridionale. Il continente più strano si è rivelato Antartide, dove nel corso di diversi periodi si manifestano tendenze contrarie a quelle presenti nelle altre regioni. Severi oggi in un'intervista all'Ansa dice: «Vi è stato un generale trend di raffreddamento, durato fino alla fine del IX secolo. Ha fatto eccezione il continente antartico, dove il fenomeno è stato più attenuato. In seguito il riscaldamento ha toccato tutto il pianeta. Abbiamo scoperto che i periodi più freddi corrispondo ad una diminuzione dell'attività solare e ad un aumento dell'attività vulcanica, che con l'emissione di aerosol nell'atmosfera blocca la radiazione solare. Entrambi questi fattori hanno un ruolo più importante di quanto si ritenesse».
Il 2k Network ha potuto ricostruire i dati per ogni continente meno l'Africa, dove i dati sono troppo pochi per poterlo fare accuratamente. E' in corso il progetto Ocean2k per ricostruire anche le temperature oceaniche.
Complessivamente, lo studio fornisce la migliore ricostruzione complessiva delle temperature locali e dei cambiamenti globali negli ultimi 1.000 - 2.000 anni e sono ampiamente coerenti con le precedenti ricostruzioni delle temperature dell'ultimo millennio fatte tra il 2005 ed il 2010 e che hanno subito pesantissimi attacchi da parte degli eco-scettici.
Insomma, nel corso degli ultimi 2.000 anni, fino a 100 anni fa, il nostro pianeta ha subito una tendenza a lungo termine al raffreddamento, è vero che c'è stato il caldo Mwp, ma è avvenuto in tempi diversi nelle diverse regioni e in generale la temperatura superficiale globale era più calda alla fine del XX secolo che durante il picco Mwp nel Medioevo. La tendenza al raffreddamento degli ultimi 2.000 anni è stata cancellata dal riscaldamento nel secolo scorso e il global warming sta aumentando ancora a causa delle emissioni di gas serra di origine antropica.
I ricercatori sottolineano: «E' anche interessante notare che secondo l'instrumental temperature record, le temperature superficiali medie per il 1982 - 2012 sono state circa 0,2° C più calde rispetto alla media 1970 - 2000. Questo riscaldamento supplementare porterebbe le attuali temperature superficiali ben al di sopra qualsiasi altro momento nel corso degli ultimi 2.000 anni. Il global warming che si è verificato a partire dalla fine del XIX secolo ha invertito la persistente tendenza ad un raffreddamento globale a lungo termine. L'aumento della temperatura media tra i secoli XIX e XX ha superato la differenza di temperatura tra tutti gli altri secoli consecutivi, in ogni regione , tranne l'Antartide e il Sud America».
E' vero che zoomando sulle situazioni continentali il quadro è leggermente più vario: per esempio, le temperature in Europa tra il 21 e l'80 dC sono calde quasi quanto quelle del 1971 - 2000, ma globalmente l'immagine rimane la stessa: più di 1.000 anni di raffreddamento, sostituito improvvisamente dall'inizio del riscaldamento nel tardo IX secolo. Secondo i climatologi, negli ultimi 100 anni le temperature a terra ed a mare sono aumentate di circa 0,8 gradi, a causa della combustione di combustibili fossili, della deforestazione, del cambiamento di utilizzo dei suoli e dell'agricoltura industriale. L'ultimo decennio è stato il più caldo ancora.