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Il global warming altera la salinità degli oceani e il ciclo dell'acqua
In un articolo pubblicato su "Science" ("Ocean Salinities Reveal Strong Global Water Cycle Intensification during 1950-2000"), gli scienziati australiani della Commonwealth scientific and industrial research organisation (Csiro) e del Lawrence Livermore national laboratory (Llnl) che hanno indagato sulla struttura della salinità degli oceani negli ultimi 50 anni, sottolineano che «Un netto cambiamento di salinità è stato rilevato negli oceani del mondo» e segnalano «Spostamenti e accelerazione nelle precipitazioni globali e del ciclo di evaporazione, legati direttamente ai cambiamenti climatici».
Il team di ricercatori ha monitorato i cambiamenti della salinità negli oceani per determinare dove siano aumentate o diminuite le precipitazioni e il principale autore dello studio, Paul Durack del Lawrence Livermore national laboratori, spiega che «Guardando i cambiamenti osservati e il rapporto tra salinità degli oceani, precipitazioni ed evaporazione nei modelli climatici, abbiamo determinato che il ciclo dell'acqua è diventato più forte del 4% nel 1950-2000. Questi cambiamenti suggeriscono che, in risposta al global warming osservato, le regioni aride sono diventate più secche e le regioni con alte precipitazioni sono diventate più umide. Questo ci fornisce un indicatore, un metodo di monitoraggio su larga scala, di come i modelli di precipitazioni ed evaporazione (le variabili climatiche che interessano la maggior parte) stanno cambiando».
Con un aumento di temperatura previsto di 3 gradi Celsius entro la fine del secolo, le ricerca prevede che sia possibile un'accelerazione del 24% del ciclo dell'acqua. Gli scienziati di tutto il mondo hanno molte difficoltà a determinare stime coerenti delle variazioni terrestri del ciclo dell'acqua perché i dati basati sulle osservazioni della superficie, precipitazioni ed evaporazione sono scarsi. Secondo il team australiano «Gli oceani globali forniscono un quadro molto più chiaro». Uno degli autori dello studio, Richard Matear delWealth from oceans flagship della Csiro, sottolinea che «L'oceano è importante per il clima, stocca il 97% dell'acqua del mondo, riceve l'80% di tutte le precipitazioni di superficie ed ha assorbito il 90% dell'aumento dell'energia della Terra associato al passato riscaldamento atmosferico. Il riscaldamento della superficie terrestre e della bassa atmosfera si prevede che rafforzi il ciclo dell'acqua in gran parte determinato dalla capacità dell'aria più calda di tenere e ridistribuire più umidità. L'intensificazione è un miglioramento nei modelli di scambio tra evaporazione e precipitazioni e, con gli oceani che rappresentano il 71% della superficie globale, il cambiamento è chiaramente rappresentato nei modelli di salinità delle superficie oceanica».
La ricerca è stata finanziata all'Australian climate change science program, un'iniziativa congiunta di Department of climate change and energy efficiency, Bureau of meteorology australiani e dal Csiro, supportata anche dal Department of energy Usa.
Nello studio, gli scienziati hanno messo insieme 50 anni di osservazioni dei cambiamenti globali della salinità in superficie con le modifiche da modelli climatici globali ed hanno trovato «solide prove di un ciclo globale dell'acqua intensificato ad un tasso di circa l'8% per ogni grado di riscaldamento della superficie - dice Durack - I modelli non sono uniformi, con variazioni regionali che concordando col meccanismo "'rich get richer", secondo il quale le regioni umide diventano più umide e le regioni secche più secche. Un cambiamento nella disponibilità di acqua dolce in risposta al cambiamento climatico pone un rischio più significativo del solo riscaldamento per la società umana e gli ecosistemi. Le modifiche del ciclo globale dell'acqua e la corrispondente ridistribuzione delle precipitazioni hanno impatti sulla disponibilità, la stabilità, l'accesso e l'utilizzo del cibo».
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Mutamenti climatici: il fitoplancton ha già trovato la "via" dell’adattamento
Intervenire sulle cause antropiche che hanno portato ai mutamenti climatici e intraprendere strategie di adattamento attraverso interventi strutturali e cambiamenti delle abitudini di vita. Questi tipologie di risposte che devono essere fornite dall'uomo, possono essere in qualche modo "copiate" da alcuni organismi viventi. Come noto l'aumento di CO2 in atmosfera causa anche il fenomeno dell'acidificazione degli oceani, cioè l'aumento della concentrazione dell'acido carbonico e la conseguente riduzione del pH con effetti sulla catena alimentare. Uno studio condotto dall'Helmholtz Centre for Ocean Research (Geomar) di Kiel (Germania) e pubblicato su Nature Geoscience, ha dimostrato come il fitoplancton unicellulare si stia evolvendo per adattarsi al cambiamento di pH del mare, mitigando gli effetti negativi dell'acidificazione.
«A causa dell'uso di combustibili fossili, le emissioni umane di anidride carbonica si dissolvono nel mare, dando origine a acido carbonico e quindi abbassano il pH- ha dichiarato Kai Lohbeck, biologo tra gli autori dello studio- Ma c'è un'alga unicellulare, chiamata Emiliana huxleyi, che costruisce attorno a sé una corazza di carbonato di calcio. Quest'esemplare del fitoplancton dimostra già un ottimo potenziale di adattamento alle condizioni sempre più acide dell'oceano». Durante lo studio sperimentale i ricercatori hanno isolato un campione di queste alghe, molte diffuse in natura dai mari tropicali a quelli sub-artici, note per le loro fioriture algali, e le hanno coltivate in laboratorio simulando le condizioni previste di acidità oceanica per un anno, equivalente a 500 generazioni. Tramite l'accumulazione di mutazioni casuali del DNA, il fitoplancton si è evoluto in modo da calcificare nella sua corazza maggiori quantità di CO2, sottraendole all'ambiente e mitigando l'innalzamento del pH.
«Ci aspettavamo un risultato simile, ma è stato interessante notare come le alghe abbiano reagito dopo sole 500 generazioni. Questo dimostra come molte specie abbiano la capacità di ridurre gli effetti negativi dei cambiamenti climatici, e la necessità di iniziative di conservazione», ha concluso Lohbeck.
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Cambiamento climatico: adeguamento contro adattamento?
L'Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) ha presentato "Managing the Risks of Extreme Events and Disasters to Advance Climate Change Adaptation" (Srex), il suo monumentale rapporto speciale (592 pagine che citano migliaia di studi scientifici) che, tra le altre cose, prende in esame anche l'utilizzo dei termini "adeguamento" ed "adattamento" che spesso vengono utilizzati in maniera intercambiabile. «La gestione dei rischi delle catastrofi comprende sia l'adeguamento che l'adattamento, due concetti che sono centrali nell'adattamento al cambiamento climatico tanto a livello teorico che pratico», si legge nel rapporto Ipcc. Il rapporto Srex ribadisce: «L'evidenza suggerisce che nell'ultimo mezzo secolo, il cambiamento climatico ha portato ai cambiamenti climatici estremi come ondate di calore, alte temperature record e, in molte regioni, forti precipitazioni. Gli eventi climatici estremi, o anche una serie di eventi non-estremi, in combinazione con vulnerabilità sociali e l'esposizione ai rischi sono in grado di produrre disastri legati al clima»,
Al rapporto hanno lavorato 220 autori provenienti da 62 Paesi, che si sono avvalsi di 18.784 esperti esterni e delle osservazioni fatte dai governi, il tutto è stato riguardato accuratamente in tre cicli di revisione formale. «Lo Srex fornisce un livello di dettaglio senza precedenti per quanto riguarda i cambiamenti osservati e attesi in condizioni atmosferiche e climatiche più estreme, sulla base di una valutazione globale di oltre 1.000 pubblicazioni scientifiche - ha detto Qin Dahe, co-presidente del Working Group II dell'Ipcc - Il rapporto fornisce inoltre una migliore differenziazione dei cambiamenti osservati e fa delle proiezioni sulle condizioni estreme di temperatura, precipitazioni e la siccità attraverso i continenti del globo».
La principale autrice del Srex,, Lisa Schipper, dello Stockholm environment institute, ha spiegato in una e-mail inviata all'agenzia stampa dell'Onu Irin che «L'adeguamento è un mezzo per rispondere all'impatto osservato che si inscrive in una vision a breve termine (pere esempio, una stagione), e l'adattamento è il processo di aggiustamento al cambiamento (osservato ed atteso) che si inscrive in una visione a lungo termine (per esempio, su une periodo di 6 mesi o più). La differenza pratica tra l'adeguamento e l'adattamento è che le strategie di adeguamento attuali rischiano di compromettere le prospettive di adattamento future a causa dell'utilizzo non pianificato e non strategico delle risorse, comprese le reti sociali. Così, è preferibile di non progettare l'adattamento futuro basandoci sulle attuali strategie di adeguamento. Questa distinzione è cruciale, perché il rapporto dell'Ipcc mette in luce la differenza tra la capacità della maggioranza degli abitanti del pianeta di far fronte agli eventi climatici estremi e la capacità necessaria per evitare di rimettere in causa lo sviluppo (vale a dire le perdite in vite umane e in mezzi di sussistenza, infrastrutture e beni). E' necessario un cambiamento delle attitudini di fronte allo sviluppo, al fine di distanziarci dalle risposte abituali alle catastrofi (concentrandosi d sulla reinstallazione delle popolazioni dopo una catastrofe senza prendersi il tempo per comprendere perché siano state esposte e vulnerabili al fenomeno) ed adottare un approccio più sostenibile e strategico. Per arrivarci, è essenziale tenere di conto della situazione particolare delle popolazioni. Questo implica un cambiamento di attitudini a livello della comunità, il che potrebbe rivelarsi difficile e non può essere ottenuto rapidamente. Per esempio, le tradizioni sociali e culturali possono esporre delle popolazioni a rischi più importanti, come il fatto di vivere nelle zone più pericolose, perché la scelta dei mezzi di sussistenza lo impone: una presa di coscienza di questi fattori ci aiuterà ad evitare un cattivo adattamento, che si produce quando la vulnerabilità è accresciuta per l'inadeguatezza di una risposta, di una politica o di un progetto il cui obiettivo era quello di favorire l'adattamento della popolazione».
Secondo Tom Mitchell, direttore della divisione cambiamento climatici dell'Overseas evelopment institute britannico, «Le strategie di adattamento sono maggiormente proattive perché vengono attuate al fine di evitare che i rischi naturali si trasformino in catastrofi. Per esempio se sappiamo che una regione è esposta ai terremoti o alle inondazioni, le strategie di adattamento messe in opera comprenderanno lo spostamento degli abitanti di questa regione, la costruzione di dighe per prevenire le inondazioni o la valutazione della resistenza sismica delle abitazioni. L'adeguamento non è però meno importante: la fornitura di attrezzature ed equipaggiamenti di primo soccorso indispensabili, di cibo e di acqua per aiutare le popolazioni a far fronte ad una catastrofe naturale improvvisa, come un terremoto o delle inondazioni, è importante e vitale»,
Mentre alcuni eventi meteorologici estremi e gli eventi climatici portano a disastri, altri non lo fanno. «Le politiche per evitare, prepararsi, reagire e riprendersi dai rischi dei disastri in grado di ridurre l'impatto di questi eventi devono aumentare la resilienza delle persone esposte ad eventi estremi - dice l'Ipcc - Al tempo stesso, la resilienza si trova di fronte a dei limiti quando le soglie o i punti critici associati ai sistemi sociali e/o naturali vengono superati, rappresentando le sfide più gravi per l'adattamento».
Chris Field, co.presidente del Working Group II dell'Ipcc, sottolinea che «Il messaggio principale del rapporto è che ne sappiamo abbastanza per prendere buone decisioni sulla gestione dei rischi delle catastrofi legate al clima. A volte ci avvaliamo di questa conoscenza, ma molte volte non lo facciamo. La sfida per il futuro è quella di una dimensione incentrata sul miglioramento della base di conoscenze e sul potenziamento delle buone decisioni, anche per quelle situazioni in cui c'è molta incertezza».
Presentando il Srex a Ginevra, il presidente dell'Ipcc RK Pachauri aveva detto che «Il rapporto integra tre aree di competenza, è un prodotto dell'Ipcc che ha una rilevanza politica elevata per i Paesi e le comunità di tutto il mondo. Gli autori hanno valutato le informazioni scientifiche e tecniche provenienti da tutto il mondo per fornire e comunicare la conoscenza su quel che sappiamo con sicurezza, nonché l'individuazione dei settori in cui è essenziale una maggiore evidenza scientifica per acquisire una comprensione più profonda, I fattori ambientali e sociali che influenzano il rischio di disastri variano da regione a regione, ma molte delle strategie efficaci per affrontare con rischio di catastrofi nei cambiamenti climatici sono simili. Le misure più efficaci tendono ad essere quelli che aiutano lo sviluppo sostenibile, forniscono una diverso portafoglio di opzioni e rappresentano strategie "low regrets" , nel senso che queste apportino vantaggi ad una vasta gamma di "climate futures. "L'Ipcc è profondamente impegnato a produrre rapporti che sono rilevanti per la politica, ma non sono prescrittivi per la politica, attraverso un processo trasparente».
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Dove era finita la CO2 durante l'ultima glaciazione? In fondo al mare
Perché l'atmosfera 20.000 anni fa, durante l'ultima glaciazione, conteneva così poca CO2? E perché è aumentata quando il clima è diventato più caldo? Ha cercato di rispondere a queste due domande la ricerca" Carbon Isotope Constraints on the Deglacial CO2 Rise from Ice Cores", pubblicata su "Science" da un team di ricercatori dell'università di Berna (Svizzera), dell'istituto Alfred Wegener Institute per la ricerca polare e marina di Bremerhaven (Germania) e del Laboratorio di glaciologia e geofisica dell'ambiente del Cnrs di Grenoble (Francia).
Secondo la riocerca «Il rapporto isotopico stabile della CO2 atmosferica(δ13Catm ) è un parametro chiave per decifrare i cambiamenti del ciclo di carbonio del passato. Qui vi presentiamo i dati δ13Catm relativi agli ultimi 24.000 anni provenienti da tre carote di ghiaccio antartiche. Possiamo concludere che il pronunciato calo dello 0,3 ‰ nello δ13Catm durante la deglaciazione precoce può essere meglio spiegato con l' upwelling di vecchie acque arricchite di carbonio nell'Oceano Antartico.
Più tardi nella deglaciazione, con la ricrescita della biosfera terrestre, le variazioni di temperatura della superficie del mare, e sulla circolazione oceanica hanno governato l'evoluzione dello δ13Catm evoluzione. Durante l'ultimo massimo glaciale, lo δ13Catm e la CO2 sono stati sostanzialmente costanti, suggerendo che il ciclo del carbonio è in equilibrio dinamico e che il trasferimento netto di carbonio verso l'oceano profondo era avvenuto prima di allora».
Tradotto in parole semplici: durante ultima glaciazione l'anidride carbonica era nascosta nell'Oceano.
Un team internazionale di glaciologi si è spinto ancora più indietro nel tempo ed ha trovato conferme di questa teoria: esiste uno stretto nesso tra anidride carbonica e temperatura nel corso degli ultimi 800.000 anni. Le basse emissioni di CO2 si concentrano durante le ere glaciali e i valori maggiori si riscontrano durante i periodi caldi.
Il principale autore dello studio, Jochen Schmitt, dell'Università di Berna, spiega su ScienceDaily: «Siamo stati in grado di identificare i processi negli oceani che sono collegati alla crescita osservata della CO2. Durante l'era glaciale maggiori quantità di anidride carbonica si sono accumulate nelle profondità dell'oceano, causando il calo della concentrazione atmosferica di CO2. Solo alla fine dell'Era Glaciale questa CO2 stoccata è stata portata di nuovo in superficie del mare tramite una modifica della circolazione oceanica e quindi re-immessa nell'atmosfera. Un nuovo metodo di misurazione degli isotopi ha ora reso possibile per la prima volta di decodificare in modo affidabile l'impronta digitale della CO 2 conservata nel ghiaccio».
Schmitt e il suo collega Hubertus Fischer hanno sviluppato questi nuovi metodi di misurazione degli isotopi nelle carote di ghiaccio presso l'Istituto Alfred Wegener e poi le hanno affinate in tanti anni di lavoro di ricerca dopo essersi trasferito a Berna. I glaciologi estraggono completamente l'aria intrappolata nel nucleo di ghiaccio e misurano gli isotopi della CO2 con uno spettrometro di massa, determinando così l'origine del biossido di carbonio, un procedimento che chiamano "CO2 fingerprint".
«Tuttavia finora non era stato possibile effettuare un'analisi precisa del biossido di carbonio intrappolato nel ghiaccio antartico a causa delle difficoltà tecniche», dicono i ricercatori - I nuovi dati hanno già permesso di rivedere e migliorare alcune teorie sulle possibili cause delle fluttuazioni della CO2. I dati di misurazione del passato ci consentono di avere un'idea più chiara su come deve essere stato il clima alla fine dell'Era Glaciale».
Ora i dati dovranno essere confrontati con i risultati dei modelli climatici per verificarli e svilupparli ulteriormente: «Oltre alla curiosità scientifica su come la nostra Terra abbia funzionato in passato, la domanda principale da porsi è come la Terra si svilupperà sotto l'influenza dell'uomo - spiega Schmitt - Si tratta di scenari importanti per il futuro perché la CO2 contenuta nell'atmosfera negli ultimi 800.000 anni non è mai stato nemmeno lontanamente elevata come oggi».
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Antartide: lo sfaldamento dei margini delle banchise accelera lo scorrimento dei ghiacciai
Un nuovo studio dell' Austin's Institute for Geophysics dell'università del Texas (Utig) ha esaminato quasi 40 anni di immagini satellitari ed ha scoperto che «Le piattaforme di ghiaccio galleggianti di una parte critica dell'Antartide occidentale stanno progressivamente perdendo la loro aderenza sulle pareti della baia adiacente, amplificando potenzialmente una perdita già accelerata di ghiaccio marino».
La ricerca "Widespread rifting and retreat of ice-shelf margins in the eastern Amundsen Sea Embayment between 1972 and 2011', pubblicata sul Journal of Glaciology, sottolinea che il dato ancora più esteso dell'evoluzione delle piattaforme di ghiaccio galleggianti nel Amundsen Sea Embayment orientale nell'Antartide occidentale dimostra che i margini delle banchise, dove fanno presa su pareti rocciose o masse di ghiaccio più lenti, si stanno fratturando e i ghiacciai si ritirano nell'entroterra.
Se continueranno ad " allentare la presa", queste banchise, già in diradamento, saranno ancora meno in grado di mantenere il ghiaccio sul continente antartico.
Secondo glaciologi texani le piattaforme di ghiaccio nel Mare di Amundsen sono cambiate in modo sostanziale da quando il satellite Landsat ha cominciato a raccogliere dati nel 1972: «Questi cambiamenti sono stati particolarmente rapida durante lo scorso decennio, e le banchise ghiacciate più colpite includono le estensioni galleggianti delle Thwaites, in rapido diradamento, e i ghiacciai di Pine Island».Joseph MacGregor, a capo degli autori che hanno realizzato lo studio, spiega che «Normalmente il "leading edge" di una banchisa si muove in avanti costantemente nel tempo, ritirandosi episodicamente quando butta fuori un iceberg, ma che non è quello che è successo lungo gli "shear margins". Chiunque può esaminare questa regione con Google Earth e vedere uno snapshot degli stessi dati satellitari che abbiamo utilizzato, ma solo attraverso l'esame dei tutti i dati satellitari è possibile distinguere il cambiamento a lungo termine del "cyclical calving"».
I margini che uniscono le piattaforme di ghiaccio lateralmente si stanno fortemente sfaldando, un fenomeno che i ricercatori definiscono come «Simile a uno specchio rotto» e che produce il distacco di molti iceberg che vanno alla deriva verso il mare aperto. Il fronte che produce gli iceberg si ritira lungo i margini disintegrandoli. Il modello "marginal rifting and retreat" potrebbe essere un sintomo, e non la causa, dell'accelerazione del movimento dei ghiacciai registrata recentemente in questa regione antartica, ma questo schema potrebbe anche produrre un'ulteriore accelerazione.
Una delle autrici dello studio, Ginny Catania, evidenzia che «Mentre il ghiaccio galleggia, diventando una piattaforma di ghiaccio, il suo flusso fa resistenza in parte i margini, che sono le pareti della baia o i margini in cui si fondono due ghiacciai. Un ghiacciaio che accelera può staccarsi dai suoi margini, creando fratture che impediscono ai margini di fare resistenza al flusso di ghiaccio, provocando un'ulteriore accelerazione».'
Il team Utig ha scoperto che le più grandi accelerazioni dei ghiacciai si sono verificate a monte dei margini continentali. Fino ad ora la disgregazione lenta ma costante lungo i margini della banchisa era stato trascurata nella maggior parte dei computer models di questa regione critica dell'Antartide occidentale, in parte perché si tratta di fratture, ma anche perché non esisteva nessun rapporto completo su questo schema. I ricercatori texani concludono: «Diverse spaccature presenti nelle piattaforme di ghiaccio suggeriscono che siano pronte a ridursi ulteriormente».
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Artico: il ghiaccio marino al massimo annuale, ma si scioglierà rapidamente. La "spirale generale al ribasso"
Il ghiaccio marino nell'Artico ha raggiunto il suo massimo livello per quest'anno e sta cominciando a sciogliersi con l'inizio della primavera. Ha raggiunto i 15,24 milioni di chilometri quadrati, una superficie leggermente superiore alla maggiore estensione raggiunta nel 2011, che pure ha segnato il minimo storico dell'estensione invernale. Ma il trend verso il calo dei ghiacci marini artici continua: negli ultimi 9 anni si sono registrate le estensioni massime minori da quando i dati presi dai satelliti.
Inoltre l'estensione del ghiaccio è diminuita in tutti i periodi dell'anno, anche se le tendenze al ribasso nei mesi invernali sono meno ripide che in estate, questo è in gran parte dovuto al fatto che la maggior parte del Mar Glaciale Artico viene comunque ricoperta di ghiaccio ogni inverno quando il sole scompare a nord del Circolo Polare Artico. Ma è l'estate a preoccupare sempre di più: nel 2011 l'estensione dei ghiacci marini è calata praticamente fino al record minimo raggiunto nel 2007 e più questo data è in diminuzione più diventa difficile raggiungere massimi invernali in linea con le medie storiche, dato che c'è "una base più piccola" sulla quale ricostruire la banchisa.
Ma il ghiaccio artico sta diminuendo anche in volume e spessore: secondo Walt Meier, del National snow and ice data center Usa (Nsidc), «Quest'inverno il ghiaccio era solo da circa 10 a 30 centimetri di spessore al massimo ."Così sarà tutto sciolto molto velocemente. E dato che si scioglie completamente, così diventerà più difficile che si riformi», Creando quello il direttore del Nsidc, Mark Serreze, ha definito "Spirale generale al ribasso» .
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Global warming: il livello del mare potrebbe salire di 20 metri. L'attuale livello di CO2 in atmosfera come nel tardo Pliocene
Secondo una nuova ricerca, "High tide of the warm Pliocene: Implications of global sea level for Antarctic deglaciation", pubblicata su Geology, «Anche se riuscissimo a limitare il global warming a due gradi Celsius, come il Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici raccomanda, le generazioni future potrebbero dover affrontare dei livelli del mare da 12 a 22 metri superiore a quello attuale».
Il team di ricercatori statunitensi, neozelandesi e canadesi, guidato da Ken Miller della Rutgers University del New Jersey, ha studiato campioni di sedimenti in Virginia negli Stati Uniti, nell'atollo di Enewetak nel Pacifico e nella regione di Whanganui in Nuova Zelanda e la situazione nel tardo Pliocene, da 2,7 a 3,2 milioni di anni fa, l'ultima volta in cui il livello di biossido di carbonio nell'atmosfera era al livello attuale e le temperature atmosferiche 2 gradi in più di quelle odierne.
Tim Naish, dell' università neozelandese di Victoria a Wellington.Che ha condotto ricerche suol campo negli ultimi 20 anni, spiega: «Sappiamo che i livelli globali del mare in quel periodo erano superiori a quelli presenti, ma le stime variano da cinque a oltre 40 metri in più. Il team ha analizzato la posizione del livello del mare, 3 milioni di anni fa e ha concluso che è molto probabile, con il 95% delle possibilità, che il livello del mare abbia raggiunto un picco 10 - 30 più alto dell'attuale, con una migliore stima di 22 metri. Whanganui ha uno dei migliori archivi geologici mondiali del livello globale del mare durante il clima caldo del Pliocene ed è un data set centrale in questo nuovo studio».
Naish ha guidato anche un team internazionale in Antartide nell'ambito del progetto Andrill che ha trivellato i fondale del Mare di Ross nel 2006 ed ha scoperto che durante il Pliocene i ghiacci antartici si ritirarono in modo significativo. «Quello che stiamo vedendo - dice - è che la prova del collasso calotta antartica è coerente con l'evidenza del livello del mare in questo nuovo studio».
Miller è convinto che il livello del mare muterà con il tempo: «Non bisogna ancora che vendiate la vostra casa di vacanze sulla spiaggia, a causa della fusione di questi lastroni di ghiaccio di grandi dimensioni ci vorranno da secoli a poche migliaia di anni. L'attuale traiettoria dell'aumento globale del livello del mare nel XXI secolo è di 2 a 3 piedi (da 0,8 a 1 metro) a causa del riscaldamento degli oceani, della parziale fusione dei ghiacciai di montagna e della parziale fusione della Groenlandia e in Antartide».
Naish evidenzia però che «Lo studio mette in discussione la "sensibilità" delle banchise di ghiaccio più grandi della terra alle variazioni della temperatura e dimostra che lo stato naturale della terra con il livello di anidride carbonica già raggiunto in atmosfera è quello che comporta livelli del mare di circa 20 metri in più del presente. Se gli attuali livelli di biossido di carbonio nell'atmosfera non diminuissero e gli esseri umani dovessero scomparire dal pianeta e tornare tra 2000 anni, troverebbero un mondo dove gli oceani sono aumentati di 20 metri»
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Lotta ai cambiamenti climatici: i 9 candidati ad ospitare il Climate technology centre dell'Unfccc
La Conferenza delle Parti (Cop) della Convenzione dell' United Nations framework convention on climate change (Unfccc) ha istituito un Technology mechanism, un network costituito da un Technology executive committee e da un Climate technology centre. La Cop17Unfccc di Durban ha deciso di avviare il processo per selezionare l'organizzazione ed il Paese che dovranno ospitare il Climate technology centre.
«Al fine di rendere il Technology mechanism pienamente operativo nel 2012. Il meccanismo è stato progettato per stimolare la cooperazione tecnologica e per migliorare la sviluppo e il trasferimento di tecnologie atte a sviluppare un'azione paese contenimento delle emissioni di gas serra e l'adattamento agli effetti inevitabili del cambiamento climatico».
All'invito del segretariato Unfccc rivolto alle organizzazioni interessate, tra cui consorzi di organizzazioni, a presentare le proposte per ospitare il Climate technology centre hanno risposto in 9. South-South Global Assets and Technology Exchange (Cina), Instituto Tecnologico de Costa Rica (Costarica), International Clean Energy Partnership Association ICEPS e.V (Germania, Technology Information Forecasting and Assessment Council (India), Research Institute of Petroleum Industry (Iran), Agency for the Assessment and Application of Technology (Indonesia), Det Norske Veritas AS (Norvegia), Global Environment Facilit (Usa) e un mega-consorzio guidato dall'United Nations environment programme, con base in Kenya, e costituito anche da United Nations Industrial Development Organization (Unido), - Asian Institute of Technology (Ait - Thailandia), Bariloche Foundation - (Bf - Argentina), Council for Scientific and Industrial Research (Csir - Sudafrica), The Energy and Research Institute (Teri - India), Environment and Development Action in the Third World (Enda-Tm - Senegal), Tropical Agricultural Research and Higher Education Center (Catie - Costarica), World Agroforestry Centre (ICraf - Kenya), Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (Giz - Germania), Energy Research Centre of the Netherlands (Ecn - Olanda), National Renewable Energy Laboratory (Nrel - Usa), Unep Risø Centre e Unep DHI Centre (Urc - Danimarca).
Le nove organizzazioni che si sono fatti avanti comprendono le agenzie Onu, imprese, organizzazioni della società civile ed enti governativi e la segretaria esecutiva dell'Unfccc, Christiana Figueres, ha detto: «Sono colpita dalla vasta gamma di organizzazioni che vogliono svolgere un ruolo chiave nella promozione dalla clean and climate-safe technology. Questo entusiasmo è incoraggiante e di buon auspicio per il successo dell'intero Technology mechanism, che ha il potenziale per essere un pilastro centrale di sostegno per lo sviluppo dell'azione dei Paesi sui cambiamenti climatici».
Le candidature saranno vagliate da un comitato di valutazione composto da 6 membri del Technology executive committee, il braccio politico del meccanismo tecnologico, si riunirà il 2 aprile a Bonn per decidere un breve elenco di fino a 5 candidati.
L'elenco ridotto sarà quindi sottoposto ai rappresentanti dei governi durante la Climate change conference che si terrà a Bonn dal 14 al 25 maggio, dove il Subsidiary body for implementation Unfccc proporrà l'organizzazione ed il Paese che ospiteranno il Climate technology centre. L'approvazione definitiva verrà dalla Cop18 Unfccc che si terrà dal 26 novembre al 7 dicembre a Doha, la capitale del Qatar.
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La storia del cambiamento climatico riscritta dai dati russi: è stato il 2010 e non il 1998 l’anno più caldo
La pubblicazione di dati provenienti da centinaia di basi russe all'interno del Circolo Polare Artico riscrive la storia del cambiamento climatico: secondo gli scienziati della Climatic research unit (Cru) dell'università dell'East Anglia e del Met Office britannico che hanno rifatto i calcoli, il 2010 ha superato 1998 come anno più caldo mai registrato, seguito al secondo posto da 2005, mentre il "caldissimo" 1998 retrocede in in terza posizione.
L'aggiornamento si è avvalso dei dati HadCrut, il dataset delle temperature mensili della superficie marina compilato dall'Hadley centre del Met Office e di quelli della superficie terrestre fornite dal Cru, che viene utilizzato come banca-dati delle temperature globali risalenti al 1850. L'ultima versione, l'HadCrut4, comprende i nuovi dati disponibili, anche quelli dell'All russian research institute che aggiungono ulteriori informazioni sulla regione polare del nord, scarsamente osservata. Così sono state raccolte diverse osservazioni selle temperature della superficie marina che vengono prese in considerazione dalla nuova versione dell'HadCrut , la quale fornisce anche molti più dettagli sulle "incertezze".
Colin Morice, un ricercatore scientifico responsabile del monitoraggio climatico al Met Office, spiega che «il nuovo studio mette insieme le nostre banche dati più recenti e più complete delle osservazioni delle temperature terrestri e marine, insieme ai recenti progressi nella nostra comprensione di come le misurazioni sono state effettuate in mare. Queste sono state combinate per darci un quadro più chiaro di come i dati storici ci raccontano il cambiamento climatico globale negli ultimi 161 anni. Gli aggiornamenti hanno comportato alcune modifiche dei dati nominali delle temperature medie globali per i singoli anni, ma non hanno cambiato il segno del global warming di circa +0,75° C dal 1900».
Una delle ragioni principali per le lievi modifiche alla temperatura media per gli anni successivi nell' HadCrut4 è proprio l'inclusione di molti più dati provenienti dall'Artico, un'area che si sta riscaldando più velocemente rispetto ad altre parti del mondo.
Phil Jones, direttore della Cru sottolinea che «HadCrut è basato sulle osservazioni e abbiamo già detto chiaramente che non può pienamente cogliere le modifiche nell'Artico, perché abbiamo avuto davvero pochi dati dell'area. Nell'ultima versione abbiamo incluso osservazioni da più di 400 stazioni in tutto l'Artico, Russia e Canada. Questo ha portato ad una migliore rappresentazione di quello che sta succedendo in quella grande regione geografica».
Un altro cambiamento ha riguardato come affrontare i diversi modi in cui sono state misurate le temperature della superficie del mare, che avrebbero avuto un effetto sui dati di alcuni anni precedenti, in particolare nella metà del XX secolo. Secondo Peter Stott, a capo del Climate monitoring and attribution del Met Office, «un esempio di questo sono i rapidi cambiamenti dei tipi di misurazioni che vediamo negli archivi digitali intorno alla seconda guerra mondiale. Alcune osservazioni della temperatura del mare sono state prese con secchi trainati a bordo di navi e altre sono state effettuate nelle sale macchine. La ricerca ha dimostrato che le letture dei secchi erano generalmente più fredde, così quando guardiamo le modifiche nel database da una fonte all'altra, si vedono salti artificiali nei dati grezzi. Abbiamo quantificato e corretto questi effetti per dare, attraverso loro, una visione più chiara dell'evoluzione delle temperature globali».
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Usa: è "scomparso" l’inverno. Diminuiscono neve e pioggia ed aumentano siccità e tornado
La primavera sta per arrivare anche negli Usa, ma secondo molti l'inverno non è mai davvero arrivato e gli americani passeranno direttamente all'estate, che potrebbe essere torrida. E a leggere il rapporto "State of the Climate" del National climatic data center della National oceanic and atmospheric administration (Ncdc/Noaa) sembrano aver ragione: temperature invernali più calde della media (tra le 10 più alte mai registrate e le più alte dal 2000) ci sono state in 27 Stati delle Northern Plains, Midwest, Southeast e Northeast. Solo il New Mexico ha avuto temperature invernali al di sotto della media del XX secolo.
La siccità ha colpito soprattutto gli Stati occidentali: in California c'è stato il secondo inverno più secco mai registrato, con precipitazioni di ben 7,82 pollici sotto la media. Il Montana ha avuto l'ottavo inverno più secco della sua storia ed Oregon ed Idaho hanno avuto dati all'interno della top ten della siccità. Condizioni di siccità superiori alla media erano presenti anche in tutte le Northern Plains e nel Southeast e Northeast. Precipitazioni superiori alla media si sono verificati negli Stati Uniti centrali, dalla Valle dell'Ohio e nelle pianure meridionali.
La più grande nevicata negli Usa è avvenuta nell'ottobre 2011 e sembrava annunciare un inverno "bianco", invece durante la stagione invernale 2011-2012 le nevicate sono state scarse in molte aree. Secondo i dati del Rutgers Global Snow Lab, la copertura nevosa durante l'inverno «E' stata di circa 237.000 miglia quadrate al di sotto della media 1981-2010» la meno estesa copertura invernale nei 46 anni da quando sono disponibili i dati satellitari. Il manto nevoso è stata particolarmente scarso in alcune aree occidentali: in parti della California, Nevada, Arizona è stato meno della metà della media.
Secondo il Climate extremes index della Noaa, che registra il 10% più basso ed il 10% più alto degli estremi di temperature, precipitazioni, siccità e cicloni tropicali, l'inverno 2011/2012 è stato il nono per valori più alti in 102 anni di dati raccolti, quasi un terzo degli Usa è stato interessato da eventi climatici estremi. I valori elevati sono in gran parte dovuti agli estremi di caldo delle temperature massime e minime giornaliere nel Northeast, Upper Midwest ed Ohio Valley.
In Alaska, nonostante un gennaio particolarmente freddo con temperature medie di 1,4 gradi Fahrenheit sotto la media (il 35esimo inverno più freddo nei 94 anni in cui sono disponibili dati), il caldo superiore alla media a dicembre e febbraio ha bilanciato le temperature, portandole più vicino alla media a lungo termine.
Nel mese di febbraio, gli Usa hanno avuto una temperatura media nazionale di 38,3° F, cioè 3,6 gradi F sopra la media, si è trattato del 17esimo inverno più caldo mai registrato. A febbraio temperature molto superiori alla media ci sono state in tutta la regione dei Grandi Laghi, nel Mid-Atlantic e nel Northeast. La media della temperatura nel Massachusetts è stata come quella del febbraio 1998, il più caldo mai registrato, 7,9° F sopra la media. In 12 Stati Usa a febbraio le temperature sono tra le 10 più calde mai registrate.
Il livello medio nazionale delle precipitazioni di febbraio è in calo: 0,25 pollici sotto della media e a lungo termine 2,02 pollici. Condizioni di estesa e grave siccità sono presenti in tutto il West, Southeast e Midwest. La siccità colpisce particolarmente gli Stati di New York, Vermont, New Hampshire, Massachusetts, Connecticut, Rhode Island, New Jersey, tutti a febbraio con siccità classificate nella "top ten". Invece South Dakota, Nebraska, Kansas e Louisiana hanno avuto precipitazione classificabili come il febbraio tra i 10 più piovosi della storia. Secondo l‘US Drought Monitor al 28 febbraio, circa il 39% dei "contiguous United States" (Gli Usa senza Alaska ed Hawaii) «Stava vivendo condizioni di siccità, un lieve aumento rispetto all'inizio del mese». Però l'area "D4", dove la siccità è più grave o eccezionale, si è ridotta dal 3,2% al 2,5%. Le condizioni di siccità migliorano nelle pianure meridionali dove ci sono state precipitazioni superiori alla media per diversi mesi. Invece le condizioni di siccità peggiorano in tutto il Southeast ed il West che sono più secchi rispetto alla media.
La neve al 28 febbraio ricopriva circa un milione di miglia quadrate dei "contiguous United States", 139.200 miglia quadrate sotto la media 1981-2010. La minore copertura nevosa si è avuta nonostante che numerose tempeste invernali di grandi dimensioni abbiano colpito le Montagne Rocciose e le pianure del Nord.
Secondo i dati preliminari dello Storm prediction center della Noaa «Ci sono state 57 segnalazioni di tornado nel mese di febbraio, quasi il doppio del numero medio di cicloni per il mese». La maggior parte dei tornado ci sono stati il 28 ed il 29 febbraio, quando un forte sistema temporalesco ha prodotto diversi forti tornado dal Nebraska al Tennessee, causando circa 13 vittime.