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Metti l'Ilva di Taranto a Tehran: diario di uno spettacolo
Siamo da pochi giorni rientrati da Tehran, dove su invito del 16° IIFUT International Iranian Festival of University Theatre, abbiamo presentato tre repliche del nostro spettacolo "L'Eremita contemporaneo - MADE IN ILVA" una rielaborazione artistica di una ricerca svolta sull'ILVA di Taranto.
Tehran ha costituito un passo importante per noi. Si tratta della prima volta in cui questo spettacolo viene presentato fuori dall'Europa. Questa tappa internazionale ci ha permesso di incontrare un pubblico molto diverso e certamente all'oscuro della vicenda dell'ILVA, non solo per una questione di distanza ma anche per una serie di regole e censure che incidono pesantemente sull'informazione e sulle notizie che provengono dall'estero.
Lo spettacolo è nato da una lunga ricerca iniziata già nel 2008, quando parlare dell'ILVA poteva sembrare anacronistico e di scarso interesse. All'inizio siamo partiti dall'indagine della condizione di oppressione generata dai ritmi frenetici della società contemporanea. Una critica al sistema capitalistico che si è poi esplicitata in una critica ad una situazione specifica, che Anna Dora Dorno, regista dello spettacolo, nata e cresciuta in provincia di Taranto, conosceva bene da vicino: la vicenda dell'ILVA.
Quello che ci interessava esprimere attraverso questo lavoro era l'ambivalenza, il dramma, il dissidio umano che provavano i lavoratori o i giovani costretti a fuggire dalla città. La continua tensione esistente tra la volontà di evadere da quella "prigione" e la necessità di sopravvivere e quindi di lavorare in condizioni disumane, nella consapevolezza di causare danni a se stessi, ai propri cari e all'intero territorio.
Abbiamo intervistato i ragazzi della nostra generazione che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni, che hanno provato a lavorare all'ILVA, molti dei quali hanno deciso di emigrare nella speranza di trovare strade migliori, altri invece, quelli che restano, sono costretti a vivere questa condizione di "condanna".
I racconti e le suggestioni sono state da noi trasposte in chiave poetica, azioni fisiche e suggestioni musicali, capaci di esprimere questi sentimenti, in maniera forte ed emozionale al pubblico italiano che conosce ormai la vicenda ma anche a tutti coloro i quali potevano essere in grado di comprenderla e di vivere emozioni affini. Così lo spettacolo è arrivato prima a Stoccolma e poi a Tehran.
La motivazione della scelta dell'Eremita contemporaneo - MADE IN ILVA come spettacolo principale dell'IIFUT Festival ci è stata rivelata direttamente da Ali Taghizadeh, direttore del festival, durante il nostro primo incontro negli uffici del teatro. Davanti ad una tazza di tè, Ali ci ha spiegato che ciò che lo ha colpito nello spettacolo è il linguaggio fisico attraverso il quale una vicenda ed una condizione così drammatica può essere espressa e di conseguenza recepita in maniera universale. Lo spettacolo contiene a suo avviso non solo un messaggio chiaro, ma una spinta vitale che può rivoluzionare e condizionare il teatro Iraniano ed infondere nei giovani attori e studenti, la volontà di riscoprire il rapporto col proprio corpo, vittima di una serie di limitazioni imposte dalle regole. Secondo lui, il lavoro dell'artista e dell'attore e il teatro contemporaneo in generale possono farsi promotori di un cambiamento, e mettere in atto, nel rispetto delle regole, una piccola "rivoluzione". Uno stimolo che arriva da lontano, come il nostro spettacolo, può, grazie alla sua forza scenica ed alla sua diversità, diventare un esempio per gli studenti. In Iran infatti le Università rappresentano le uniche zone franche in cui alcune regole si possono trasgredire e in cui il teatro appare come un luogo libero e necessario.
Forse in un primo momento non abbiamo davvero compreso la spinta rivoluzionaria di cui parlava il direttore del Festival. Il nostro spettacolo ha sempre suscitato in Italia e all'estero forti reazioni ma sicuramente a Tehran è successo qualcosa di diverso, di magico che si è andato chiarendo nei giorni. Raccontare attraverso il corpo, le immagini proiettate, le suggestioni, i suoni, le emozioni, una storia di cui tutti potremmo essere protagonisti, intrappolati nelle nostre "fabbriche", nelle nostre prigioni, costruite dalle regole imposte dalle società di cui facciamo parte, ha consentito agli spettatori Iraniani di entrare per empatia scenica in una vicenda a loro estranea ma allo stesso tempo così vicina, attuale e densa di rimandi alla propria condizione sociale e politica. Che importa se le regole sono quelle del sistema di produzione capitalistico o di un regime politico e religioso, quello che conta è il sentire di essere strumenti al servizio di qualcosa di più grande che condiziona la nostra libertà e la nostra esistenza. Vivere sotto un embargo imposto dal colosso americano, o nel rispetto di un rigido sistema di regole che vieta e censura molte forme di espressione artistica, lavorare per pochi Rial, moneta che si è svalutata così rapidamente che i tassi di cambio su internet non sono ancora aggiornati, ha reso il nostro "Eremita contemporaneo", un personaggio con il quale immedesimarsi, soffrire, emozionarsi, reagire, lottare per l'affermazione della propria libertà.
Comunicato introduttivo
La compagnia di teatro sperimentale Instabili Vaganti è di rientro dall'Iran, dove dal 7 al 11 maggio 2013 ha presentato nell'ambito del 16° IIFUT International Iranian Festival of University Theatre, tre repliche dello spettacolo "L'Eremita contemporaneo - MADE IN ILVA" e diretto un workshop intensivo di teatro per gli studenti dell'Università di Tehran nell'ambito del nuovo progetto MEGALOPOLIS, una ricerca sull'era globale che la compagnia porta avanti lavorando con attori e performer delle più grandi metropoli del pianeta. Lo spettacolo, diretto dalla regista di origine Tarantina Anna Dora Dorno e interpretato da Nicola Pianzola, è il frutto di una lunga ricerca sull'ILVA di Taranto, condotta dalla compagnia dal 2008. La drammaturgia trae ispirazione dal diario di un operaio, deceduto a causa di un incidente sul lavoro e dalle testimonianze di numerose persone che vivono nella città di Taranto. Lo spettacolo ha vinto in Italia il premio di residenza creativa OFFX3 a Trento, il bando di selezione Visionari al festival Kilowatt di Sansepolcro, è stato recentemente candidato al Premio Antonio Landieri -Teatro d'impegno civile 2013 a Napoli. A livello internazionale è stato selezionato allo STOFF Festival di Stoccolma, dove ha debuttato nel 2012.
Note sulla compagnia Instabili Vaganti
Nasce nel 2004 dal sodalizio artistico della regista e attrice Anna Dora Dorno e del performer Nicola Pianzola a Bologna dove dirige il LIV - Performing Arts Centre e il Festival PerformAzioni. La compagnia basa la propria ricerca sulle capacità espressive del corpo del performer e sulla relazione con altri linguaggi performativi: musica, arti visive, video. Instabili Vaganti produce spettacoli, performance, installazioni, dirige workshop, laboratori, seminari e progetti in tutto il mondo collaborando con importanti istituzioni come il Grotowski Institute in Polonia, la Fondazione Bauhaus in Germania, il BIPAF Festival in Corea e con numerosi centri di ricerca, Festival e Università internazionali.
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Vent'anni fa moriva Laura Conti. Domani le verrà intestato un giardino pubblico
Il 25 maggio di 20 anni fa scompariva Laura Conti. La donna che, come medico e come politico, ha dato un personalissimo e preziosissimo contributo alla nascita dell'ambientalismo italiano (e a Legambiente). Domani a Milano (ore 11, via Michelino da Besozzo, fronte civico 10), le verrà intitolato un giardino pubblico, proprio vicino alla casa in cui è vissuta.
Gli anni passati non hanno tolto attualità alle sue battaglie e al suo impegno. L'Italia, soprattutto in questa tumultuosa fase politica, economica, e sociale, ha ancora grande bisogno della sua lezione e della sua passione civica.
Laura Conti è nata a Udine il 31 marzo 1921 ed è morta a Milano il 25 maggio 1993. Giovanissima si è trasferita a Milano dove, studentessa di Medicina, prende parte alla Resistenza; catturata dai tedeschi è internata nel campo nazista di transito di Bolzano in attesa di venire deportata in Germania. Tornata libera, si laurea in Medicina nel 1949; in Austria si specializza in ortopedia e a Milano svolge la sua attività di medico.
Attenta studiosa del Movimento di Liberazione (si deve a lei un monumentale saggio bibliografico su "La Resistenza in Italia") si impegna nella medicina del lavoro e comincia a occuparsi di ecologia e di problemi ambientali. Dal 1960 al 1970 è consigliere alla Provincia di Milano; dal 1970 al 1980 è Consigliere alla Regione Lombardia.
Il 10 luglio 1976, dalla Icmesa di Meda esce una nube tossica contenente alcuni chilogrammi di una sostanza allora quasi sconosciuta, la diossina, sufficienti a contaminare decine di chilometri quadrati di hinterland milanese. Laura Conti come medico e come consigliere regionale è accanto alla popolazione di Seveso. Da questa esperienza nascono i celebri "Visto da Seveso" e "Una lepre con la faccia di bambina".
Laura Conti è stata una grande educatrice e una grande divulgatrice: ha scritto oltre venti libri e migliaia di articoli su riviste scientifiche e quotidiani. E' stata attiva nelle battaglie per un'agricoltura compatibile con l'ambiente, contro l'inquinamento e sui problemi energetici. Negli Anni '60 è stata segretaria della "Casa della Cultura" di Milano. Ha avuto un ruolo centrale in "Legambiente" di cui ha presieduto il Comitato scientifico. Dal 1987 al 1992 è eletta alla Camera dei Deputati. Nel 2006 il Comune di Milano la riconosce come "cittadina benemerita" e il suo nome viene iscritto sulle lapidi del Famedio al Cimitero Monumentale, dove sono sepolte le sue spoglie.
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Aumentano disastri ambientali, diminuiscono aiuti umanitari: nel mondo soli 17,1 miliardi di dollari
Il valore dell'aiuto: la spesa del Bel Paese per il settore umanitario in un anno è quella dedicata ogni 4 giorni alla spesa militare
La crisi, più volte lo abbiamo ribadito, è economica, socio-politica e ambientale e ognuna di queste componenti è strettamente legata all'altra. Ad esempio, la crisi economica a scala globale rende disponibili meno risorse pubbliche e private per gli aiuti umanitari di cui c'è invece maggior bisogno, a causa dell'impennata delle crisi ambientali (i cosiddetti disastri naturali) e sociali i cui estremi sono rappresentati dai conflitti armati.
Quindi gli aiuti umanitari diminuiscono a fronte di bisogni umanitari globali che crescono: questa in sintesi è la "fotografia" riportata nel rapporto annuale "Il Valore dell'Aiuto", realizzato dalla rete Agire (Agenzia italiana risposta emergenze) e presentato alla Camera dei Deputati. I numeri riportati nella ricerca, tracciano il quadro complessivo, preoccupante, dei fondi umanitari pubblici e privati stanziati per rispondere alle emergenze umanitarie internazionali.
Nel 2011 il settore umanitario ha mobilitato 17,1 miliardi di dollari livello mondiale, di cui 12,5 provenienti dai governi dei paesi donatori: un calo del 9% rispetto al 2010. In Italia dal 2000 ad oggi i fondi sono diminuiti del 13% (nel 2000, 357 milioni di dollari di fondi pubblici; nel 2012, circa 312 milioni di dollari), mentre nello stesso arco di tempo a livello globale c'è stata una crescita del 66%. Confermata poi l'insufficiente copertura dei bisogni umanitari: il gap tra le necessità rilevate in una data emergenza e i fondi che i donatori decidono di mettere a disposizione nella corrispondente azione di risposta è passata dal 37% del 2011 al 40,5% del 2012, indicando una sempre minore capacità di garantire una risposta umanitaria proporzionata all'entità delle crisi.
«Il sovrapporsi di tre crisi globali (quella economica, quella ambientale, e quella politica) sta causando un drammatico aggravamento delle condizioni di vita di miliardi di esseri umani- ha dichiarato Gianni Rufini, presidente del Comitato dei garanti di Agire- Il numero dei conflitti armati è nuovamente in crescita, i disastri naturali si sono moltiplicati per otto negli ultimi trent'anni, e le proiezioni più credibili ci parlano di un miliardo di migranti forzati nei prossimi trenta. Se l'aiuto umanitario rappresenta una delle poche polizze d'assicurazione contro il collasso del pianeta, è arrivato il momento di pagarne le rate. Certo, non con finanziamenti che già oggi riescono a coprire meno di due terzi dei bisogni, e tantomeno con investimenti in prevenzione che impegnano percentuali ridicole del budget degli aiuti».
Sul tema della prevenzione infatti, si sofferma a lungo il rapporto: nel decennio 2001/2010, 384 catastrofi naturali hanno causato un milione di morti e colpito circa 1/3 della popolazione mondiale. Un dato che rende evidente la necessità di implementare adeguate strategie di riduzione del rischio che devono diventare prioritarie per tutti i governi. La "Piattaforma Globale per la Riduzione del Rischio"- informano da Agire- raccomanda di destinare il 10% degli aiuti umanitari ad attività di Disaster Risk Reduction, ma attualmente questi investimenti sono ben inferiori e nel 2010 si sono assestati a una media del 3,9%. «Almeno in questo campo l'Italia, pur rimanendo al di sotto del 10% , ha una performance superiore alla media e si posiziona al 14° posto tra i paesi virtuosi, con circa il 4,7% dei fondi umanitari investiti in prevenzione».
I numeri che testimoniano i modesti investimenti indirizzati al disagio globale, sono ancor più imbarazzanti se confrontati con quelli destinati ad altri settori. Ad esempio a livello mondiale, la spesa militare nel 2012 è stata pari a 1.738 miliardi di dollari. Esattamente 100 volte gli investimenti per gli aiuti umanitari - sottolineano le organizzazioni non governative- In Italia, vengono destinati alle spese militari ogni giorno quasi 90 milioni di dollari, circa 33 miliardi ogni anno. Considerando che la spesa umanitaria pubblica italiana nel 2011 è stata pari a 362 milioni di dollari, in un anno l'Italia investe in aiuti umanitari ciò che dedica in soli 4 giorni alle spese militari. Inoltre, nei primi tre mesi del 2013 gli italiani hanno speso per il gioco online circa 217,4 milioni di euro, quasi il doppio di quanto i privati hanno donato nell'intero 2012 per le popolazioni colpite da calamità e guerre.
Ciò rende evidente la necessità impellente di cambiare paradigma economico incentrandolo sulla sostenibilità, perché significa ridurre la sfera del disagio, significa limitare le crisi ambientali ed avere a disposizione più risorse da destinare alla prevenzione e a chi ha bisogno, secondo principi di equità e di solidarietà.
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Staminali embrionali umane per clonazione: le prospettive reali di un grande successo scientifico
«Cellule staminali embrionali umane ottenute per clonazione. Finalmente». Così, qualche giorno fa, titolava la rivista scientifica Nature l'articolo con cui commentava il risultato ottenuto da Shoukhrat Mitalipov, un biologo americano dell'Oregon National Primate Research Center di Beaverton, e dal suo gruppo di lavoro.
In pratica il team di ricerca americano ha ottenuto cellule staminali embrionali umane con la tecnica del «trasferimento di nucleo», analoga (ma non omologa) a quella che nel 1996 consentì di dare la vita alla pecora più famosa del mondo, Dolly.
Mitalipov e i suoi hanno preso un oocita umano, la cellula uovo di una donna, le hanno tolto il nucleo (che contiene il Dna) e lo hanno, per così dire, sostituito con il nucleo a sua volta prelevato da cellule della pelle di un feto e di un bambino di otto mesi. La tecnica si chiama, appunto, clonazione per trasferimento di nucleo. L'oocita con il nuovo nucleo è stato messo in una speciale coltura e ha iniziato a svilupparsi, dividendosi, fino allo stadio di blastocisti.
Mitalipov e i suoi hanno pubblicato i risultati dettagliati della loro ricerca lo scorso 16 maggio sulla rivista Cell. Facendo parlare di sé il mondo intero. Quello attento agli aspetti scientifici e quello attento agli aspetti etici (i due mondi sono largamente sovrapponibili).
La novità scientifica non è la creazione di cellule staminali embrionali umane. Esistono diverse tecniche che da tempo consentono di ottenere risultati simili. Lo scorso ottobre, per esempio, Shinya Yamanaka è stato insignito del premio Nobel per aver prodotto cellule staminali embrionali umane "indotte", con una tecnica di "riprogrammazione genetica". In pratica, per essere riuscito a "convincere" cellule adulte differenziate a ritornare "bambine", in una condizione indifferenziata simile a quelle delle staminali embrionali.
La novità scientifica di Mitalipov non consiste neppure nella creazione di cellule staminali embrionali umane con la tecnica del "trasferimento di nucleo", ovvero per clonazione. Un risultato simile, scientificamente validato, era stato ottenuto già 9 anni fa dal coreano Hwang Woo-Suk. La cui ricerca è stata poi screditata per il fatto che Hwang ha manipolato i dati, facendo figurare una efficienza della tecnica diversa da quella reale. Ma ciò non toglie che Hwang avesse ottenuto staminali embrionali umane per clonazione.
Un risultato niente affatto scontato. Se, infatti, dopo Dolly gruppi di ricerca di tutto il mondo sono riusciti a clonare con una certa facilità molti mammiferi: topi, mucche, maiali oltre che pecore, hanno trovato molte difficoltà a clonare, fermandosi allo stadio di blastocisti, cellule umane.
Il grande successo scientifico di Mitalipov e dei suoi collaboratori, dunque, è questo: aver individuato la tecnica giusta per riuscire a clonare anche cellule umane. Finalmente, come titola Nature. E, inoltre, per aver ottenuto linee stabili di staminali embrionali. In altri termini, in Oregon hanno messo su una sorgente cui è possibile attingere "cellule bambine".
Mitalipov e i suoi colleghi hanno, dunque, aperto un'altra strada per lo studio delle cellule staminali embrionali umane. Uno studio importante per due ragioni. Una riguarda la conoscenza in sé: conoscere i meccanismi fini che portano le staminali embrionali a differenziarsi nei 200 e più tipi di cellule dell'organismo umano è essenziale per la comprensione dell'ontogenesi, ovvero per lo sviluppo che porta un uovo fecondato a diventare un individuo. La seconda è una "ragion pratica", anche se di lungo periodo. Le cellule staminali embrionali potranno forse avere un ruolo nella cura di molte malattie, degenerative e non.
Ma il lavoro di Mitalipov ha anche implicazioni etiche. Di cui si è molto discusso in questi giorni. Le principali sono due, anche se sulla carta sembrano avere segni opposti. La prima implicazione è aver aperto, appunto, un'altra fonte di staminali embrionali umane. In passato queste cellule potevano essere ottenute solo prelevandole da embrioni. Ma il prelievo comportava la perdita dell'embrione. E poiché alcuni gruppi - per esempio, la Chiesa cattolica - ritengono l'embrione una persona, con tutti i diritti di una persona, ecco che, per questi gruppi, la produzione di staminali embrionali umane deve essere proibita.
Le nuove tecniche che, come quella di Mitalipov, consentono di evitare la morte di embrioni, dunque, risolvono questo problema.
Ma c'è un secondo aspetto che molti sollevano. Con la possibilità di clonare cellule umane e ottenere staminali embrionali diventerebbe possibile la "clonazione riproduttiva". Ovvero far nascere un individuo per clonazione. Una prospettiva unanimemente giudicata eticamente inaccettabile.
Va detto, tuttavia, che questa prospettiva è esclusa da tutti i gruppi di ricerca al mondo. Che sono interessati alla "clonazione terapeutica", ovvero solo a ottenere una nuova fonte di cellule per lo studio e per la cura. Ecco perché il lavoro del gruppo di ricerca dell'Oregon va salutato come un nuovo passo avanti verso la conoscenza e in alcun modo avvertito come una nuova spada di Damocle sulla testa dell'umanità.
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Rendere la migrazione un motore di sviluppo
Oggi la Commissione europea, con la comunicazione sulla massimizzazione dell'incidenza della migrazione sullo sviluppo, spiega come la migrazione e la mobilità possano contribuire a uno sviluppo economico e sociale inclusivo e illustra le modalità per rafforzare la cooperazione mondiale in questo ambito.
Secondo Cecilia Malmström, commissaria Ue agli affari interni, «La migrazione e la mobilità sono motori essenziali dello sviluppo sostenibile, ma la cooperazione mondiale deve passare a una marcia superiore. Il dialogo ad alto livello delle Nazioni Unite di ottobre rappresenta un'occasione eccezionale per far avanzare il programma mondiale sulla migrazione e lo sviluppo e promuovere misure concrete che contribuiscano sensibilmente a migliorare la vita dei migranti».
La comunicazione servirà da base per una posizione comune dell'Ue e degli Stati membri durante il dialogo ad alto livello su migrazione internazionale e sviluppo organizzato dall'Assemblea generale dell'Onu per il 3 e 4 ottobre. Il summit dell'Onu si svolgerà nel quadro dei preparativi del programma di sviluppo post 2015 delle Nazioni Unite e punta a definire misure concrete per rafforzare la coerenza e la cooperazione a tutti i livelli, per aumentare i vantaggi della migrazione internazionale tanto per i migranti quanto per i Paesi interessati e i suoi nessi con lo sviluppo. Le principali questioni che verranno affrontate ad ottobre saranno: Valutazione delle ripercussioni della migrazione internazionale sullo sviluppo sostenibile e identificazione delle pertinenti priorità in vista dell'elaborazione del quadro di sviluppo post 2015; Definizione delle misure volte a garantire il rispetto e la protezione dei diritti umani di tutti i migranti, in particolare donne e minori, prevenire e combattere il traffico di migranti e la tratta di esseri umani e garantire una migrazione ordinata, regolare e sicura; Rafforzamento dei partenariati e della cooperazione nel settore della migrazione internazionale, definizione di meccanismi per l'effettiva integrazione della migrazione nelle politiche di sviluppo e promozione della coerenza a tutti i livelli.
«Questo evento - si legge in una nota della Commissione Ue - offrirà ai responsabili a livello decisionale e agli operatori del settore un'opportunità unica per riflettere sul modo in cui lavorare in direzione di un programma mondiale per una governance della migrazione efficace, inclusiva e basata sui diritti, e per individuare misure dirette a promuovere il ruolo dei migranti quali agenti di innovazione e sviluppo».
Per favorire la migrazione e la mobilità motori di sviluppo dei paesi di origine e di destinazione a reddito basso e medio, la Commissione invita tutti i soggetti interessati a cogliere le opportunità e far fronte alle sfide connesse alla migrazione internazionale, in particolare: Garantire che le strategie di sviluppo riconoscano che la migrazione e la mobilità sono fattori di sviluppo; Rispettare la dignità dei migranti e difenderne i diritti fondamentali e umani, a prescindere dallo status giuridico dei migranti; Prestare maggiore attenzione all'interconnessione tra cambiamenti climatici, degrado ambientale e migrazione; Riconoscere le sfide che l'aumento dell'urbanizzazione e della migrazione pone alle città e alle regioni urbane; Rafforzare la governance della migrazione attraverso la cooperazione bilaterale e regionale, anche coinvolgendo la società civile; Favorire la mobilità dei lavoratori a livello internazionale e regionale.
La comunicazione spiega anche il modo in cui l'Ue «Potrebbe adottare un approccio più ambizioso alla migrazione e allo sviluppo nelle sue politiche e pratiche, segnatamente attraverso l'approccio globale in materia di migrazione e mobilità e la politica di sviluppo dell'Unione, il cosiddetto programma di cambiamento». Per tener conto più completamente del ruolo della migrazione e della mobilità nello sviluppo sostenibile, vengono individuate nuove priorità, tra le quali «La promozione della governance della migrazione e la sua incidenza sullo sviluppo tra paesi in via di sviluppo e l'integrazione della migrazione nel programma di sviluppo». Inoltre, la Commissione si impegna «Ad aumentare il sostegno alle iniziative in materia di migrazione e sviluppo, anche aiutando i Paesi partner dell'Ue a promuovere la governance della migrazione».
La comunicazione si muove all'interno di uno scenario complesso e di crescenti pulsioni populiste/xenofobe e razziste nell'Unione europea, ma non può che prendere atto che i migranti internazionali sono passati dai 150 milioni nel 2000 ai 214 milioni nel 2010 e che «Oltre la metà di queste persone risiede in Paesi a reddito basso e medio, e molti Paesi in via di sviluppo sono nel contempo paesi di origine e di destinazione dei migranti». Ma la Commissione Ue sottolinea che «L'intensificazione della mobilità regionale e mondiale crea opportunità, contribuendo ad esempio alla riduzione della povertà e all'innovazione, tuttavia richiede una governance efficace per far fronte a sfide quali la "fuga di cervelli" (emigrazione di persone istruite), lo sfruttamento dei migranti e le ripercussioni della migrazione sull'urbanizzazione».
Andris Piebalgs, commissario Ue allo sviluppo, ha sottolineato che «La migrazione va considerata come il motore di uno sviluppo economico, sociale e ambientale inclusivo, e in quanto tale va inclusa tra le priorità del programma di sviluppo post 2015». La Commissione è convinta che «Attraverso l'approccio globale in materia di migrazione e mobilità, l'Unione ha elaborato una politica migratoria esterna equilibrata e completa. Uno dei suoi quattro settori operativi prioritari è quello della migrazione e dello sviluppo. La migrazione è inoltre una priorità specifica del programma di cambiamento dell'Ue, il piano strategico di sviluppo elaborato dalla Commissione per riorientare la sua azione sui paesi e settori che ne hanno più bisogno».
Quel che è certamente vero è che l'Unione europea è il principale donatore mondiale di aiuti allo sviluppo, e la Commissione conferma che «Il suo sostegno continuerà ad essere importante anche negli anni a venire. La migrazione è un tema prioritario della cooperazione allo sviluppo dell'Ue. Tra il 2004 e il 2012 la Commissione ha destinato quasi un miliardo di euro a oltre 400 progetti legati alla migrazione».
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Le origini della cultura umana legate ad un rapido cambiamento climatico in Sudafrica?
Secondo lo studio "Development of Middle Stone Age innovation linked to rapid climate change" pubblicato da Nature Comunications, un rapido cambiamento climatico durante il mesolitico, tra 80.000 e 40.000 anni fa, avrebbe scatenato le ondate di innovazione culturali delle prime popolazioni umane. I razzisti ci rimarranno un'altra volta male, ma lo studio condotto da un team di scienziati del department of earth sciences del Natural history museum di Londra, della School of eEarth and ocean sciences dell' università di Cardiff e dell' Universitat Autònoma di Barcellona non solo conferma l'origine africana del genere umano ma anche della cultura.
I ricercatori scrivono che «Lo sviluppo della modernità nelle prime popolazioni umane è stato collegato a fasi pulsati di innovazione tecnologica e comportamentale all'interno della Media Età della Pietra del Sud Africa. Tuttavia, il fattore scatenante di questi impulsi intermittenti di innovazione tecnologica è un enigma». La ricerca dimostra, al contrario di alcuni studi precedenti, che «Il verificarsi dell'innovazione è strettamente legato ai cambiamenti climatici improvvisi. I maggiori impulsi di innovatività si sono verificati quando il clima sudafricano è cambiato rapidamente verso condizioni più umide, mentre l'Africa subsahariana settentrionale sperimentava siccità diffuse e mentre l'emisfero settentrionale era entrato in fasi di raffreddamento estremo (...) Queste condizioni hanno portato a impulsi umidi in Sud Africa e, potenzialmente, alla creazione di condizioni ambientali favorevoli. Questo implica fortemente che gli impulsi di innovatività del comportamento umano moderno furono climaticamente influenzati e legati all'adozione di rifugi».
Gli scienziati hanno studiato un nucleo di sedimenti marini al largo della costa del Sud Africa e ricostruito la variabilità del clima terrestre negli ultimi 100.000 anni ed hanno scoperto che la pioggia abbondante è stata importantissima perché gli esseri umani diventassero animali sociali e culturali.
Martin Ziegler, dell'università di Cardiff, spiega: «Abbiamo scoperto che il Sudafrica ha sperimentato una rapida transizione verso condizioni climatiche umide nei momenti in cui l'emisfero settentrionale sperimentava condizioni di freddo estremo». Questi grandi eventi di raffreddamento dell'emisfero settentrionale sono legati ad un precedente cambiamento nella circolazione dell'Oceano Atlantico che ha portato a ridurre il trasporto di acqua calda alle alte latitudini del Nord. In risposta a questo raffreddamento dell'emisfero settentrionale, in gran parte dell' Africa sub-sahariana ci sono state condizioni di forte siccità.
«Tuttavia i nostri nuovi dati, contrastano con quelli dell'Africa sub-sahariana e dimostrano che il clima sudafricano ha risposto in senso opposto, con l'aumento delle precipitazioni, che possono essere associate con il verificarsi a livello globale dello spostamento verso sud della fascia tropicale monsonica», dice Ziegler.
Un altro degli autori dello studio, Ian Hall, anche lui dell'università di Cardiff, evidenzia che «Quando i tempi in cui si sono verificati questi rapidi impulsi umidi sono stati confrontato con i dataset archeologici, abbiamo trovato coincidenze notevoli. La presenza di diversi grandi industrie di pietra del mesolitico avvengono strettamente insieme all'inizio del periodo con maggiori precipitazioni. Similmente, la scomparsa delle industrie coincide con la transizione alle condizioni climatiche asciutte».
Secondo Chris Stringer del Museo di storia naturale di Londra, «Attualmente non c'è un gran dibattito su ciò che spinge l'inventiva nei gruppi umani: è lo stress ambientale, che costringe le persone a innovare per sopravvivere, o sono effettivamente migliori condizioni stabili? 'Alcune recenti ricerche suggeriscono che le popolazioni umane richiedono un certo livello minimo di densità e di messa in rete tra i gruppi vicini oppure le conoscenze culturali nel tempo andranno effettivamente perse , piuttosto che acquisite. L'opposto si verifica se le popolazioni sono relativamente dense ed interagenti, dato che le idee possono essere realizzate, con più possibilità di essere conservate. La corrispondenza tra i miglioramenti climatici e le innovazioni culturali supporta la teoria che la crescita della popolazione abbia alimentato i cambiamenti culturali, attraverso l'aumento delle interazioni umane». Un altro brutto colpo per le piccole patrie e per i "padroni in casa propria": senza la mescolanza e l'interazione non ci sarebbe stato lo sviluppo umano.
I dati archeologici sudafricani sono così importanti perché dimostrano alcune delle più antiche testimonianze di comportamento moderno nei primi esseri umani. Compreso l'utilizzo di simboli, che è stato collegato allo sviluppo del linguaggio complesso, e di ornamenti personali fatte di conchiglie. Il nuovo studio presenta la prova più convincente finora che l'improvviso cambiamento climatico è stato determinante in questo sviluppo.
«La qualità dei dati del Sudafrica ha permesso di fare queste correlazioni tra clima e cambiamenti comportamentali, ma richiederà dati comparabili provenienti da altre zone prima di poter dire se questa regione è stata di importanza unica per lo sviluppo della cultura umana moderne - conclude Stringer - Personalmente, penso che le varie aree del continente hanno contribuito alla formazione della nostra specie, prima che iniziassimo a diffonderci dall'Africa circa 60.000 anni fa».
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Protezione della natura e sostenibilità: l'importanza delle fonti
Ci sono molti motivi per dedicare attenzione e cura alla memoria dei movimenti e delle politiche per la protezione della natura. Si tratta anzitutto, e da decenni, di fenomeni assai rilevanti del panorama sia culturale che politico-istituzionale; inoltre, per coloro che animano i movimenti ambientalisti, ma anche per chi gestisce le politiche ambientali, è spesso decisivo conoscere le parabole storiche che hanno plasmato gli scenari contemporanei.
A questa memoria e agli strumenti della sua conservazione, cioè gli archivi, è stato dedicato il convegno "Quali fonti per lo studio dell'ambiente?" svoltosi il 9 maggio 2013 a Santa Maria Capua Vetere e promosso dall'Assessorato all'ambiente del Comune, dall'Osservatorio politiche ambientali e dal Dipartimento di lettere e beni culturali della Seconda Università di Napoli. Dal titolo dell'incontro si evince che il tema prescelto è stato al tempo stesso più vasto e più ristretto di quello che ho indicato all'inizio: gli interventi non hanno riguardato infatti soltanto la protezione della natura, ma anche alcuni fenomeni ambientali in sé, e più che quello della memoria in generale è stato affrontato il tema della documentazione, cioè delle fonti e degli archivi.
La relazione di Mariagrazia D'Emilio ha illustrato infatti in che modo i campionamenti di acqua e aria sono divenuti nel corso del tempo fonti sempre più precise per lo studio dell'inquinamento e Alberto Malfitano ha descritto, su un versante di ricerca completamente diverso, il tipo di fonti che si stanno dimostrando più utili per ricostruire l'evoluzione della questione montana in Italia negli ultimi due secoli. Uno degli organizzatori dell'incontro, Federico Paolini, ha tentato dal canto suo di lanciare uno sguardo più generale sulla problematica delle fonti quantitative per l'ambiente illustrando come i documenti empirici possano essere utilizzati per formare indicatori di sostenibilità.
La maggior parte delle relazioni presentate, tuttavia, ha riguardato proprio gli archivi della protezione della natura come strumenti di conservazione della memoria storica e depositi di documentazione per la ricerca. In questo senso il convegno ha segnato un piccolo ma importante passo in avanti del lavoro tentato negli ultimi anni da alcuni studiosi e militanti per porre la questione della conservazione e valorizzazione delle fonti della storia ambientale italiana. Giorgio Nebbia, che di questo lavoro è stato il principale ispiratore, ha riproposto nell'introduzione all'incontro tre domande che gli sono molto care: in che modo va circoscritto il campo di ricerca? Chi sono stati i protagonisti della protezione della natura? Quali sono le fonti di questa storia, dove sono i suoi archivi? A queste domande strategiche Nebbia ha suggerito delle risposte parziali, ma che costituiscono al tempo stesso un programma di lavoro aperto. Il suo intervento, non a caso, è stato accompagnato da due densi elenchi di temi e di personalità su cui la ricerca dovrebbe concentrarsi e per i quali andrebbe rintracciata e inventariata la documentazione ancora esistente.
Il mio contribuito alla discussione è stato abbastanza particolare: piuttosto che porre questioni di metodo o illustrare documentazioni specifiche, ho preferito descrivere ciò che si sta facendo negli ultimi anni in Francia, soprattutto grazie alle attività del Ministère de l'Ecologie e all'iniziativa della giovane Association pour l'histoire de la protection de la nature et de l'environnement (Ahpne). In un clima di dialogo e di intensa collaborazione il ministero, l'Ahpne e altre organizzazioni hanno avviato una grande campagna per la valorizzazione degli archivi della protezione della natura, sia pubblici che privati. I risultati principali finora raggiunti sono la costituzione di una serie di ricchi fondi di provenienza ministeriale presso gli archivi nazionali, un progetto di valorizzazione degli archivi associativi e privati locali grazie alla collaborazione con gli archivi dipartimentali e un censimento dei fondi documentari appartenenti alle associazioni che aderiscono alla federazione France Nature Environnement. Sono esempi preziosi per chi, come gli storici e gli ambientalisti italiani, sta provando per la prima volta ad avviare una discussione sull'argomento.
Come era forse prevedibile gli stimoli maggiori sono venuti dalla testimonianza di coloro che - pur tra molte difficoltà - sono riusciti negli ultimi anni a raccogliere, conservare, inventariare e rendere in qualche caso accessibili alcuni fondi documentari riguardanti la protezione della natura in Italia. Parlando delle difficoltà del censimento avviato da Ahpne e France Nature Environnement, ho sottolineato con una punta di delusione come anche le grandi associazioni italiane - Wwf, Legambiente, Italia Nostra - hanno declinato l'invito degli organizzatori del convegno a presentare le loro documentazioni storiche, il che fa pensare che tali documentazioni non siano conservate adeguatamente, ma soprattutto che l'associazionismo italiano non abbia ancora sufficiente consapevolezza della loro importanza. La Fondazione Micheletti di Brescia, il Parco nazionale d'Abruzzo Lazio e Molise e l'Archivio Antonio Cederna rappresentano al contrario tre casi esemplari di consapevolezza storica e di impegno archivistico; le loro iniziative in questo campo sono state presentate rispettivamente da Marino Ruzzenenti, da Dario Febbo e Paola Tollis e da Bartolomeo Mazzotta.
Su impulso di Giorgio Nebbia la Fondazione Micheletti si propone da molti anni come punto di raccolta di archivi privati che altrimenti sarebbero destinati alla dispersione. Lo sforzo principale della Fondazione in questo campo è infatti quello di offrire la possibilità a chi lo desideri di versare delle documentazioni ritenute significative, ma che non possono essere conservate nelle sedi originarie e che non sono ritenute interessanti da altre istituzioni. Questo sforzo ha condotto la Fondazione a ospitare una quindicina di archivi privati di diverse dimensioni appartenenti a protagonisti della storia dell'ecologia politica e delle tecnologie sostenibili in Italia, tra cui lo stesso Giorgio Nebbia, Laura Conti, Dario Paccino, Mario Fazio, Gianfranco Amendola, Giovanni Francia e Walter Ganapini. Solo alcuni di questi fondi - ha spiegato Marino Ruzzenenti - sono adeguatamente sistemati e inventariati, sia perché il ritmo dei versamenti si è accelerato negli ultimi anni sia perché negli ultimi anni le disponibilità finanziarie della Fondazione si sono drammaticamente ridotte. Tuttavia tutto il materiale è conservato in modo accurato e la Fondazione continua da un lato ad accogliere i versamenti e dall'altro a stimolare i possessori di archivi a farne dono. In tal modo l'archivio bresciano si configura oggi come il maggior deposito italiano di materiali archivistici riguardanti la protezione della natura, lo sviluppo sostenibile e l'ecologia politica. La ricchezza di questi fondi trova spesso riscontro in articoli pubblicati nella rivista on line "Altronovecento. Ambiente Tecnica Società", pubblicata dalla stessa Fondazione Micheletti, una delle pochissime riviste italiane di storia ambientale ora al suo quattordicesimo anno di vita.
Il direttore dell'Ente Parco nazionale d'Abruzzo, Dario Febbo, e la dottoressa Paola Tollis, hanno presentato invece un'esperienza molto più recente ma di grande rilievo: la sistemazione, inventariazione e messa a disposizione del pubblico dell'archivio storico dell'Ente Parco per quanto riguarda il periodo 1921-1951. Il prezioso materiale era sostanzialmente integro ed era stato già proficuamente utilizzato da diversi studiosi, ma giaceva in disordine negli scantinati dell'Ente. Grazie a un accordo con la Soprintendenza archivistica per l'Abruzzo tutte le carte sono state ordinate, inventariate e collocate in una sede apposita a Villetta Barrea, dove da questa estate saranno messe a disposizione del pubblico, mentre l'inventario verrà messo in linea sul sito web del Parco. Questa operazione viene però considerata dall'amministrazione dell'Ente Parco come la prima tappa di un percorso destinato a rendere fruibile tutta la documentazione archivistica dell'Ente fino al 1990 come pure l'emeroteca e la fototeca, facendo anche ampio ricorso a presentazioni on line. Si tratterebbe del primo caso in Italia che un'area protetta ordina, mette a disposizione e valorizza per il grande pubblico i propri documenti storici, e la circostanza è particolarmente significativa se si tiene conto del ruolo centrale che la riserva abruzzese ha avuto nella storia della protezione della natura in Italia negli ultimi novanta anni.
L'Archivio Antonio Cederna, ospitato a Roma presso il sito archeologico di Capo di Bove, lungo la Via Appia Antica, raccoglie invece l'imponente lascito del grande giornalista milanese (1921-1996) e si trova ormai in una condizione particolarmente invidiabile, ben ordinato e collocato, accuratamente catalogato, affiancato dalla biblioteca di Cederna, agevolmente fruibile e servito da un eccellente sito web (www.archiviocederna.it). Nella sua relazione Bartolomeo Mazzotta non si è limitato a descrivere l'organizzazione dell'Archivio ma ha tracciato un affascinante profilo di Cederna attraverso i fondi conservati nell'archivio dal quale sono emerse le straordinarie potenzialità della documentazione per lo studio della tutela dei beni ambientali, paesaggistici e culturali del nostro Paese dalla fine degli anni Quaranta alla fine degli anni Novanta.
Col sostegno dell'amministrazione comunale di Santa Maria Capua Vetere, e in particolare dell'assessore all'ambiente Donato Di Rienzo, entro il 2013 verrà pubblicato un volume comprendente non soltanto i testi delle relazioni presentate al convegno ma anche un primo tentativo di censimento dei fondi archivistici per la storia della protezione della natura e dell'ambiente in Italia.
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Corso EuroMediterraneo di giornalismo ambientale Laura Conti, alle porte la XIII edizione
Ormai consolidato e forte dei riconoscimenti ottenuti nelle edizioni precedenti, si terrà anche nel 2013 il Corso EuroMediterraneo di giornalismo ambientale Laura Conti di cui greenreport è media partner. L'iniziativa, giunta alla XIII edizione, organizzata da Editoriale La Nuova Ecologia in collaborazione con Legambiente e in partenariato con l'Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia, si svolge dal 4 novembre al 13 dicembre nel Campus di Savona. Sono previsti laboratori, borse di studio e un workshop di una settimana in cui si producono servizi giornalistici sulle valenze naturali e sociali, le risorse e le opportunità di sviluppo dell'area.
«Il successo del corso, punto di riferimento per la formazione dedicata al giornalismo ambientale, è testimoniato anche dai numeri delle precedenti edizioni- spiegano gli organizzatori- Oltre un terzo dei partecipanti, una volta terminato il corso, ha avviato rapporti di lavoro: dall'assunzione in qualità di praticanti giornalisti alla collaborazione con varie testate, uffici stampa di associazioni, enti o imprese private. Oltre 3000 domande di partecipazione e 126 le borse di studio assegnate tra i 315 studenti selezionati».
Il percorso formativo, residenziale e a tempo pieno, dura 6 settimane e prevede 220 ore di lezione, tra teoria e pratica. Previste lezioni e incontri con giornalisti specializzati e docenti universitari tra cui Antonio Cianciullo, La Repubblica, Franco Foresta Martin, Corriere della Sera, Toni Mira, Avvenire, Sabrina Pisu, Eruonews e Radio 24, Tiziana Ribichesu, Giornale Radio Rai. Rivolto a giornalisti professionisti e pubblicisti, è aperto anche a laureati o diplomati interessati a conoscenze di base e tecniche dell'informazione ambientale. Dopo il corso è possibile proseguire la formazione attraverso alcuni stage presso uffici stampa e testate giornalistiche come Ansa.it, Agenzia Dire, EcoRadio, Left, Paese Sera, LaVoceWeb, Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Are Liguria. Le iscrizioni terminano il 12 luglio.
Il Corso EuroMediterraneo ha ricevuto i seguenti patrocini: ministero dell'Ambiente, comune di Savona, SPES-Campus Universitario di Savona, Federparchi, Parco Nazionale delle Cinque Terre, Anev, Enea.
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Congo Rdc, riprende la guerra per le risorse
La Mission de l'Organisation des Nations Unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo (Monusco) è fortemente preoccupata per i nuovi scontri tra le milizie armate del Mouvement du 23 mars (M23) e le Forces Armées de la République Démocratique du Congo (Fardc) vicino a Goma, il capoluogo della provncia del Nord Kivu, che i ribelli avevano occupato e poi abbandonato per favorire negoziati tra gli Stati dei Grandi Laghi che non hanno portato a nessun accordo.
Secondo la Monusco nei giorni scorsi i combattimenti hanno coinvolto prima le località di Kibati e di Rusayo, sa 12 Km da Goma e le Fardc avrebbero utilizzato elicotteri da assalto per attaccare i ribelli. Una vera e propria battaglia c'è stata il 20 maggio nel villaggio di Mutaho, nel territorio di Nyiragongo, a una dozzina di Km da Goma.
Il portavoce dell'Onu, Eduardo del Buey, ha detto durante una conferenza stampa a New York che .«La missione dell'Onu ha indicato che all'inizio ci sono state delle scaramucce che si sono trasformate in scontri con le armi pesanti, con l'utilizzo di mortai e di granate. La Monusco non ha risparmiato alcun sforzo per trovare una soluzione diplomatica e politica e mettere fine agli scontri».
Il problema è che l'M23 ha creato uno Stato ribelle nella Repubblica democratica del Congo (Rdc) praticamente fin da quando, nel novembre 2012, il gruppo di ammutinati della Fardc che lo compongono (quasi tutti con forti legami e sostegni in Rwanda) conquistò ed occupò Goma per 11 giorni.
Dietro le fumose motivazioni politiche c'è la guerra per le risorse che le bande armate stanno combattendo per conto degli Stati vicini e per le industrie minerarie. Una guerra che dura da anni e che impedisce alla Rdc di uscire da una tragedia infinita. I combattimenti tra le forze governative ed i ribelli hanno costretto 130.000 persone ad abbandonare I loro villaggi ed ora vivono in campi profughi intorno a Goma, altre 47.000 sono fuggite nella vicina provincia del Sud-Kivu.
Solo dopo la ritirata dell'M23, il 28 marzo, il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha autorizzato il dispiegamento di una brigata di intervento del Monusco con un mandato offensivo contro i gruppi armati, sia con o senza l'appoggio delle Fardc, accusate a loro volta di trafficare in risorse e fauna protetta e di compiere violenze ed abusi verso la popolazione civile. La situazione è nuovamente precipitata proprio con l'arrivo del contingente Onu di soldati della Tanzania che ha portato l'M23 ad abbandonare i cosiddetti colloqui di pace di Kampala con il governo della Rdc.
Ieri l'M23 ha detto che risponderà agli attacchi se le Fardc continueranno ad attaccare le sue posizioni. In un comunicato i ribelli dettano condizioni come se fossero uno Stato: «Il comando dell'Armée révolutionnaire congolaise (Arc) ha istruito le nostre forze ad astenersi da ogni risposta fino a nuovo ordine. Però non potremo sopportare per troppo tempo questa aggressione che traduce la volontà del governo di proseguire nella sua logica di guerra. Prenderemo di mira queste armi che tirano sulle nostre posizioni per mettere al riparo la popolazione civile e garantire la quiete sulla linea del fronte. Ci prenderemo le nostre responsabilità se la parte avversa continua ad interpretare questo atteggiamento come una debolezza da parte nostra».
Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, che è in visita in Africa, andrà anche nella regione dei Grandi Laghi insieme a Jim Yong Kim, il presidente della Banca mondiale. Ban e Kim visiteranno la Rdc, il Rwanda e l'Uganda per «Sostenere l'attuazione dell'Accordo-quadro di pace, di sicurezza e cooperazione per la Rdc e la regione». L'accordo, firmato il 24 febbraio da 11 Paesi e 4 organizzazioni internazionali (il gruppo 11+4), punta a mettere fine ai conflitti ed alla crisi nella Rdc ed a ristabilire la pace in una regione che ormai se l'è dimenticata.
Dopo Ban si recherà ad Addis Abeba, la capitale dell'Etiopia, per partecipare al summit dell'Unione Africana che celebrerà il 50esimo anniversario dell'Organizzazione dell'unità africana ed anche quella sarà un'occasione per discutere dell'accordo di pace nella Rdc.
Ma intanto nelle foreste del Congo orientale crepitano i kalashnikov e le risorse vengono rapinate, mentre la gente muore e fugge davanti ad una insensata guerra per procura.
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Save the Children, è allarme infanzia: «Italia agli ultimi posti in Europa, peggio solo Grecia e Bulgaria»
In occasione del lancio della campagna "Allarme Infanzia", Save the Children ha diffuso il dossier "L'isola che non sarà" insieme alla indagine "Le paure per il futuro dei ragazzi e genitori italiani" realizzata da Ipsos. Ne viene fuori che «Il 25% degli adolescenti italiani pensa che il proprio futuro sarà più difficile rispetto a quello dei propri genitori e 1 ragazzo su 4 (il 23%) pensa o spera di andare all'estero per assicurarsi un'opportunità; l'80% dichiara di aver fatto delle rinunce causa crisi. Aumentano le disuguaglianze per l'accesso all'università: il 30% dei genitori non ce la fa a pagare la retta dei figli. Per il 41% di madri e padri gli aiuti economici diretti alle famiglia dovrebbero essere la più urgente misura anti-crisi del governo».
Secondo l'Ong «E' un vero e proprio furto di futuro quello in corso ai danni dei bambini, adolescenti e giovani che vivono in Italia. La povertà, nelle sue varie forme - sociale, economica, d'istruzione, di lavoro - li sta colpendo come non mai derubandoli di prospettive ed opportunità. E con il futuro di chi è giovane oggi, si sta disintegrando il futuro dell'Italia tutta. Occorre dare l'allarme».
I dati sul furto di futuro sono allarmanti e dovrebbero preoccupare chi ci governa, perché non basta più dire che «I ragazzi sono il nostro futuro» se quel futuro la politica e le istituzioni non sono più in grado di garantirlo. Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, spiega che «Per quantificare il furto di futuro che si sta commettendo ai danni delle giovani generazioni, Save the Children ha utilizzato 12 indicatori Eurostat che permettono di comparare le chance dei bambini italiani con quelle dei loro coetanei europei. Il risultato, riassunto in 5 mappe e classifiche dei 27 paesi dell'Ue, compresa l'Italia, è deprimente. Considerando i diversi indicatori, il nostro paese si posiziona per 7 volte oltre il ventesimo posto in classifica. Un posizionamento molto negativo che Save the Children ha tradotto in una mappa sintetica in cui l'Italia appare di dimensioni molto ridotte rispetto alle attuali, a indicare la perdita di futuro per i bambini e adolescenti, rispetto ai quali stanno peggio solo i minori di Bulgaria e Grecia».
Secondo Save the Children sono 4 le principali e più pesanti "ruberie" commesse a spese del nostro ben poco considerato "giovane capitale umano": «Il taglio dei fondi per minori e famiglia, con l'Italia al 18esimo posto nell' Europa dei 27 per spesa per l'infanzia e famiglia, pari all'1,1% del Pil; La mancanza di risorse indispensabili per una vita dignitosa, dunque "furto" di cibo, vestiti, vacanze, sport, libri, mensa e rette scolastiche e universitarie: quasi il 29% di bambini sotto i 6 anni, pari a 950.000 circa, vive ai limiti della povertà tanto che il nostro paese è al 21esimo posto in Europa per rischio povertà ed esclusione sociale fra i minori 0-6 anni, e il 23,7% vive in stato di deprivazione materiale; Il furto d'istruzione: Italia 22esima per giovani con basso livello d'istruzione, il 28,7% tra i 25 e i 34 anni (1 su 4), per dispersione scolastica, pari al 18,2% di under 25; (1 su 5); Italia all'ultimo posto per tasso di laureati, il 20% dei giovani fra 30 e 34 anni, pari a 760.000; furto di lavoro: i giovani disoccupati sono il 38, 4% degli under 25, il quarto peggior risultato a livello europeo mentre i Neet (giovani che non lavorano e non sono in formazione) sono 3 milioni e 200.000 e posizionano il nostro paese al 25esimo posto su 27».
Con Allarme infanzia, dal 20 maggio al 5 giugno Save the Children «Denuncerà il gravissimo deficit di futuro delle giovani generazioni e chiederà una massiccia mobilitazione dell'opinione pubblica affinché le istituzioni mettano in campo interventi urgenti e strutturali in favore di minori e giovani, sempre più minacciati nel diritto ad una vita dignitosa». La campagna è curata da Grey e si sviluppa intorno al concetto di "furto di futuro", con bambini che lo denunciano così: "Mi hanno rubato la terza media", "Mi hanno rubato la mensa a scuola"... «Questi ritratti -dice l'Ong - si sono visti oggi su migliaia di macchine e sui muri di Roma e Milano, o mostrate dai volontari di Save the Children in altre 14 città italiane: una guerrilla metropolitana per descrivere la gravità della condizione di bambini e giovani e suscitare una reazione fattiva, invitando tutti a moltiplicare l'allarme denunciando il furto di futuro con una proprio messaggio sul sito www.allarmeinfanzia.it. Si può inoltre seguire la campagna su #allarmeinfanzia. La campagna "Allarme Infanzia" proseguirà fino al 5 giugno anche con il sostegno di testimonial tra i quali Alessio Boni, Andrea Sartoretti, Filippo Nigro, Giorgio Marchesi, Marco Giallini, Paolo Conticini, Roberto Ciufoli, Rossella Brescia, Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Irene Ferri. Alcune delle denunce raccolte saranno consegnate ai rappresentanti istituzionali insieme alle proposte di Save the Children per restituire il futuro a bambini e ragazzi italiani.
Le evidenze del dossier sembrano trovare rispondenza anche nella ricerca "Le paure per il futuro dei ragazzi e genitori italiani" , attraverso la quale Save the Children ha interpellato direttamente i ragazzi e i loro genitori per capire il loro punto di vista sulla situazione attuale, sull'impatto della crisi economica, su quello che si aspettano dal domani. La situazione secondo l'Ong è «In altalena fra la paura per il futuro, irto di molte più difficoltà rispetto a quelle incontrate dai genitori (per il 17% degli adolescenti), al punto da temere di non farcela (6%), e un certo ottimismo proprio dell'età, che fa pensare loro che la riuscita nella vita dipenda da loro stessi (37%). In mezzo i "consapevoli" ma animati da giovanile energia, cioè coloro che temono di incontrare varie difficoltà ma che troveranno il modo di cavarsela"(13%). Tra i genitori più diffuso il pessimismo: ben il 31% ha paura che i propri figli incontreranno molte difficoltà in più rispetto alle proprie (il 4% ha addirittura molta paura che non ce la faranno. E solo il 16% degli adulti pensa che i propri figli riusciranno a realizzare i propri sogni e ad avere una vita migliore della propria».
Poi c'è la sfiducia nell'Italia come Paese: «Un futuro anche lontano e altrove geograficamente: il lavoro dei sogni - lo dichiara 1 ragazzo su 4 - potrebbe richiedere il trasferimento all'estero, visto come opportunità ("spero di riuscire a trasferirmi all'estero" dice il 12%) o come ripiego ("temo che dovrò andare all'estero" dichiara il 12%). Ma il lavoro dei sogni potrebbe anche restare un sogno: "con la situazione che c'è dovrò considerarmi fortunato se avrò un lavoro", dice il 27% delle ragazze e ragazzi italiani (28% dei genitori)».
Il 66% dei genitori dichiara di avere in qualche misura dovuto fare i conti con la crisi e la percentuale sale tra i ragazzi, «Probabilmente perché la congiuntura economica negativa si traduce per loro in molte rinunce, piccole e grandi, che ne amplificano l'impatto - dice Save the Children - 8 adolescenti su 10 hanno infatti dichiarano di aver dovuto tagliare qualcosa: per il 69% si tratta delle spese per il tempo libero - cinema, discoteca, pizza con gli amici - (secondo i genitori ben l'86%), per il 68% è l'acquisto di vestiti, scarpe e accessori (75% per i genitori). Ma la crisi limita anche importanti opportunità educative e di crescita: per il 35% l'iscrizione ad attività sportive e ricreative (45% dei genitori), seguito dalla partecipazione alle gite scolastiche (22%, dato speculare anche per i genitori) e dall'acquisto di libri il 12% (23% per i genitori)».
Sembra un Paese che torna indietro, a quando la povertà economica, spesso significava anche povertà d'istruzione: «Uno smacco per tanti genitori, eco di un passato che sembrava alle spalle, è l'ammissione - per il 31% di madri e padri - di non poter pagare l'università ai propri figli, i quali dovranno trovarsi un lavoro per contribuire alle spese (secondo il 22% dei genitori intervistati), oppure bisognerà fare un prestito (9%). Rispetto alla chiusura degli studi con il ciclo secondario superiore, i genitori sembrano più ottimisti dei figli (solo il 18%, contro il 28% degli studenti), ma esistono percentuali residuali sia nei genitori che nei ragazzi che pensano che il ciclo di studi si concluderà con la scuola dell'obbligo».
Una crisi che colpisce anche la cultura e l'ambiente sociale. Secondo i genitori italiani i loro figli vanno al cinema meno frequentemente di quanto si desidererebbero, a causa del costo del biglietto (53%, 68% per i ragazzi), o perché sempre più sale chiudono come segno difficile fase economica (7% genitori e 6 % dei ragazzi). Nel dossier si legge che «Per porre un freno al caro libri (percepito dal 22% degli adulti e dal 24% dei ragazzi), la biblioteca si propone come soluzione prevalente per i "divoratori" di quelli extrascolastici (29% dei genitori e dal 28% dei ragazzi). Allarmante, ma probabilmente segno di una crescente e dilagante "povertà di cultura", il fatto che per un adolescente su 5, la lettura non rappresenti un interesse. Per il 17% dei ragazzi (21% dei genitori), le vacanze non ci sono già più mentre il 23% (15% dei genitori) le ha fatte ma più brevi del solito. Fra i genitori il 7% ci ha rinunciato per consentirle ai figli mentre 1 su 3 dice di riuscire a realizzarle grazie ad offerte low cost o all'appoggio di parenti e amici».
Le cifre e l'impatto esterno di questa crisi delle famiglie è probabilmente ancora poco percepita per la dignità con la quale reagiscono molte persone: «Tra le famiglie in difficoltà in Italia, 6 famiglie su 10 hanno deciso di non chiedere aiuti esterni (e, quindi presumibilmente di prelevare dai risparmi, oppure di smettere di risparmiare), tra le altre, la famiglia allargata resta la prima risorsa per chiedere e ottenere un sostegno (29% dei genitori). I ragazzi in più della metà dei casi ne parlano tra loro (57%) e i segnali tra i coetanei - meno danaro a diposizione (49%), limitazioni di uscita (25%), fino a lavoretti occasionali (9%) + 7%) - vengono colti con grande puntualità».
Save the Children propone alcune soluzioni urgenti e proposte per un "ritorno al futuro", a cominciare da «Aiuti economici diretti come la "carta acquisti" ai nuclei familiari in difficoltà è la prima misura-anticrisi che i politici dovrebbero prendere per il 41% dei genitori, seguita dalla gratuità della mensa scolastica (18%) e dalla "garanzia di accesso agli asili nido per le famiglie con bambini piccoli (17%). Inoltre "servizi migliori per i giovani" garantirebbero per il 42% dei genitori e il 64% dei ragazzi un ambiente migliore in cui vivere e crescere».
Neri è convinto che «Il generale impoverimento delle giovani generazioni va in parallelo con una colpevole e annosa disattenzione nei loro confronti, che si sta traducendo in una gravissima privazione di prospettive, in una parola, di futuro. Cancellare il futuro di bambini e giovani significa compromettere il futuro dell'intero paese». Per questo Save the Children con le sue proposte di per un "ritorno al futuro" chiede «Un piano specifico e articolato di contrasto alla povertà minorile, che preveda al suo interno alcune misure prioritarie come l'estensione della carta d'inclusione sociale per l'acquisto di beni essenziali, non solo a quei nuclei con figli, in situazione di povertà estrema ma a tutte le famiglie a basso reddito con minori in difficoltà; un piano d'investimento a favore dell'istruzione pubblica, per tenere aperte le scuole con attività educative anche il pomeriggio e per garantire, senza ulteriori costi per le famiglie, l'insegnamento delle materie curricolari e i servizi di trasporto e mensa gratuiti per le famiglie più in difficoltà. Un nuovo piano per l'utilizzo dei Fondi europei che concentri le risorse sullo sviluppo non solo delle infrastrutture fisiche ma anche del "capitale umano", a partire dal potenziamento dei servizi alla prima infanzia».
Raffaela Milano, direttrice del Programmi Italia-Europa Save the Children Italia, conclude: «La campagna sviluppata l'anno scorso sicuramente ha contribuito a stimolare l'attivazione del governo, per esempio nell'ambito della utilizzazione dei fondi europei. Tuttavia bisogna fare molto di più e subito. Attraverso la campagna Allarme Infanzia faremo la massima pressione affinché l'infanzia torni al centro delle priorità dell'azione politica o il danno sociale sarà irreparabile, sia per i giovani che per l'intera nazione. Ci auguriamo di essere davvero in moltissimi a dare voce a questo appello attraverso il sito www.allarmeinfanzia.it».