Mercoledì, Maggio 22, 2013
   
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  • Dalle stelle alle stalle. I ragazzi non sognano più di fare l'astronauta, meglio lo spazzino

    Sono 8 milioni e 750mila gli italiani in età attiva (ovvero tutti i compresi tra i 15 e i 64 anni, circa 40milioni di persone) che si trovano in sofferenza lavorativa: precari, disoccupati, scoraggiati che nemmeno lo cercano più, un lavoro. Se ne contano 2,8 milioni in più rispetto al 2007, al tramonto dell'era pre-crisi. I numeri diffusi dal rapporto Ires-Cgil inglobano più del 20% della popolazione in età attiva, e approfondiscono gli effetti della crisi sul lavoro in Italia più di quanto non facciano i numeri ufficiali, che non tengono conto della precarietà o di quelle situazioni in chiaroscuro che sfuggono all'etichetta ufficiale affibbiata dalla statistica allo status di disoccupato. Il tasso di disoccupazione, sottolinea infatti lo studio, «non misura la dimensione reale della platea di chi vorrebbe lavorare».

    Ancora più significativi, se possibile, appaiono i numeri diffusi oggi dalla prima analisi Coldiretti/Swg su i giovani e la crisi. La maggioranza dei giovani (il 51%) sotto i 40 anni è pronta ad espatriare. Quasi un giovane su tre (32%) pur di lavorare farebbe lo spazzino, ma la percentuale sale addirittura al 49% per quelli in cerca di lavoro e scende al 19% per gli studenti. Oltre 4 giovani disoccupati su 10 (43%) sarebbero peraltro disposti, pur di lavorare, ad accettare un compenso di 500 euro al mese a parità di orario di lavoro, mentre il 39% sarebbe disposto ad un maggiore orario di lavoro a parità di stipendio. «L'analisi evidenzia un forte spirito di sacrificio delle giovani generazioni - afferma il presidente della Coldiretti, Sergio Marini - che li porta addirittura a rinunciare a diritti del lavoro fondamentali. Questo non può essere consentito in un Paese civile come l'Italia».

    Chissà se l'ex ministro Fornero, che inciampò sulla sfortunata affermazione dei giovani italiani troppo choosy (schizzinosi) vorrà commentare la notizia. Certamente è oltremodo significativo il cambio cui i giovani italiani sono stati costretti dalla crisi. Da sognare un futuro da imprenditore (o perché no, il classico astronauta) a uno da spazzino. Con tutto il rispetto per una professione che ha molto a che vedere con la vivibilità dei nostri ambienti urbani - non è un caso se, più politically correct, si parli adesso di operatori ecologici - quel che stupisce non è che un ragazzo accetti di svolgere un lavoro onesto quanto utile, ma che nelle sue prospettive, si deduce dallo studio, questo sia l'ambizione massima che gli venga prospettata. Un quadro dove rientra alla perfezione la stonata uscita del sindaco di New York, il milionario Michael Bloomberg, che ha dichiarato: «Per lo studente medio, diventare un idraulico potrebbe essere una soluzione migliore che frequentare Harvard». Proprio lui che ad Harvard ha studiato.

    La fetta di popolazione mondiale che si trova preclusa l'ambizione di un futuro migliore si sta d'altronde progressivamente allargando. Perfino Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, ha recentemente ricordato in una conferenza a Washington sulla povertà che le disuguaglianze nel mondo sono aumentate: lo 0,5% della popolazione controlla il 35% della ricchezza. «In questo momento ci sono studi - ha affermato la Lagarde, come ricorda il Manifesto - che dimostrano che una distribuzione più equa della ricchezza favorisce una crescita più duratura. Non sono comunista, ma questa è la realtà».

    L'ideologia dell'austerità, che ancora fa valere il suo predominio in Europa, contribuisce ad allargare questa forbice all'interno dei confini del Vecchio continente, o almeno di quelli più deboli (ossia quelli del sud, compresi nostri). Le élite trovano forse comodo spingere la competitività dell'Unione agendo sulla leva dei diritti, abbassando le pretese e i salari dei lavoratori per livellarli sul piano dei concorrenti nei paesi emergenti, ma evidentemente non è questa la strada per il benessere della maggioranza.

    «L'Italia che non può permettersi di rincorrere la competizione internazionale sul piano dei costi, soprattutto umani - spiega ancora Sergio Marini - ma deve puntare su una crescita sostenibile che valorizzi le distintività nazionali, creatività, cultura, ambiente, cibo e territorio». Non è una posizione isolata. Mentre continua la battaglia del premio Nobel dell'economia Paul Krugman contro l'austerità dei «Bocconi boys», un altro Nobel - l'indiano Amartya Sen - in un'intervista al Corriere della Sera ricorda che «Il successo economico dei Paesi asiatici - a cominciare dal Giappone ma anche di Singapore, Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud e ovviamente Cina - ha seguito una rotta focalizzata sull'istruzione, sulla qualità del lavoro. Dovreste tenerne conto, in Europa. Il 60% dei giovani disoccupati in Grecia fa crollare la qualità del lavoro: crescere sarà più difficile». Se in Europa vogliamo ancora credere nell'unica scelta che appaia sensata, ovvero quella di uno sviluppo possibile solo se più sostenibile, la qualità del lavoro è proprio sostenibilità sociale, e non si tratta di un'opzione scorporabile dal pacchetto. Prendere o lasciare.



  • Green Globe Banking, mettere la finanza al servizio dell'economia verde

    L'accesso al credito per tutte le imprese rappresenta oggi un grande scoglio da superare ed è diventato una questione economico-sociale del Paese. Tra le aziende, quelle della green economy che puntano all'innovazione hanno difficoltà aggiuntive che già lo scorso anno erano state ben individuate da uno dei gruppi di lavoro degli "Stati generali della green economy".

    Riassumendo, le difficoltà sono di vario ordine. Per gli imprenditori ad esempio sono legate alla rappresentazione corretta dei vantaggi ambientali attesi e alla misura degli effetti economici positivi ad essi legati e per le nuove imprese al basso livello di patrimonializzazione. Per le istituzioni finanziarie rappresentano ostacoli la scarsa conoscenza delle prospettive di mercato e della dimensione tecnologica delle innovazioni, l'assenza di riferimenti statistici che possano rafforzare una storia creditizia, la difficoltà a inserire variabili "extrafinanziarie", anche a causa dell'incertezza normativa, nei processi codificati di valutazione del credito o di definizione delle polizze assicurative.

    Qualche spunto per far incrociare la domanda e offerta di credito nel settore della green economy torna ad essere offerto dal Green Globe Banking - Award  & Conference, il consueto appuntamento (giunto alla settima edizione) con le migliori esperienze del Green Banking italiano, programmato il 13 giugno a Milano. Il tema di questa edizione è "Trovare soluzioni per fare banca in tempo di crisi. Il Green Banking tra criticità nell'accesso al credito e sviluppo dei mercati della Green Economy: energia, smart city, agroalimentare, turismo sostenibile, edilizia ecoefficiente".

    Si parte da un paio di fatti acclarati: la green economy rappresenta un comparto giovane e dinamico che ha già dimostrato di avere tutte le potenzialità per affermarsi come motore della ripresa economica. Le aziende innovative green chiedono alle banche sostegno, fiducia e competenze di green banking. Di conseguenza alcune domande a cui cercherà di rispondere Green Globe Banking Conference. Banche e imprese che hanno compreso che la Green economy rappresenta una concreta opportunità di business, viaggiano alla stessa velocità? Hanno gli strumenti per trasformare queste opportunità in risultati concreti? Le banche si sono interrogate sul vantaggio di aggiornare il loro modello di valutazione del merito creditizio al mondo Green? Quali aspetti limitano un dialogo efficiente tra mondo bancario e aziende della Green economy?

    Grazie al contributo dei rappresentanti del mondo imprenditoriale, di istituti di credito e istituzioni, Green Globe Banking intende dare un supporto per rispondere ai quesiti e aiutare a innescare un nuovo modello sostenibile di economia.



  • Aspettando la staffetta generazionale e la svolta green, le opportunità lavorative dei figli sono la metà di quelle dei padri

    La percentuale dei giovani ufficialmente disoccupati registrato dall'Istat in Italia è arrivato al 38,4%, ancora in crescita: dietro i numeri si nascondono 635 mila ragazze e ragazzi. È questa - almeno ascoltando le priorità annunciate da Enrico Letta - la soglia critica attorno alla quale sta ruotando l'esecutivo, riunito nell'abbazia di Spineto, in Toscana. Buona parte del successo (o del fallimento) di questo governo si misurerà guardando quanto l'asticella dell'occupazione - giovanile, in particolare - si sarà alzata, una volta arrivati al liberi tutti.

    La misura più incisiva al momento sul tavolo del governo sembra essere quella della staffetta generazionale, già affrontata anche sulle nostre pagine. Riassumendo, funziona così: un lavoratore vicino alla pensione accetta un part-time (a parità di contributi pensionistici, grazie all'intervento dello Stato), e l'azienda assume un giovane a tempo indeterminato. Una misura che in qualche forma è già attiva in forma sperimentale in Friuli-Venezia Giulia, Lombardia e Piemonte, nota oggi il Sole24Ore, e che strizza l'occhio ai cugini francesi: «Oltralpe, dove un giovane su 4 è disoccupato, a metà marzo ha debuttato il contrat de génération che assegna un bonus da 4mila euro all'anno per tre anni alle imprese con meno di 300 dipendenti. In cambio le aziende devono assumere lavoratori under 26 e conservare il posto a un senior di almeno 57 anni fino al momento della pensione (a 60 anni per i francesi, ndr). L'obiettivo dichiarato è siglare 500mila contratti da qui al 2017».

    Se Enrico Giovanni, neoministro del Lavoro, deciderà di puntare forte su questo intervento potrebbe essere una boccata d'ossigeno per l'occupazione giovanile nel nostro Paese: certo, non risolutiva, ma utile a smuovere le acque e a stimolare magari quel tasso d'occupazione femminile - sotto il 50%, il 12% in meno rispetto alla media Ue - cronicamente basso in Italia, ma con un occhio di riguardo tradizionalmente rivolto proprio verso il part-time.

    La staffetta generazionale sarebbe anche un modo per provare a pareggiare almeno in parte quella disparità di opportunità lavorative di cui i padri - volenti o nolenti - hanno potuto usufruire, al contrario dei figli. «Non c'è partita - come sottolinea infatti il quotidiano di Confindustria - con i propri genitori alla stessa età: il match tra le due generazioni messe a confronto evidenzia un risultato netto a favore dei senior». Secondo i risultati di Datagiovani, che ha messo a confronto gli under 25 dal 1980 al 1982 con i pari età del 2012, le «nuove leve hanno visto sgretolarsi le certezze che garantivano a tanti padri l'indipendenza economica prima dei 25 anni. Con il risultato che oggi i lavoratori "green" sono meno della metà di quelli di 30 anni e che il tasso di occupazione si è dimezzato (dal 36% al 18,6%)». Alla faccia dei bamboccioni, insomma, che nella stragrande maggioranza dei casi si trovano loro malgrado ancora a 25 anni spettatori non paganti (e non gaudenti) alla corsa della vita verso l'indipendenza.

    Ricucire la frattura è una delle più grandi sfide dell'oggi che la politica non può evitare di sobbarcarsi. Come scrive oggi l'economista Massimo D'Antoni su l'Unità, «Occorre riconoscere che nella mediazione politica tra ragioni del lavoro e del capitale convivono spazi di cooperazione e divergenza di interessi». Senza questa consapevolezza, è proprio la politica che diviene (stavolta consapevolmente) spettatore non pagante - o scrutatore non votante, per dirla con Samuele Bersani (nomen omen) - nei processi di trasformazione socioeconomici che chiedono di essere governati per essere indirizzati alla sostenibilità, quell'economia verde che può diventare il grimaldello per scardinare il sogno del lavoro minimo garantito per tutti, finora un tabù anche per buona parte dell'italica sinistra.



  • La strage del Bangladesh, Benetton e la globalizzazione senza regole delle merci e del lavoro

    1.033 morti è questo l'ultimo tragico bilancio della più grande catastrofe industriale del Bangladesh, ma a 17 giorni da tragico crollo 24 aprile, nessuno saprà mai quanti cadaveri ci fossero davvero sotto gli 8 piani accartocciati del Rana Plaza: oggi termineranno le operazioni di ricerca e le macerie saranno spiante dai bulldozer. Le autorità dicono che i feriti sono circa 2.500, ed è arrivata pochi minuti fa la bella notizia che dopo 17 giorni di ricerche i soccorritori hanno individuato una donna ancora viva. Le persone che ne sono uscite indenni 2.437. Dei poveri corpi estratti dai detriti del palazzo/fabbrica costruito illegalmente su una palude di Savar, una municipalità dell'immensa capitale del Bangladesh, si conosce l'identità di solo 650, quasi tutte  donne le cui spoglie vengono riconsegnate alle loro famiglie. Il generale di brigata Siddiqul Alam, a capo dell'operazione di recupero, ha detto: «Abbiamo trovato un gran numero di corpi nella tromba delle scale e sotto le scale quando l'edificio ha iniziato a crollare, i lavoratori pensavano che sarebbero stati al sicuro sotto le scale. Ogni volta che abbiamo spostato una lastra di cemento, abbiamo trovato una pila di corpi». I corpi decomposti vengono spesso identificati solo grazie ai telefonini che hanno addosso. L'Afp riferisce che «Le autorità stanno prendendo campioni di Dna dalle vittime, che potranno essere utilizzati per le future richieste di risarcimento».

    Continuano intanto le manifestazioni per chiedere  la pena di morte per il proprietario del Rana Plaza, Mohammad Sohel Rana, ma le responsabilità non sono solo sue. Ora si viene a sapere che il Rana Plaza, che ospitava diverse fabbriche che producevano per marchi di abbigliamento occidentali,  appena un giorno prima del crollo era stato evacuato per breve tempo perché erano comparse delle crepe sui muri. Ma le operaie sono state fatte rientrare praticamente subito nelle fabbriche perché i loro padroni dovevano rispettare gli stringenti tempi di consegna imposti dai subappaltatori delle multinazionali della moda pronta occidentali, compresa Benetton che, dopo due settimane di smentite, nonostante le foto che mostravano tra le macerie sue etichette e ordinativi, ha finalmente ammesso che una delle fabbriche di camicie del Rana Plaza riforniva l'azienda tessile italiana. L'amministratore delegato di Benetton, Biagio Chiarolanza, ha però specificato che «La New Wave Style, al momento del disastro, non era uno dei nostri grossisti, ma uno dei nostri fornitori diretti in India aveva subappaltato due ordini all'azienda».  Gli ordini di Benetton a New Wave, fatti tra il dicembre 2012 e il gennaio 2013, sarebbero per circa 200.000 camicie. Le camicie venivano fabbricate nel Rana Plaza Building, spedite al fornitore in India e poi finivano nel network di distribuzione di Benetton, che però non ha voluto dire in quali negozi al dettaglio siano in vendita i vestiti made in Bangladesh. Secondo la società, «Tra il 2 e il 4% dei prodotti Benetton sono fabbricati in Bangladesh. Benetton gestisce direttamente circa metà della sua produzione, mentre si affida a fornitori esterni - soprattutto in Cina - per il resto».

    Erano riferite anche alle multinazionali italiane le dure parole che la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha pronunciato ieri alla conferenza sullo stato dell'Unione a Firenze: «Il "lavoro schiavo", come Papa Francesco lo ha giustamente definito, era ed è il risultato della sfrenata ricerca di profitto delle aziende occidentali ed europee. Esiste una tendenza, da parte delle imprese private in tutto il mondo a lasciare i Paesi dove la normativa in materia di lavoro e la vigilanza dello Stato proteggono i lavoratori».

    La pensa come lei l'uomo più famoso del Bangladesh, il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, che in un articolo pubblicato da diversi giornali locali ha scritto che «Il disastro è un simbolo del nostro fallimento come nazione. La crepa nel Rana Plaza che ha causato il crollo del palazzo ci ha dimostrato solo che se non affrontiamo le crepe nei nostri sistemi statali, noi come nazione ci perderemo tra le macerie del crollo». Yunus ha anche esortato i marchi della moda mondiale a non abbandonare il Paese, dicendo i lavoratori che fabbricano indumenti in subappalto «Di fatto dovrebbero essere viste come loro dipendenti».

    Il Bangladesh è infatti la più grande fabbrica di vestiti occidentali ed è una fabbrica pericolosissima: l'8 maggio il governo del Bangladesh ha annunciato la chiusura di 18 fabbriche di abbigliamento per motivi di sicurezza. Solo ieri, in un'altra zona della capitale, l'incendio in un edificio che ospita una fabbrica di abbigliamento ha ucciso otto persone, 5 operai, il proprietario, un ufficiale di polizia e un politico locale.

    Chiarolanza ha detto all'Huffington Post che «Benetton aveva deciso di fermare la produzione con New Wave un mese prima del crollo mortale, a causa dell'incapacità del produttore di rispettare standard di qualità ed efficienza "severi"» e che «La società ha intenzione di continuare a utilizzare fabbriche in Bangladesh per produrre le sue merci. il benessere dei lavoratori nei paesi poveri è garantito meglio fornendo lavoro. Andare fuori dal Bangladesh o pensare di lasciarlo in futuro non è la soluzione. Ho trascorso alcuni periodi della mia vita in questa parte del mondo, e credo davvero che Benetton e altri marchi internazionali possano aiutare questi Paesi a migliorare le loro condizioni». Tra le motivazioni portate per  la decisione di restare in Bangladesh c'è «Il bisogno di mantenere le operazioni in regioni diverse, dando alla Benetton la capacità di produrre velocemente e consegnare i capi ai commercianti al dettaglio in tutto il mondo. Altri Paesi, come il Laos e l'Egitto, offrono forza lavoro molto economica, ma il Bangladesh rappresenta il luogo migliore per produrre T-shirts e altri indumenti semplici che possono essere distribuiti ai grandi mercati asiatici, come la Cina. In Tunisia, dove abbiamo una fabbrica di nostra proprietà, possiamo produrre più o meno allo stesso costo. È meglio dividere la produzione tra alcuni Paesi e fabbriche, in modo da essere più vicini, ad esempio, ai mercati asiatici, così da consegnare direttamente i prodotti».

    Le spiegazioni (tardive) della Benetton sembrano il tentativo di bloccare la grossa perdita di immagine di "United Colors of Benetton" che, mentre propaganda l'impegno sociale ed un multiculturalismo interclassista, utilizza subappaltatori che producono in fabbriche pericolosissime che sfruttano brutalmente la manodopera femminile. Come scrive l'Huffington Post, «Benetton ha dato la colpa della confusione alla complessità della sua catena di fornitori. Il gruppo opera in 120 paesi del globo e lavora con 700 produttori, e i fornitori spesso esternalizzano il lavoro, quando è necessario. C'è voluto tempo per ripercorrere tutti i registri e ritrovare gli ordini fatti alla fabbrica di Rana Plaza, ha dichiarato l'azienda».

    Verrebbe da dire chi di buona globalizzazione ferisce di cattiva globalizzazione perisce, se a perire non fossero stati in realtà più di mille poveracci senza tutele e diritti, sfruttati da imprese subappaltatrici come la New Wave, che secondo Benetton rispettava evidentemente il codice di condotta, che parla anche di condizioni di lavoro e sicurezza, che devono firmare tutti i suoi fornitori. Ma Chiarolanza ha ammesso che L'azienda non ha mai condotto una cosiddetta "rilevazione sociale" (social audit) di New Wave,  poiché Benetton aveva lavorato con il fornitore solo per un breve periodo di tempo». Che poi è la normalità per ordinativi di questo tipo in Paesi in via di sviluppo... Benetton invece ha assicurato che «La documentazione fornita dalle agenzia governative locali non mostrava segni di irregolarità o permessi di costruzione sospetti. Tutte le informazioni fornite alla Benetton erano completamente in linea». Peccato che i permessi di costruzione del Rana Plaza praticamente non esistano. 

    La Clean clothes campaign (Ccc), è in possesso di una copia di un ordine di acquisto da parte di Benetton per capi prodotti dalla New Wave, che sembra avere con l'azienda italiana rapporti molto più stretti e continui di quelli che ammette Chiarolanza, visto che sul suo sito web annovera la Benetton come un dei suoi principali clienti.

    Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna abiti puliti, la sezione italiana della Ccc dice: «La gravità della situazione richiede un'assunzione di responsabilità immediata da parte dei marchi internazionali coinvolti, del governo e degli industriali bengalesi, che devono porre fine per sempre a tragedie come questa, l'ennesima per totale negligenza del sistema imprenditoriale internazionale. Aziende importanti come la Benetton hanno la responsabilità di accertare a quali condizioni vengono prodotti i loro capi e di intervenire adeguatamente e  preventivamente per garantire salute e sicurezza nelle fabbriche da cui si riforniscono».

    In particolare, «viste anche le ultime dichiarazioni rilasciate da Benetton con le quali si è detto disponibile a contribuire al risarcimento delle vittime del crollo e alla luce delle numerose prove che di fatto legano l'azienda a una delle fabbriche del Rana Plaza», la Ccc chiede che Benetton: Invii immediatamente una sua delegazione in Bangladesh, stabilendo un contatto diretto con Abiti Puliti e i sindacati locali per fornire immediato supporto alle vittime della tragedia che hanno bisogno di cure, cibo e assistenza; Contribuisca al fondo di risarcimento negoziato con i sindacati bengalesi e IndustryALL - la federazione internazionale dei sindacati tessili - in base a criteri equi e secondo una lista   trasparente che elenchi tutte le vittime e i feriti.  La cifra totale, secondo le prime stime, non potrà essere inferiore ai 30 milioni di dollari, per risarcire le vittime o le famiglie dei deceduti, per gli stipendi mancati per l'intero ciclo di vita e i danni psicologici subiti. Sono esclusi i costi dell'assistenza medica per centinaia di feriti; Firmi il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement, un programma specifico di azione che include ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza per rimuovere alla radice le cause che rendono le fabbriche del paese insicure e rischiose per migliaia di lavoratori; Renda pubblica e trasparente la lista dei loro fornitori, i report degli audit effettuati e le azioni correttive intraprese per consentire alle organizzazioni non governative e ai consumatori di valutare in maniera indipendente la qualità dei loro controlli e l'effettivo miglioramento dei livelli salute e sicurezza presso i vostri fornitori.

    La Campagna abiti puliti si dice «Certa che Benetton saprà valutare con attenzione le istanze che provengono anche dai loro clienti, attenti sempre più che gli abiti che acquistano siano confezionati in condizioni di produzione eque e dignitose».



  • Lavoro minimo garantito e sostenibile: basterebbe l'1,5% del Pil per ridare speranza a 1 milione di italiani

    Arriva dalla Corte dei conti l'ultima mazzata al governo Monti, che solo da pochi giorni ha passato il testimone al suo successore Enrico Letta. Secondo la relazione che la Corte dei conti ha illustrato al parlamento, le leggi di spesa pubblicate negli ultimi quattro mesi dal governo dei professori assomigliano molto a un colabrodo.  Una volta morto, chiunque diventa un santo. L'esecutivo Monti non sembra però seguire la stessa sorte, tanto che anche il Sole24Ore riassume: si tratta di un «rosario di norme e normette prive di copertura e stimate approssimativamente, o addirittura nemmeno stimate - riassume il Sole24Ore -, spesso inserite più o meno di soppiatto in maxi emendamenti corredati di voto di fiducia perfino aggirando i veti dell'Economia, della Ragioneria o delle commissioni Bilancio di Camera e Senato».

    Quello che doveva essere il governo dei professori - algido ma pragmatico e lontano dai vezzi e dalla confusione cui la politica italiana ci ha ormai abituato - cade proprio sul rigore dei conti, il suo cavallo di battaglia. Ma c'è di più. Secondo l'allarme lanciato dai professionisti dei calcoli previdenziali in vista delle Giornate nazionali della previdenza, il sistema pensionistico «non può essere considerato finanziariamente sostenibile». La posizione degli attuari, spiegata dal quotidiano di Confindustria, è che la riforma Monti-Fornero non elimina «le problematiche legate alla diminuzione del tasso d'occupazione e alla possibile riduzione dei redditi a fronte di un aumento del costo delle pensioni per l'allungamento della vita media».

    C'è solo da immaginare che ne pensa il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua, che appena l'anno scorso dichiarava all'Ansa: «I numeri confermano che il sistema è in sicurezza. Le riforme fatte stanno dispiegando i loro effetti con risultati positivi sulla finanza pubblica». Adesso, gli attuari affermano il contrario, ed è rapido il nesso alle crescenti pressioni per la diffusione di fondi pensione integrativi (e privati).  In realtà, si tratta soltanto dell'ennesima conferma di quanto sia non solo inutile, ma anche dannosa, la purga della vuota austerità che l'Europa continua a sorbirsi sotto l'ideologia dei paesi filo-tedeschi, sperando invano che il mal di pancia della crisi passi. Ottenendo soltanto, invece, di peggiorare ulteriormente i conti pubblici, che colano a picco insieme all'economia mantenuta in recessione. Allo stesso modo, il prolungamento dell'età pensionabile non è la soluzione ai conti dell'Inps - e nemmeno quello alla vecchiaia degli italiani. Aggrava anzi la precondizione stessa per il pagamento delle pensioni, ossia l'entrata nel mercato del lavoro di forza lavoro fresca che, insieme al proprio reddito, possa creare le risorse economiche per pagare le pensioni ai propri padri.

    Da questo punto di vista rimane dunque interessante la proposta d'introdurre la staffetta generazionale, «un esame - scrive il Corriere della Sera - che partirà da un disegno di legge già pronto, sul quale lo stesso Letta ha messo gli occhi, e presentato da Giorgio Santini, ex segretario aggiunto Cisl ora senatore del Pd». Con la staffetta, un lavoratore anziano (a parità di contributi pensionistici) accetta un part-time per far entrare in azienda un giovane a tempo indeterminato a cui fare da tutor. Una strategia con del potenziale per rilanciare specialmente l'occupazione femminile, da sempre attenta al part-time.

    Ma un'azione di respiro complessivo e dall'impatto immediato, date le condizioni macroeconomiche attuali, al momento rimane soltanto la creazione diretta di lavoro da parte dello Stato. Quell'Agenzia per l'occupazione illustrata dal sociologo Luciano Gallino sulle nostre pagine, che avrebbe le porte spalancate in Parlamento (è o non è l'emergenza lavoro, quella su cui a parole si sperticano tutti i partiti?).

    Questa manovra di lavoro minimo, indirizzata sulla mitigazione del rischio idrogeologico, sulla tutela del territorio, sulla valorizzazione del patrimonio pubblico e la cura del tessuto sociale, darebbe lavoro utile per un'economia più sostenibile, reddito e speranza per tanti italiani. Senza essere un costo reale per lo Stato, divenendo immediatamente nuova ricchezza in circolo. «Ipotizzando una cifra pari a 25mila euro a occupato - ha spiegato Gallino - per un milione di disoccupati avremmo un totale di 25 miliardi». L'1,5% del Pil italiano, quando solo rimediando agli sprechi della spesa pubblica per appalti potremmo recuperane il doppio, 50 miliardi di euro. Su tali e "piccoli" numeri (per il bilancio di uno Stato come l'Italia) balla il destino di tanti concittadini.



  • La Fao prevede una produzione cerealicola record, ma non mancano i paradossi

    Secondo le prime stime della Fao, pubblicate oggi nel Bollettino mensile sull'Offerta e Domanda di Cereali, nel 2013, «Vi sarà una forte crescita della produzione mondiale di grano, di cereali secondari e di riso.  Se vi saranno condizioni atmosferiche più regolari che nel 2012, la produzione mondiale di grano nel 2013 dovrebbe raggiungere i 695 milioni di tonnellate, un incremento del 5,4% rispetto allo scorso anno e solo 6 milioni di tonnellate al di sotto del livello record raggiunto nel 2011. Per i cereali secondari si prevede un nuovo record, con una produzione che dovrebbe aggirarsi intorno ai 1.266 milioni di tonnellate - una crescita del 9,3 % rispetto al precedente record di 1.167 milioni di tonnellate registrato nel 2011.  Su questo totale, il mais farà la parte del leone con circa 960 milioni di tonnellate, circa il 10% in più rispetto al 2012. La maggior parte dell'aumento si registrerà negli Stati Uniti, il più grande produttore al mondo, dove si prevede le semine di mais raggiungeranno il livello più alto dal 1936. Anche il ritorno alla normalità dopo i periodi di siccità nei maggiori paesi produttori della Csi (Comunità degli Stati indipendenti - ex Urss, ndr) dovrebbe contribuire alla prevista produzione record».

    Secondo una prima stima della Fao, ancora preliminare, «La produzione di riso nella prossima stagione 2013 dovrebbe aumentare e raggiungere i 497,7 milioni di tonnellate, 16 milioni di tonnellate in più rispetto al 2012, con aumenti particolarmente rilevanti in India e Indonesia».

    Ma nonostante questi aumenti record della produzione, per il 2012/2013 la Fao prevede «Una stagnazione nell'utilizzo mondiale di cereali, da attribuirsi alla crescita dei prezzi dei cereali e all'incerta domanda di etanolo. L'utilizzo globale di cereali è adesso previsto intorno ai 2.332 milioni di tonnellate, dato sostanzialmente invariato rispetto al livello del 2011/12».

    Mentre in molte aree del mondo la popolazione ha fame e/o gravi problemi di denutrizione «Le scorte cerealicole mondiali alla fine della stagione 2013 sono stimate intorno a 505 milioni di tonnellate, un aumento dell'1% (5 milioni di tonnellate) rispetto alle proiezioni precedenti, ma 3% (16 milioni di tonnellate) al di sotto del loro livello di apertura». Eppure la Fao dice che ci sarà «Un brusco calo del commercio mondiale di cereali, che dovrebbe coinvolgere tutti i principali cereali. Attestandosi a 304.4 milioni di tonnellate, sarebbe quasi 1 milione di tonnellate superiore alle previsioni del mese scorso, ma ancora circa il 4% (13 milioni di tonnellate) in meno rispetto al 2011/12».

    Inoltre c'è un altro fenomeno che contraddice la (normale) legge della domanda e dell'offerta: nonostante l'abbondanza di cereali, l'Indice dei prezzi alimentari Fao è in aumento per il secondo mese consecutivo: ad aprile è aumentato dell'1%, cioè di due punti. L'agenzia per il cibo e l'agricoltura dell'Onu sottolinea che «Come in marzo, l'incremento del mese scorso è stato trainato quasi esclusivamente dal forte aumento dei prezzi lattiero-caseari. I prezzi della maggior parte delle altre materie prime alimentari sono invece diminuiti. Attestandosi a 215,5 punti, l'Indice Fao è stato anche l'1% più alto rispetto all'aprile 2012.  Attualmente, è il 9% più basso rispetto al picco registrato nel febbraio 2011».

    Infatti ad aprile l'Indice Fao dei prezzi lattiero-caseari ha registrato una media di 259 punti, rispetto a marzo: «Un aumento di quasi 34 punti (14,9%), e la seconda più grande variazione mensile mai registrata. La causa principale è stata il brusco calo della produzione di latte in Nuova Zelanda, il più grande esportatore di prodotti lattiero-caseari del mondo».

    Invece, l'Indice Fao dei prezzi cerealicoli ha registrato una media di 235 punti, 10 punti in meno (4,1%) rispetto a marzo, ma quasi 11 punti in più (4,9%) rispetto all'aprile 2012.

    L'Indice Fao dei prezzi dei grassi e dei semi oleosi ha registrato in aprile una media di 199 punti, un calo di 2 punti (1,5%) rispetto a marzo. La Fao spiega che «L'indebolimento dei prezzi dell'energia e le persistenti preoccupazioni circa l'andamento dell'economia globale hanno continuato a pesare su tutti gli oli vegetali nel loro complesso».

    L'Indice Fao dei prezzi delle carni ha registrato una media di 179 punti, un livello che si è mantenuto costante sin dalla seconda metà del 2012, oscillando tra i 177 e i 179 punti. Nonostante questo, i prezzi della carne nel loro insieme rimangono alti rispetto ai loro standard storici. Ad aprile l'Indice Fao dei prezzi dello zucchero ha registrato una media di 253 punti, un calo di oltre 9 punti (3,6%), rispetto a marzo.



  • Benguela Current Convention, grande accordo per la gestione sostenibile delle risorse tra Angola, Namibia e Sudafrica

    Con la firma della Benguela Current Convention, Angola, Namibia e Sudafrica hanno avviato una collaborazione a lungo termine per la salvaguardia e l'utilizzo sostenibile delle risorse viventi della Benguela Current Large Marine Ecosystem, uno degli ecosistemi più ricchi del pianeta che si estende da Port Elizabeth in Sudafrica fino all'enclave di Cabinda, la provincia più a nord dell'Angola.

    La corrente di Benguela è un'area oceanica che produce beni e servizi il cui valore è stimato in almeno 54,3 miliardi dollari all'anno, ma dove si svolgono anche importanti ed impattanti attività industriali come l'estrazione offshore di petrolio e gas, miniere sottomarine di diamanti,  turismo costiero e una delle pesche commerciali più importanti del mondo. Al centro della Benguela Current Convention firmata in Angola, c'è un accordo trans-nazionale per utilizzare dal  punto di vista ecologico, ed economicamente soddisfacente, l'ecosistema in un modo che da bilanciare attentamente a lungo termine la sua conservazione  e le esigenze delle persone la cui sussistenza dipende dal suo utilizzi. Secondo Maria do Valle Ribeiro, che dirige l'United Nations development programme (Undp) in Angola, questo «E' il modo ideale e più efficace per ottenere una gestione sostenibile del Benguela Current Large Marine Ecosystem e garantire il futuro sostenibile delle persone che fanno affidamento su di esso».

    Fin dagli anni '90 l'Undp e il Global environment facility (Gef) hanno fornito finanziamenti e supporto tecnico per la cooperazione regionale per la protezione dell'area della Corrente di Benguela ed il loro sostegno è stato fondamentale per l'istituzione e il successo della Commissione nel 2007.«La storica firma della Benguela Current Convention rappresenta il culmine di molti anni di ricerca,  consultazione e  negoziazione, i quali si sono svolte in un clima di fiducia e di cooperazione» ha detto Hashali Hamukuaya, segretario esecutivo della Benguela Current Commission.

    La cerimonia della firma si è svolta nella sede del governo della provincia di Benguela e vi hanno preso parte i ministri angolani di pesca, scienza e tecnologia, agricoltura, trasporti e delle miniere e del'energia, i ministri namibiani della pesca e delle risorse marine, miniere ed energia e trasporti ed il ministro sudafricano degli affari ambientali e dell'acqua

    Dopo la firma il vice direttore generale del Gef, André Laperriere, ha concluso:«Una forma olistica di gestione degli ecosistemi è essenziale per affrontare le crescenti minacce ai complessi ambienti costieri e marini. La gestione sostenibile non è possibile senza un quadro giuridico come quello messo in atto congiuntamente oggi dai governi di Angola, Namibia e Sudafrica. I leader di questi Paesi hanno chiaramente dimostrato che è possibile e auspicabile vedere soluzioni politiche sulla base delle conoscenze scientifiche al fine di invertire il degrado marino e l'esaurimento delle risorse».



  • Strage del Rana Plaza in Bangladesh: 427 morti. Prime ammissioni di aziende americane ed europee

    Si fa di giorno in giorno e di ora in ora più drammatico il bilancio del crollo del Rana Plaza a Savar, un palazzo di 8 piani costruito abusivamente in una palude "bonificata" alla periferia di  Dhaka, la capitale del Bangladesh. L'Ong Campagna Abiti Puliti - Clean Clothes Campaign (Ccc) spiega che «Mercoledì 24 aprile migliaia di operai si sono recati come sempre presso una delle fabbriche in cui lavoravano situate nel palazzo Rana Plaza a Savar, Dhaka. Gli era stato detto di tornare al lavoro nonostante solo il giorno prima fossero state notate grosse crepe nello stabile (...) quello stesso giorno l'edificio è crollato, intrappolandoli sotto tonnellate di macerie e di macchinari». Secondo quanto riferisce oggi il quotidiano The Daily Star, il tragico bilancio dei morti è salito a  427, ma l'esercito sta rimuovendo ancora le macerie e ci sono almeno 140 dispersi. Inoltre, molti tra i centinaia di feriti sono gravissimi.

    E' invece ripreso il lavoro nei distretti industriali di Dacca dopo otto giorni di violenti scioperi e proteste degli operai che non sopportano più di essere la carne da macello a  bassissimo costo di imprenditori bengalesi senza scrupoli che lavorano per le grandi firme della moda internazionale che dimostrano ancora una volta tutta la loro avida irresponsabilità sociale.

    Anche il  Dipartimento di Stato Usa ha ammesso che delle imprese tessili statunitensi ed europee si rifornivano nelle fabbriche i cui operai  lavoravano in condizioni disumane nel palazzo di 8 piani crollato il 24 aprile nella capitale del Bangladesh. Il portavoce del Dipartimento di Stato, Patrick Ventrell, ha detto che «Alcune società che lavoravano nello stabile sembrano avere legami con numerose imprese negli Stati Uniti e in Europa e noi continueremo a discutere con queste imprese del modo in cui possono migliorare le condizioni di lavoro nel Bangladesh. Gli Stati Uniti sono fortemente impegnati con il governo del Bangladesh, con gli esportatori e gli importatori sulle questioni dei diritti dei lavoratori e le condizioni di lavoro e di sicurezza».

    Ccc sottolinea che «Non tutti i marchi che producevano nelle fabbriche del  Rana Plaza sono stati ancora identificati. Stiamo lavorando a stretto contatto con gli attivisti locali in Bangladesh e con altre organizzazioni in tutto il mondo, per scoprire chi stava producendo lì  e per  fare in modo che vengano ritenuti responsabili per la loro quota di pagamenti dei risarcimenti». Quel che è certo è che  «Quando è avvenuta la tragedia i lavoratori morti e feriti stavano producendo capi di abbigliamento per marchi europei e nordamericani.

    Un certo numero di marchi ha già riconosciuto l'esistenza di rapporti con queste fabbriche,  tra cui Primark (Uk/Irlanda), Bon Marche (Uk), Joe Fresh (Loblaws, Canada), El Corte Ingles (Spagna) e Mango (Spagna). Etichette e ordini dell'italiana Benetton sono state ritrovate tra le macerie (anche se Benetton ha smentito qualsiasi legame). Altri marchi sono ancora in fase di identificazione. Questa tragedia ha devastato la vita di migliaia di famiglie. Le lesioni subite da molti di questi lavoratori sono orribili e richiedono cure mediche immediate e a lungo termine. I marchi devono agire immediatamente per assicurare aiuti tempestivi e un adeguato risarcimento».

    Campagna abiti puliti è convinta però che ci sia bisogno di ulteriori passi avanti per prevenire futuri incidenti, per questo ha lasciato la petizione via internet Stop The Killing! Demand safety for Bangladeshi workers nella quale si legge: «Dal crollo della fabbrica Spectrum nel 2005, il rispetto della sicurezza degli edifici e delle norme antincendio è stato ripetutamente chiesto ai marchi che si riforniscono in Bangladesh.

    Questi non possono più nascondere le loro responsabilità per l'inerzia dimostrata nell'evitare che queste tragedie si verifichino. Non vi è alcuna ragione che giustifichi ulteriori ritardi nella firma del Bangladesh Fire and Building Safety Agreement. Da quando sono morti 112 lavoratori nell'incendio della Tazreen, i marchi hanno fatto proposte deboli e insufficienti per affrontare il tema della sicurezza degli edifici e delle norme antincendio, come i filmati (H&M), la scuola (WalMart) e alcune loro iniziative. Quanta sicurezza può garantire un video quando gli edifici crollano o le uscite di emergenza non esistono? I lavoratori hanno bisogno di soluzioni strutturali per mettere fine a queste condizioni di lavoro insicure. La firma del Bangladesh Fire and Building Safety Agreement e la collaborazione con i sindacati bengalesi sono i primi passi essenziali. Questo accordo, costruito da sindacati bengalesi e internazionali insieme agli attivisti dei diritti del lavoro, porterà a ridurre sensibilmente l'esistenza di fabbriche trappola come Rana Plaza. Il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement comprende ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza. È un'operazione di fondamentale trasparenza che deve essere sostenuta da tutti gli attori principali bengalesi e internazionali».

    Per firmate la petizione di Clean Clothes campaign:

    http://www.cleanclothes.org/action/current-actions/rana-plaza



  • Grandi intese per abolire il ministero dell'Ambiente?

    Ieri le associazioni ambientaliste hanno scritto al presidente del Consiglio incaricato  Enrico Letta per fargli i migliori auguri per il pieno successo del suo incarico, ma soprattutto per richiamare la sua attenzione «Sulla necessità di mantenere inalterato il presidio ambientale al più alto livello istituzionale e quindi governativo con una titolarità specifica nell'ambito della nuova compagine governativa, e che vengano garantite le risorse perché il ministero sia messo in condizioni di operare proficuamente».

    Umberto Martini (Club alpino italiano), Giuseppe Onufrio  (Greenpeace), Andrea Carandini (Fondo ambiente italiano), Marco Furlan (Federazione nazionale Pro Natura), Vittorio Cogliati Dezza (Legambiente), Franco Iseppi (Touring club italiano), Dante Caserta (Wwf) sono preoccupati per le insistenti voci che il taglio draconiano dei ministeri (poi ridimensionato per far posto agli appetiti ed alle correnti di Pd e Pdl) trovi una sua vittima sacrificale nel ministero dell'ambiente, magari da accorpare come orpello a quello dello sviluppo economico o delle infrastrutture.

    «Tale presidio - scrivono le associazioni - è ampiamente legittimato dalle rilevanti, consistenti e pervasive conseguenze che le problematiche ambientali rivestono per l'economia, la società e quindi per il presente ed il futuro del Paese, soprattutto nello scenario dello sviluppo delle politiche europee. Pertanto le chiediamo di accogliere  questa nostra perorazione anche possibilmente sotto il profilo di una continuità operativa di alta competenza e riscontrata credibilità internazionale».

    A parte che sarebbe molto difficile giustificare nell'Unione europea come il nostro Paese possa diventare l'unico senza un ministro dell'ambiente, come sanno i lettori di greenreport.it, questo giornale ha più volte scritto che dovrebbe essere l'ambiente a "contaminare" la politica e che se il ministero dello sviluppo economico diventasse il ministero dello sviluppo sostenibile allora la cancellazione di quello dell'ambiente sarebbe davvero un passo in avanti, perché significherebbe un cambio di passo, un nuovo paradigma del governo di questo Paese e la finalmente visibile consapevolezza della politica della centralità dell'ambiente per lo sviluppo e per l'uscita dalla crisi.  

    Ma ci sembra che si stia discutendo di altro, che si stia discutendo per esempio di come attuare gli 8 punti di Berlusconi, che di ambientale non hanno proprio nulla, e non gli 8 punti di Bersani che alcune di queste suggestioni, a partire dallo sviluppo sostenibile e dalla green economy, le contenevano.

    D'altronde da un governo di unità nazionale che, data l'auto-esclusione del M5S, di Sel a sinistra, di Lega Nrd e Fratelli d'Italia a destra, si è ormai ridotta ad un patto tra Pd, Pdl e Scelta Civica, sarà difficile tener fuori le pulsioni che portarono i senatori del Pdl a votare nella scorsa legislatura contro l'esistenza del cambiamento climatico; come sarà difficile che i berlusconiani non ritirino fuori i cavalli di battaglia del Ponte sullo Stretto di Messina e del condono tombale sugli abusi edilizi in Campania (che gli hanno permesso di fare bottino pieno in quella regione); sarà difficile che l'ala maggioritaria sviluppista del Pd metta in dubbio la Tav e le grandi opere come richiesto dalle associazioni ambientaliste, sarà difficilissimo che i montiani mettano in discussione le trivellazioni petrolifere offshore nei mari italiani approvate dl duo Passera/Clini... La lista potrebbe continuare e per l'ambiente, che sembrava essere la leva di un possibile governo di svolta, si annunciano tempi forse più bui e tagli più draconiani di quelli che ci siamo appena lasciati alle spalle.

    Il taglio del ministero dell'ambiente sarebbe l'ennesima dimostrazione di una classe politica che non è in grado di cambiare paradigma, che sceglie la strada dell'immagine, del taglio degli "sprechi" che hanno al centro le politiche ambientali. Ancora una volta ci promettono che toglieranno l'Imu (frutto dell'unica cosa che ha davvero "funzionato" in questo Paese: la cementificazione), che affronteranno il problema della disoccupazione e degli esodati, che taglieranno le tasse alle imprese... roba che vale decine di miliardi che per dare a qualcuno bisognerebbe prendere da qualcun altro. Ma la patrimoniale è diventata una bestemmia e l'evasione fiscale è ridiventata figlia di nessuno e soprattutto non di quell'imprenditoria mai colpevole che ha delocalizzato il lavoro all'estero e i soldi alle Cayman.

    Siamo molto lontani dalla Germania, dove sembra che per fare il cancelliere bisogna aver fatto prima il ministro dell'ambiente, ma anche dagli altri più importanti Paesi dell'Ue dove l'ambiente è sempre più centrale nelle politiche nazionali e locali e spesso sottratto ai tagli lineari di bilancio.  Speriamo di no, ma se il nuovo governo Pd-Pdl vuol dimostrare il virtuoso slancio verso il taglio dei costi della politica (ormai una vistosa maschera dietro la quale nascondersi per non attuare i tagli al sistema e strutturali) tagliando il ministero dell'ambiente e le province siamo proprio messi male... e forse qualcuno ci sta prendendo in giro facendo riballare le cifre, come se la crisi, l'evasione fiscale, gli abusivismi, l'attacco all'ambiente non esistessero e non stessero divorando l'anima, le risorse  e il territorio di questo Paese.



  • Anche la sostenibilità è a rischio bolla

    Questa settimana il Worldwatch Institute ha lanciato il suo rapporto annuale "State of the World 2013" che porta un titolo molto significativo "Is Sustainability Still Possible?" (E' la sostenibilità ancora possibile) . Si tratta di un rapporto veramente interessante che fa il punto sul dibattito della sostenibilità a livello internazionale e sulla sua concreta applicazione partendo proprio dagli abusi del termine e da una comune cultura approssimativa che ha tradotto la sostenibilità in maniera spicciola, presentando un'ampia gamma di prodotti ed attività con il termine "sostenibile". Prodotti ed attività che indicano, nella migliore delle situazioni, pratiche o prodotti che sono leggermente meno dannosi di altri. In pratica presentano un minore livello di insostenibilità. I ricercatori del Worldwatch dicono che ormai si parla di "Sustainababble".

    Il rapporto approfondisce molto bene questo tema centrale per il futuro di noi tutti. Infatti la strada non deve essere quella dell'abbandono o del discredito del termine sostenibilità ma invece è necessario lavorare e studiare al meglio, come cerca di dimostrare il rapporto con il contributo di tanti autorevoli esperti della materia, per trovare le dimensioni corrette alla sostenibilità, studiando i modi più accurati per misurarla e per raggiungerla. Avrò modo di tornare più a fondo su questo rapporto di cui, come faccio da 26 anni, sto curando l'edizione italiana.

    Il 5 aprile scorso Jorgen Randers ha tenuto a Roma, l'Aurelio Peccei Lecture 2013, lanciando contemporaneamente l'edizione italiana del nuovo rapporto che ha scritto per il Club di Roma, quarant'anni dopo la pubblicazione de "I limiti dello sviluppo" dal titolo "2052. Scenari globali per i prossimi quarant'anni" (e da me curato per Edizioni Ambiente).

    Ho già avuto modo di soffermarmi, in questa rubrica, su questo interessante e stimolante rapporto scritto da uno degli autori sia dell'originale rapporto "I limiti dello sviluppo" del 1972 che dei successivi due rapporti, sempre sui limiti, pubblicati rispettivamente, nel 1992 e nel 2004.

    Jorgen Randers scrive nell'introduzione al suo volume «Quarant'anni fa, io e i miei colleghi passammo due anni nei nostri uffici al MIT, lavorando senza sosta. Eravamo impegnati a esplorare il futuro e, sotto la direzione di Dennis L. Meadows e con la supervisione di Donella H. Meadow, alla fine presentammo quello che sarebbe diventato un libro famigerato, "I limiti dello sviluppo". Il libro era un'analisi di scenario con la quale tentavamo di rispondere alla domanda "cosa succederà nei prossimi 130 anni se l'umanità deciderà di seguire determinate politiche?. Ci domandammo cosa sarebbe potuto succedere se la comunità globale avesse continuato a perseguire la crescita economica senza considerare il controllo della popolazione. O cosa sarebbe accaduto se l'umanità avesse scelto di impiegare le sue immense capacità tecnologiche (oltre a un po' di denaro) per sviluppare un'agricoltura sostenibile su scala globale. Delineammo parecchi futuri possibili. In alcuni, le cose erano andate per il verso sbagliato; in altri, invece, la situazione era decisamente migliore.

    Ciononostante, non presentammo alcuna previsione, ed evitammo di dire che cosa sarebbe effettivamente successo nel XXI secolo perché non pensavamo fosse possibile farlo con sufficiente rigore scientifico. Tra il 1970 e il 2100 sarebbero potute succedere così tante cose che non pensavamo di essere in grado di scegliere uno tra i futuri possibili e di difendere la nostra scelta.

    Presentammo invece un'analisi di scenario, e provammo a dire qualcosa sui possibili risultati di determinate scelte politiche. Cercammo di descrivere i possibili effetti dell'accelerazione nella ricerca di soluzioni tecnologiche ai problemi più gravi dell'epoca, come la sovrappopolazione, la scarsità di cibo e materie prime e i crescenti impatti ambientali delle attività umane. Ci servimmo di un modello computerizzato per capire cosa sarebbe potuto avvenire se si fosse deciso di limitare i consumi procapite di risorse o il numero di figli per donna.

    Ci sforzammo di rendere coerenti fra loro i vari scenari proposti. Ci sforzammo perché lo sviluppo della popolazione risultasse logicamente coerente con le nostre assunzioni sulle dimensioni dei nuclei famigliari, e perché le caratteristiche di queste ultime non fossero in contraddizione con i livelli di istruzione e di accesso alle cure mediche effettivamente disponibili. In aggiunta, le soluzioni tecnologiche che ritenevamo plausibili non comparivano spontaneamente nei nostri scenari, ma solo dopo decenni di ricerche, tentativi ed esperimenti su scala pilota. Per evitare qualunque contraddizione, incorporammo tutte le nostre assunzioni nel nostro modello informatico, che ci aiutò anche a evitare di trarre conclusioni illogiche a partire dai presupposti che avevamo scelto.

    La principale conclusione risultante dal lavoro fatto agli inizi degli anni Settanta fu che, in mancanza di cambiamenti significativi, l'umanità rischiava di spingersi pericolosamente oltre i limiti fisici del nostro pianeta. Questa conclusione derivava dall'osservazione (chiarissima per noi, ma non per tutti) che all'umanità serve tempo per risolvere i problemi derivanti dalla finitezza del pianeta (ovvia per noi, ma non per tutti)».

    "I limiti dello sviluppo" del 1972, un volume destinato a fare epoca, presentava le analisi, le riflessioni ed i risultati di una ricerca che - impiegando per la prima volta elaboratori elettronici per la costruzione di modelli di simulazione matematica del sistema mondiale - cercava di comprendere le tendenze e le interazioni di cinque fattori dai quali dipende la sorte delle società umane nel loro insieme (l'aumento della popolazione, la disponibilità di cibo, le riserve ed i consumi di materie prime, lo sviluppo industriale e l'inquinamento) in un periodo relativo ai successivi 130 anni.

    Il volume fu pubblicato quando ancora non si disponeva delle notevoli conoscenze che abbiamo raccolto, nei decenni successivi alla pubblicazione del volume, grazie anche all'utilizzo dei satelliti da telerilevamento, nonché dalle profonde ricerche nel campo delle scienze del sistema Terra e dall'utilizzo dei megasupercomputer.

    Nonostante le carenze che allora ancora avevamo sulle conoscenze della dinamica del sistema Terra, il rapporto del MIT al Club di Roma scatenò un dibattito internazionale di enormi proporzioni. Al di là di alcune intrinseche debolezze dovute alla semplificazione dell'intero modello mondiale in una simulazione elettronica ancora approssimativa anche perché semplice e sperimentale, esso ha avuto e manterrà sempre il grande merito di aver colpito seriamente il mito della crescita che ha sempre avuto un ruolo egemone nella cultura delle nostre società, in particolare nell'ultimo secolo.

    Non è un caso che in quegli anni gli attacchi al rapporto provenissero da tutti quei fronti ideologici e politici che non mettevano minimamente in discussione il concetto di crescita economica materiale e quantitativa delle società umane e la nostra evidente impossibilità di sorpassare i limiti dei sistemi naturali del nostro pianeta.

    Le conclusioni del rapporto del 1972 furono le seguenti:

    Nell'ipotesi che l'attuale linea di crescita continui inalterata nei cinque settori fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti, consumo delle risorse naturali) l'umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali della crescita entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un improvviso, incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale.

    È possibile modificare questa linea di sviluppo e determinare una condizione di stabilità ecologica ed economica in grado di protrarsi nel futuro. La condizione di equilibrio globale potrebbe corrispondere alla soddisfazione dei bisogni materiali degli abitanti della Terra e all'opportunità per ciascuno di realizzare compiutamente il proprio potenziale umano.

    Se l'umanità opterà per questa seconda alternativa, invece che per la prima, le probabilità di successo saranno tanto maggiori quanto più presto essa comincerà a operare in tale direzione.

    Nessun documento è stato capace di scatenare un dibattito così significativo sul dogma della crescita economica come è riuscito a fare  "I limiti dello sviluppo".

    La politica e l'economia hanno fatto veramente molto poco, in questi decenni, per invertire seriamente la tendenza degli effetti disastrosi di una continua crescita materiale e quantitativa dell'impatto della nostra specie sul nostro pianeta ed oggi cominciamo a pagarne conseguenze sempre più significative. 

    Diventa quindi veramente difficile immaginare che una continua crescita economica, scontrandosi sempre più con i limiti ambientali, possa proseguire indisturbata ed è francamente preoccupante che questa "visione" sia ancora dominante nella politica e nell'economia mondiali. Siamo sempre più consapevoli che non può esistere una sostenibilità del nostro sviluppo sociale ed economico se cerchiamo continuamente di oltrepassare i limiti delle dimensioni biofisiche dei sistemi naturali e se indeboliamo la loro vitalità.

    Diventa sempre più urgente e necessario "voltare pagina".

    Secondo Randers ed il suo scenario il processo di adattamento dell'umanità ai limiti del pianeta è lentamente iniziato. Nel corso dei prossimi quarant'anni, gli sforzi per limitare la nostra impronta ecologica continueranno. La futura crescita della popolazione globale e il PIL saranno vincolati non solo da questo sforzo, ma anche dal rapido declino della fertilità a causa dell'urbanizzazione, dal declino della produttività a causa dei disordini sociali e dal perdurare dello stato di povertà di due miliardi di cittadini del mondo.

    Allo stesso tempo, ci saranno progressi significativi nell'efficienza dell'utilizzo delle risorse e nelle soluzioni eco-compatibili. Ci sarà anche uno spostamento dell'attenzione verso il benessere umano piuttosto che per la crescita del reddito pro capite.

    Sulla base del vasto database che sottende all'elaborazione di "2052" appare che la risposta umana sarà comunque troppo lenta. Il fattore più critico saranno le emissioni di gas serra derivanti dalle attività umane. Queste emissioni resteranno così alte che i nostri nipoti molto probabilmente dovranno convivere con un significativo riscaldamento globale nella seconda metà del XXI secolo.

    Secondo "2052" la popolazione globale raggiungerà il livello massimo prima del previsto a causa della fertilità che diminuirà drammaticamente tra la popolazione sempre più urbanizzata. La popolazione dovrebbe raggiungere il suo picco di 8.1 miliardi di persone subito dopo il 2040 e poi inizierà a decrescere. Il PIL globale crescerà più lentamente del previsto a causa della più bassa crescita della popolazione e i tassi di crescita della produttività scenderanno. Il PIL globale dovrebbe raggiungere 2,2 volte i livelli attuali intorno al 2050. La crescita della produttività sarà più lenta rispetto al passato sia a causa dei crescenti conflitti sociali che delle interferenze negative generate da condizioni meteorologiche estreme.  Il tasso di crescita del consumo mondiale rallenterà perché una quota maggiore del PIL dovrà essere riallocata negli investimenti - al fine di risolvere i problemi creati dall'esaurimento delle risorse, dall'inquinamento, dai cambiamenti climatici, dalla perdita della biodiversità e dall'ingiustizia sociale. Il consumo globale di beni e servizi dovrebbe raggiungere l'apice nel 2045. Come conseguenza di un aumento degli investimenti sociali nei decenni a venire (anche se spesso involontario e in reazione alla crisi) i problemi riguardanti la crisi delle risorse e del sistema climatico non diventeranno catastrofici prima del 2052. Ma ci sarà molta inutile sofferenza a causa dell'ininterrotto danno climatico verso la metà del XXI secolo. La mancanza di una specifica ed energica risposta nella prima metà del XXI secolo metterà il mondo su una pista pericolosa nella direzione dell'auto-rafforzamento del riscaldamento globale nella seconda metà del XXI secolo.

    La crescita lenta dei consumi pro capite in gran parte del mondo (e la stagnazione del mondo ricco), porterà ad un aumento di tensioni sociali e conflitti, riducendo ulteriormente la crescita ordinata della produttività. L'enfasi dominante sulle prospettive di breve periodo basate sul capitalismo e la democrazia faranno sì che le decisioni sagge e lungimiranti necessarie per il benessere a lungo termine non saranno realizzate in tempo. La popolazione mondiale sarà sempre più urbana e meno disposta a proteggere la natura per il suo stesso interesse. La biodiversità soffrirà.

    L'impatto sarà diverso tra le cinque regioni analizzate nel libro: gli Stati Uniti; le altre nazioni dell'OCSE (compresa l'Unione europea, il Giappone e il Canada, e la maggior parte degli altri paesi industrializzati); la Cina; il gruppo del BRISE (Brasile, Russia, India, Sud Africa, e dieci altre grandi economie emergenti); e il resto del mondo (i restanti 2,1 miliardi di persone in fondo alla scala del reddito). Il perdente più inatteso sarà l'attuale élite economica, in particolare negli Stati Uniti (che sperimenteranno una stagnazione dei consumi procapite per la prossima generazione). La Cina sarà la vincitrice. I paesi raggruppati nel BRISE faranno dei progressi. Il resto del mondo rimarrà povero. Tutti - e in particolare i poveri - vivranno in mondo sempre più disordinato e danneggiato dal cambiamento climatico.

    Lo scenario che emerge dal volume di Jorgen Randers nella straordinaria tradizione dei rapporti sui limiti della crescita voluti dal Club di Roma, costituisce una documentata e articolata analisi della necessità di non perdere ulteriore tempo prezioso. Abbiamo bisogno di una democrazia capace di maggiore rapidità decisionale; i grandi cambiamenti globali che abbiamo pericolosamente indotto nei sistemi naturali del nostro pianeta lo richiedono.



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