Venerdì, Maggio 18, 2012
   
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  • Operai di tutto il mondo unitevi e scioperate contro le oligarchie finanziarie: stavolta stiamo con Rossi

    Operai di tutto il mondo unitevi e scioperate «contro le oligarchie finanziarie che dominano il mondo e impongono le loro speculazioni contro il lavoro, l'impresa, i beni comuni: ambiente, salute, istruzione». E' il sogno di Enrico Rossi, il presidente della regione Toscana, spiegato in un incisivo post sul suo blog dove in poche righe riassume una delle convinzioni anche di greenreport.it. In tanti, negli ultimi decenni - scrive Rossi su ilsignorrossi.it - ci hanno voluto convincere che la classe operaia fosse finita, che il lavoro in fabbrica fosse «solo un ricordo nella società globalizzata e del capitalismo finanziario nella sua versione liberista e blairiana». Oggi scopriamo «che il mondo intero è diventato una fabbrica globale e che, a guardar bene, ci sono più di 2 miliardi di lavoratori dipendenti tra Cina, India, Indonesia e Brasile. E che gli operai continuano ad esistere anche nel mondo occidentale, anche se, quando non montano sulle gru, sembrano spariti dalla scena».

    Non è più (o non è solo) una questione di lotta di classe. E non è nemmeno una questione di partito, perché sappiamo bene che è finita da un pezzo l'era dell'operario "rosso" con coscienza di classe, trasformato in occidente nel consumatore con speranza di diventare classe media (oggi nuovamente proletarizzata). Ma un bagno ‘salvifico' almeno nell'analisi della realtà. Il mondo globalizzato ha mandato in soffitta i predicatori della dematerializzazione e del lavoro senza industria. Come se il mondo finisse dentro i confini regionali o al massimo nazionali. Uno sguardo cortissimo, anzi, un'ottusa cecità di fronte al cambiamento vero in atto. Oggi gli operai sono nel mondo moltissimi (e il sottoproletariato ancora di più) e la loro maggior parte hanno diritti ridotti all'osso e stipendi da fame. La diversità è solo che per anni sono spariti agli occhi degli analisi e della politica, anche quella della sinistra  occidentale che, come dice Eric Hobsbawn, rischia di rappresentare ormai la classe media colta. Oggi gli operai hanno ancora più bisogno di prima innanzitutto di riguadagnare visibilità. E questo ha molto a che vedere sia con la sostenibilità sociale, ma anche con quella ambientale. Non c'è green economy senza il manifatturiero, chi dice il contrario non sa di cosa sta parlando. Ma non solo.

    L'idea, di certo un po' utopica, di un grande sciopero generale permetterebbe anche alla politica di avere una grandissima chance. Quella di agire al livello di cui oggi c'è bisogno. Che non può mai essere quello solo nazionale. Di fronte allo strapotere dell'economia finanziaria rispetto a quella reale, un governo deve chiedersi e capire che cosa è nelle sue possibilità per intervenire a sanare una situazione completamente sfuggita di mano; allo stesso modo la politica deve alzare il suo livello di intervento e se ha a cuore un nuovo modello di sviluppo deve trovare sponde come minimo europee. «Forse - conclude Rossi -  il risultato immediato non sarebbe esaltante, ma potrebbe dare ai lavoratori di tutto il mondo la coscienza della loro forza e aprire una stagione nuova di lotte per la redistribuzione della ricchezza e la conquista di nuovi diritti, per l'affermazione della dignità delle persone e in definitiva di un rinnovato umanesimo nel nuovo Millennio. Io penso che un giorno accadrà...».

    Anche noi speriamo che un giorno accada, ma se vogliamo che quel giorno arrivi siamo in tempo almeno a sollecitarlo e magari anche a scegliere definitivamente da che parte si vuole stare. Noi lo sappiamo, ma spetta ad altri ricostruire quella che qualcuno definiva l'unica forza del proletariato: l'organizzazione politica dei lavoratori e dei nuovi lavori, cosa che anche il partito di Rossi sembra essersi dimenticato.

     



  • Passera: «Realizzabili interventi per 100 miliardi nelle infrastrutture»

    L'obiettivo del governo di attivare 100 miliardi di interventi infrastrutturali entro fine legislatura «appare realizzabile», lo ha detto oggi il ministro dello sviluppo economico, infrastrutture e trasporti, Corrado Passera presentando un nuovo sito internet sui cantieri in Italia. «Dei 100 miliardi per le infrastrutture, 27,7 «riguardano progetti approvati al Cipe, opere confermate e piano sud - ha spiegato Passera - queste opere creano occupazione, obiettivo fondamentale della nostra azione. Abbiamo misurato con una stima che i 27,7 miliardi si portano dietro circa 400.000 posti di lavoro di cui 280.000 già stabilizzati e 100-120.000 nuovi».

    Il  ministro ha spiegato cos'è il nuovo sito sui cantieri: «Vuole mettere i cittadini in condizione di capire dove e come i soldi pubblici vengono impegnati». Quando si parla di infrastrutture e investimenti il dubbio dei cittadini è come, se e quando tutti questi annunci si concretizzano. Ogni opera avrà un nome e sarà possibile seguire la sua vita. Per questo abbiamo deciso di creare un meccanismo molto trasparente per il pubblico e per la stampa. È un lavoro in corso e il sito contiene le opere già deliberate dal Cipe con il governo Monti con l'obiettivo di inserire tutte le opere in corso di realizzazione. È previsto un aggiornamento trimestrale sullo stato di attuazione delle opere».

    Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, è abbastanza preoccupato quando il governo annuncia  "infrastrutture" e  commenta così le dichiarazioni di Passera: «Bene il sito per la consultazione on-line dello stato di avanzamento delle opere, è un passo avanti nella trasparenza. Purtroppo però, la logica che accompagna questo progetto è ancora quella dei cantieri a prescindere da qualsiasi obiettivo di mobilità».

    Legambiente sottolinea che «La priorità nell'elenco presentato dal ministro va ancora alle grandi opere di collegamento, in particolare stradali. Ma se negli ultimi dieci anni, anche attraverso la Legge Obiettivo, per la realizzazione di linee metropolitane è stato assegnato solo il 15% delle risorse nazionali a fronte del 72% dato a strade e autostrade, è ora necessario un cambio di prospettiva che metta la mobilità sostenibile nei centri urbani al centro delle politiche infrastrutturali. Il nuovo censimento Istat ha infatti messo in evidenza come oltre il 40% della popolazione italiana viva concentrata in 15 aree urbane che occupano meno del 9% del territorio italiano. E' evidente a tutti, quindi, in primis ai sindaci, che se non cambieranno le priorità infrastrutturali da parte del governo, per chi vive nelle città italiane non vi sarà alcuna speranza di uscire dalla attuale situazione di congestione e inquinamento».

    Ecco i finanziamenti statali per tipologie di infrastrutture nel periodo 2002-2011 (per un totale di 82 miliardi e 938.600.00 euro): Strade e autostrade: 59.856.900.000 (72,1%), Linee ferroviarie nazionali e regionali: 10.348.200.000 (12,5%); Metropolitane: 12.733.500.000 (15,4 %). 

    Zanchini conclude: «Chiediamo al governo e in particolare al ministro Passera di cambiare le priorità nell'elenco, privilegiando le aree urbane e gli investimenti per metropolitane, tram, ferrovie regionali, perché è qui che si registra il più grave ritardo rispetto all'Europa, e perché come confermano tutte le recenti ricerche, è proprio investendo nelle città che si può rilanciare l'economia, per cui è fondamentale che il Governo Monti abbia il coraggio di ridisegnare le scelte che riguardano le infrastrutture».

     



  • Oggi apre in Messico il G20 sul lavoro: creare green jobs contro la disoccupazione

    Spinta da timori crescenti, per i risparmiatori greci (chi ancora può, evidentemente) la corsa al ritiro dei depositi agli sportelli bancari è iniziata. Siamo ancora fermi alla fase del riscaldamento muscolare, e la speranza è quella che non si prosegua oltre; i dati disponibili, però, parlano di prelievi per 1,2 miliardi di euro in due giorni. La tensione alimentata dall'incertezza è sempre più alta, e la fibrillazione dei mercati si insinua nelle strade elleniche.

    Intanto, il premier spagnolo, Mariano Rajoy, dichiara che per il Paese iberico è in bilico la possibilità di continuare a finanziarsi sui mercati, e al suo allarme fa indirettamente eco lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, che ieri ha di nuovo sforato i 450 punti, riportando alla luce del giorno fosche prospettive che gli analisti finanziari italiani pensavano di essersi lasciati alle spalle ormai da mesi.

    I numeri più pesanti, però, oggi come ieri, non parlano di spread, ma di occupazione che non c'è, di un'economia reale accecata dagli abbagli della finanza e - conseguentemente - della strada per un'industria sostenibile che non viene pensata e definita di concerto tra imprese, ricerca, cittadini e istituzioni.

    A Guadalajara, in Messico, si apre oggi il vertice che riunisce i ministri del lavoro dei Paesi G20, e la crisi dell'occupazione sarà ovviamente il tema del dibattito. L'incontro è stato anticipato ieri dalla presentazione delle proposte in materia di Sharan Burrow, segretario generale Csi-Ituc (Confederazione internazionale dei sindacati), che si è rivolto ai vertici dell'Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), al segretario generale dell'Ocse, Rafael Gurria, e al ministro del Lavoro messicano, Rosalinda Juarez, che presiede il vertice odierno.

    Quella della disoccupazione, specialmente per quanto riguarda le fette più giovani della popolazione, ha assunto ormai dimensioni tali da qualificarla come piaga sociale. Le percentuali secche diffuse dall'Oil, che nelle ultime rilevazioni segnala una disoccupazione giovanile media nell'area Ocse pari al 17,1%, non riflettono la gravità del problema, che maschera picchi oltre il 50% alcuni Paesi (come la Grecia e la Spagna), e tassi di disoccupazione ufficiali al 32,6% in Italia. Per Sharan Burrow, uscire da questo cul-de-sac significa investire nella green economy: con un investimento pari al 2% del Pil mondiale potrebbero nascere 48 milioni di nuovi posti di lavoro orientati alla costruzione di un futuro ed un presente sostenibili.
    Per muoversi in questa direzione, però, servono azioni concrete da parte dei governi, e una forte coordinazione delle politiche a livello internazionale e a livello europeo, una condizione che dovrebbe ormai essere scontata per un insieme di Stati nazionali che ancora ambiscono a definirsi Unione. Posta la non emendabilità del cambiamento delle politiche industriali, come rende evidente l'esauribilità delle risorse in entrata al sistema economico e l'ormai manifesto fallimento dell'attuale modello di finanzcapitalismo, la necessità è quella di guidarlo, questo cambiamento: una necessità e un ruolo che la guida politica e democratica non può abidcare.
    L'alternativa è quella di lasciarci lentamente affondare sotto i venti dell'incertezza e della speculazione sferzante che domina le materie prime sui mercati finanziari internazionali. ‹‹Dovremmo prenderci una pausa, respirare profondamente ed aspettare di vedere dove cascheranno i prezzi in giro per il mondo - ha dichiarato Jac Nasser - oggi sul Sole24Ore - presidente del gruppo Bhp Billiton, la più grande mineraria al mondo. I venti favorevoli costituiti dai prezzi elevati delle commodities hanno contribuito alla crescita record del nostro settore. Questi venti si stanno ora placando e ci aspettiamo che col tempo si attenuino ulteriormente››.

    Quel che è certo è che la volatilità dei prezzi delle commodities ha dominato gli scenari economici degli ultimi anni, e i segnali di una loro stabilizzazione, che certamente avverrebbe a prezzi elevati, sono ancora troppo deboli per farvi affidamento. Per questo è necessario puntare, come sottolineato dal commissario europeo all'Industria Tajani, oggi sulle pagine di greenreport, ‹‹innovare per creare un'industria del riciclo››, oltre che a indirizzare l'economia europea e mondiale sulla strada dell'efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, puntando a creare uno sviluppo che sia sostenibile: un obiettivo su cui dobbiamo concentrare ogni sforzo.



  • Ferrante (Pd): «Ecco perché la campagna 005 è importante e deve avere successo»

    Nel dibattito sulla Tassa sulle Transazioni Finanziarie c'è un aspetto ironico, seppur con un sapore amaro per chi milita nella sinistra cosiddetta "riformista" come il sottoscritto. L'ironia consiste nel fatto che, visto lo stato attuale  della finanza nel mondo e gli straordinari arricchimenti che si sono consentiti negli anni delle borse ruggenti , sembra quasi che si voglia chiudere la porta della stalla dopo che i buoi son fuggiti, anche se per fortuna invece non è proprio così. L'amarezza invece sta nel ritardo con cui la mia parte politica - non solo nel nostro Paese - ha affrontato il problema con serietà e , lasciatemelo dire, con laica umiltà invece che con la superficiale arroganza con cui per anni si è risposto a chi sollevava questa , a mio parere sacrosanta, esigenza di riequilibrio.

    Son passati  ormai oltre dieci anni, era il febbraio del 2001, quando incontrai per la prima volta quella che allora si chiamava Tobin Tax: ero a Porto Alegre con la delegazione di Legambiente per la prima edizione del Forum Sociale Mondiale. Non è solo dato autobiografico, del tutto inutile per il lettore, ma simbolo significativo del fatto che in quegli anni solo il movimento no global ebbe il merito di dire no al "pensiero unico" dominante e mettere in discussione quello che allora sembrava un totem: "libero mercato, sempre". Ricordo bene come venisse liquidata con un'alzata di spalle  - è impossibile, è inutile, è velleitario, si diceva da parte anche della sinistra "ufficiale" allora al Governo, e non solo della destra liberista. Pochi anni prima si era svolto un vertice del G8 in cui, a parte il giapponese, tutti i leader dei paesi più potenti del mondo appartenevano al centro sinistra: da Clinton a Blair, da Gonzales a Schroeder a D'Alema. Una foto simbolo di un periodo, quello appunto a cavallo del millennio, in cui la sinistra aveva rinunciato a criticare il modello economico che si fondava su globalizzazione e liberismo.

    Oggi fortunatamente non è più così e la richiesta di intervento sulle speculazioni finanziarie è addirittura trasversale , sono numerosi i governi di centrodestra che l'hanno chiesta (Sarkozy) e lo stesso nostro Governo di professori bocconiani ha esplicitamente cambiato la posizione del nostro Paese che con Berlusconi si era dichiarato contrario. Forse a sinistra il recente ripensamento avrebbe meritato una riflessione maggiore e forse attraverso quella si sarebbe finalmente sciolto quell'equivoco da troppi frequentato per cui "riformismo" equivarrebbe a "moderatismo". Ma tant'è. Accontentiamoci del fatto che quella proposta in questi 10 anni sia uscita dalla nicchia minoritaria in cui era nata, per diventare oggi, almeno nelle dichiarazioni, quasi maggioritaria. Si tratta ora di farla diventare concreta, per questo la campagna 005 è importante e deve avere successo.

    Le risorse che così si renderebbero disponibili sarebbero importanti, ma forse ancora più significativo sarebbe il segnale di inversione che si darebbe ai mitici mercati: non tutto ciò che è possibile fare ė anche auspicabile. E soprattutto si comincerebbe finalmente a far pagare i più ricchi. Quelli che hanno goduto di regimi fiscali che tolleravano quelle stesse speculazioni che hanno poi fatto scoppiare la bolla finanziaria che ha anticipato quella drammatica crisi economica che oggi, al contrario, morde di più proprio chi non ha mai goduto di quei benefici.



  • Spending review? E' il momento di ripensare profondamente il rapporto tra pubblico e privato in questo Paese

    La spending review è oggi presentata come lo strumento essenziale per recuperare risorse da destinare al sostegno delle politiche di sviluppo. Non abbiamo dubbi che sia una strada necessaria, se non si vuole tornare al metodo sbrigativo quanto indiscriminato dei tagli trasversali e se si vuole invece incidere selettivamente sulla sostanza della spesa pubblica. Nel caso del governo nazionale, un ulteriore elemento di interesse sta nel contributo che la cultura aziendale di Enrico Bondi potrà dare ad un tema sinora gestito (con i risultati che conosciamo) nella prospettiva predominante della finanza pubblica.

    Ogni prudenza è giustificata, innanzi tutto sulla dimensione quantitativa dei possibili risparmi. Oltre la retorica ed anche oltre l'incredibile esercizio di populismo di chiedere alla "gente" le indicazioni sui tagli in una specie di collettivo videogame, vi sono poi possibili paradossi, che paradossali non sono e con i quali bisognerà fare i conti. Devo ad una conversazione con un esperto dirigente di un grande comune toscano, la considerazione di quanto una lunga lista di importanti risparmi possano derivare da investimenti, in particolare in nuove tecnologie, quindi aumentando oggi le spese "buone" per poter ridurre domani e definitivamente spese "cattive". Fantapolitica?

    La spending review rimane tuttavia nell'ambito delle opzioni di natura tecnica. E queste (così come le mitologie salvifiche dei tagli al welfare o dell'evasione fiscale recuperata e punita) verosimilmente non bastano. Forse non è necessario essere un liberista alla Oscar Giannino per porsi la domanda, anche a sinistra, se non sia da ripensare profondamente il rapporto tra pubblico e privato in questo Paese. La questione non si ferma a quella delle (abbozzate) liberalizzazioni di qualche corporazione marginale (leggi: tassisti o farmacisti) e delle privatizzazioni a fini di cassa. Bisogna domandarsi se lo Stato non debba essere più consapevole ed attento nel finalizzare il peso della propria presenza nell'economia in un Paese che ha bisogno di un rapido aggiustamento strutturale del proprio apparato produttivo per riposizionarsi in modo più durevole nella nuova economia globale.

    Un autocontenimento del proprio ruolo potrebbe essere utile non solo alla finanza pubblica, ma anche ad una politica industriale che seriamente miri a costruire una nuova economia, verde e fondata sulla conoscenza, e che su questo obiettivi sappia concentrare le risorse.

    Invece i segnali negativi non mancano. Le ipotesi di intervento strutturale, che sono di natura essenzialmente politica, sembrano collocarsi di molto oltre gli orizzonti e le intenzioni del governo Monti. E a livelli inferiori, come nel purtroppo esemplare caso toscano, tocca alla Banca d'Italia intervenire con un richiamo severo su un'estensione della presenza pubblica resa direttamente funzionale a disegni politici di parte (vedasi la lettera su Fidi Toscana), quando non utilizzata per surrogare l'incapacità ad esercitare gli strumenti ordinari del governo del territorio (leggasi: aeroporto di Peretola). Nessuno nega la legittimità e, nel caso di Fidi Toscana, la competenza finanziaria di questi interventi, ma la domanda sul "value for money" (come direbbero gli anglosassoni) di queste forme di intervento è oggi più pressante che mai.



  • Campagna ZeroZeroCinque: disarmare i mercati, oggi come ieri

    «La globalizzazione del capitale finanziario mette le persone in uno stato di insicurezza generale. Essa circonda e riduce la possibilità per le nazioni e i loro stati di essere i luoghi principali per l'esercizio della democrazia e la garanzia del bene comune. La globalizzazione finanziaria ha creato anche un proprio stato. Questo stato è una potenza mondiale senza società [...] E la situazione continua a peggiorare». 

    Era il 1997. Ignacio Ramonet (allora direttore del mensile Le Monde Diplomatique) tramite il suo editoriale Disarmare i mercati lanciò l'idea di creare su scala planetaria una «organizzazione non governativa» per l'introduzione di una Tobin tax - che prende il nome dal premio Nobel per l'economia James Tobin - nel panorama economico internazionale. L'intento primario che muoveva la proposta di Ramonet si fondava su un'idea di giustizia e la supremazia del controllo democratico sull'economia: «La tassazione dei redditi finanziari è un'esigenza democratica minimale. Questi redditi dovrebbero essere tassati esattamente nella stessa misura dei redditi da lavoro. Ma ciò non avviene in nessun paese, e men che meno nell'Unione europea».

    Questo, quindici anni fa. Da allora, la situazione ha in effetti "continuato a peggiorare". Adesso però la trama sembra stare per condurci ad un picco particolarmente acuto della storia, dalle note drammatiche: in Europa, dopo il moral hazard dell'austerità spinta e dei sacrifici per i cittadini, la giostra rischia di ripartire da capo. I terremoti politici che hanno scosso Francia e Grecia (come in misura minore anche in Germania, e pure in Italia) hanno cambiato gli equilibri in campo, e l'Unione europea si trova ad un bivio. È intenta a percorrere una strada assai accidentata, e per la quale i cittadini europei non hanno responsabilità al di fuori della negligenza che li ha portati a disinteressarsi da ciò che invece avrebbero dovuto osservare da vicino.

    «Disarmare il potere finanziario deve diventare un grande progetto civico, se vogliamo evitare che il mondo del prossimo secolo si trasformi in una giungla in cui i predatori dettino legge», scriveva Ramonet. Eppure il "prossimo secolo" lo stiamo ormai vivendo da anni, e col passare di questi la giungla non ha fatto altro che infittirsi. La proposta di una Tobin tax non è più sufficiente: l'obiettivo minimo è quello di introdurre una Tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf) che colpisca non soltanto gli scambi valutari (come previsto da Tobin), ma che ricomprenda tutte le transazioni sui mercati finanziari - sia quelli regolati che sugli over the counter - scoraggiando tramite un tasso basso ma certo le operazioni abituali a breve e brevissimo termine, pane quotidiano della speculazione selvaggia. Il relativo gettito sarebbe dunque reimpiegato per dare fiato alle asfittiche finanze pubbliche e, soprattutto, potrebbe essere indirizzato a finanziare l'implementazione una costruzione sostenibile dell'economia.

    I tempi stanno rapidamente maturando per un'azione concreta in questa direzione: intellighenzia ed opinione pubblica devono essere pronte a sfruttare in modo costruttivo e positivo la faglia aperta dalla crisi, anziché accettare passivamente di esserne ingoiate. A partire da oggi, apre il sipario sulla settimana di Mobilitazione globale sulla Tassa sulle transazioni finanziarie, culminando proprio il 22 maggio, alla vigilia del "vertice sulla crescita nell'Unione Europea" che il 23 maggio riunirà a Bruxelles i capi di Stato e di governo dell'Europa a 27.

    La settimana di Mobilitazione coinvolgerà più di trenta Paesi in tutto il mondo e sarà organizzata in Italia da ZeroZeroCinque (http://www.zerozerocinque.it/), la Campagna (collegata con l'analoga internazionale Make finance work) che ha lavorato ad un progetto di legge partecipata per la definizione di una tassa pari allo o,oo5% sulle transazioni finanziarie per frenare la speculazione e che, favorendo un clima di giustizia sociale,  possa «generare 200 miliardi di euro nella sola Europa e di 650 miliardi di dollari all'anno su scala globale, da destinare alle politiche sociali, alla cooperazione allo sviluppo, alla lotta contro i cambiamenti climatici, ai settori danneggiati dalla crisi».

    La stessa Unione europea, con una risoluzione parlamentare dell'8 marzo 2011, chiede «l'introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, anche se solo a livello Ue, e la lotta contro l'evasione fiscale e i paradisi fiscali». Davanti all'integralismo dei mercati denunciato anche dai più grandi economisti del globo - dai premi Nobel Amartya Sen e Paul Krugman, all'italico Romano Prodi - anche per i cittadini è arrivato il momento di informarsi, mobilitarsi e partecipare attivamente per cambiare lo stato delle cose. Prendendo a prestito le parole dell'economista Simon Anholt, raccolte da greenreport, affermiamo con forza che è ormai «rimasta soltanto un'unica superpotenza mondiale: l'opinione pubblica. Se ben indirizzata, può risultare risolutiva».

    Per aderire alla campagna: http://www.zerozerocinque.it/index.php?option=com_content&view=article&id=175&Itemid=101



  • Living Planet Report 2012: stiamo esaurendo le risorse

    E' stata lanciata oggi dallo Spazio dall'astronauta dell'Agenzia spaziale europea (Esa), André Kuipers l'edizione 2012 del "Living Planet Report", l'indagine biennale del Wwf sulla salute della Terra. «Abbiamo un solo pianeta. Da qui riesco a vedere l'impronta dell'umanità, tra cui gli incendi delle foreste, l'inquinamento atmosferico e l'erosione del suolo e delle coste: le sfide che si riflettono in questa edizione del Living Planet Report - ha detto Kuipers - Mentre ci sono pressioni insostenibili sul pianeta, abbiamo la possibilità di salvare la nostra "casa", non solo per il nostro beneficio, ma, soprattutto, per le generazioni a venire».

    Il Panda presenta cifre scioccanti: «Siamo talmente avidi che in un anno "divoriamo" le risorse naturali di un Pianeta e mezzo (in parole povere utilizziamo risorse oltre la capacità che i sistemi naturali hanno di rigenerarle attraverso i loro cicli vitali). Una voracità che ha provocato, solo fra il 1970 e il 2008, la perdita del 30% di biodiversità a livello globale con punte del 60% nei Tropici, tra le aree geografiche più colpite del mondo».

    Un trend confermato anche dai dati sull'impronta ecologica: «Nel 2008, infatti, a fronte di una biocapacità (cioè della capacità che i sistemi naturali hanno di produrre risorse biologiche utilizzabili dagli esseri umani) della Terra di 12 miliardi di ettari globali (Gha), corrispondenti ad una "porzione" pro capite media di 1,8 gha, che nel 1961 era di 3,2 ettari globale, quasi il triplo, si è registrata un'impronta ecologica umana di 18,2 miliardi di gha complessivi per una quota procapite di 2,7 gha». Secondo il Wwf, «In Italia superiamo addirittura la media mondiale con un consumo annuale di ben 2,5 pianeti e una quota pro capite di 4,5 gha».

    Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia, ha detto: «Viviamo come se avessimo un pianeta in più a nostra disposizione. Stiamo utilizzando il 50% di più delle risorse che la Terra può produrre e se non cambieremo rotta il numero crescerà rapidamente: entro il 2030 anche due pianeti non saranno sufficienti. Nel 1970 sottraevamo annualmente materie prime dalla Terra per circa 30 miliardi di tonnellate, oggi siamo a quasi 70 miliardi. Come hanno indicato i maggiori scienziati internazionali che si occupano di scienze del sistema Terra, ci troviamo in un nuovo periodo geologico (un battito di ciglio rispetto ai 4.5 miliardi di anni di vita del nostro Pianeta) definito Antropocene perché l'intervento umano produce effetti equivalenti alle grandi forze della natura che hanno modellato il Pianeta stesso quando però non era abitato da più di 7 miliardi di esseri umani».

    Ecco alcuni numeri del rapporto che descrivono le minacce di questo tipo di sviluppo per gli ecosistemi che sostengono la sopravvivenza degli esseri umani: «Negli ecosistemi di acqua dolce la capacità di rigenerarsi è diminuita del 37%, a livello globale, con una riduzione del 70% nelle zone tropicali. Inoltre solo meno di 1/3 i fiumi del mondo, la cui lunghezza supera 1.000 km, che scorrono liberamente e senza dighe sul letto principale. A questo sovra sfruttamento è legato anche il rischio di emergenza idrica: nel mondo, infatti, 2,7 miliardi di persone vivono nei pressi di bacini idrici che almeno 1 mese l'anno subiscono carenze idriche gravi. Per quanto riguarda gli ecosistemi marini, invece, l'attività di pesca mondiale, dal 1950 al 2005, è aumentata di circa 5 volte, passando dai 19 agli 87 milioni di tonnellate e causando così il sovrasfruttamento di molti stock ittici.

    Deforestazione e degrado forestale sono responsabili di circa il 20% delle emissioni globali di CO2 provocate dall'uomo, incluse le perdite dai terreni forestali. Una duplice piaga, quindi, quella della deforestazione per biodiversità e clima. E' stato infatti calcolato che per limitare il riscaldamento medio globale sotto ai 2°C di temperatura media mondiale rispetto ai livelli pre-industriali sarà necessaria una riduzione delle emissioni di oltre l'80% rispetto al picco previsto; se le emissioni continueranno ad aumentare, probabilmente entro il 2040 alcune grandi regioni sperimenteranno già un aumento di oltre 2°C della temperatura media annuale». L'Indice del Pianeta Vivente del rapporto misura lo stato di salute della biodiversità della Terra, analizzando 9.000 popolazioni di specie di vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci di oltre 2.600 specie)ed ha trovato una riduzione globale del 30%, dal 1970 ad oggi.

    Il ‘Living Planet Report', viene diffuso in Italia nel corso della campagna "Un Mare di Oasi per te" per la salvaguardia delle coste italiane, in occasione della Festa delle Oasi Wwwf (20 maggio) e in vista del vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile ‘Rio+20' che si terrà a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno.

    Il Panda presenta anche il dossier coste "Il profilo fragile dell'Italia", che fotografa uno degli aspetti più drammatici dell'impronta ecologica in Italia: il consumo del suolo, e dice che «In Italia il 50% delle coste è ormai compromesso a causa di fenomeni come cementificazione selvaggia ed erosione costiera. Le aree costiere, anello di congiunzione tra gli ecosistemi terrestri e quelli marini dove si è particolarmente diffusa la presenza umana, si trovano a subire pesanti trasformazioni e profondi impatti dovuti al nostro intervento. Ecco perché il cambiamento di uso del suolo è stato individuato come una delle nove aree problematiche che alcuni tra i maggiori esperti mondiali di scienze del sistema Terra hanno indicato come "Planetary Boundaries" (i confini planetari che l'intervento umano non dovrebbe oltrepassare, a causa degli effetti disastrosi che potrebbero scaturire per le società umane)».

    Secondo il Wwf sono 5 le mosse per salvare il Pianeta:

    1. Preservare il capitale naturale e proteggere la biodiversità. L'impegno deve concentrarsi particolarmente sul proteggere e ripristinare i processi ecologici fondamentali, necessari per la sicurezza delle risorse alimentari, idriche ed energetiche, nonché per favorire la resilienza e l'adattamento ai cambiamenti climatici. La pluralità di specie e habitat della Terra deve essere preservata per il suo valore intrinseco.

    2. Produrre meglio. Sistemi di produzione efficienti contribuiscono ad abbassare l'Impronta ecologica dell'umanità e a riportarla nei limiti ecologici, riducendo la domanda antropica di risorse idriche, territorio, energia e altre risorse naturali.

    3. Consumare in maniera saggia. Vivere nei limiti ecologici della Terra richiede anche modelli di consumo globali in equilibrio con la biocapacità del Pianeta. Ridurre l'Impronta ecologica - e in particolare quella del carbonio - delle popolazioni ad alto reddito deve essere l'obiettivo primario. Cambiare i modelli alimentari e una riduzione degli alimenti sprecati dalle popolazioni più ricche rappresentano dei fattori cruciali.

    4. Riorientare i flussi finanziari. In troppi casi, il sovrasfruttamento a breve termine delle risorse e il danneggiamento o la distruzione degli ecosistemi risultano una grande fonte di profitti per pochi attori, mentre i benefici a lungo termine del proteggere, mantenere e investire nei capitali naturali vengono valutati economicamente in maniera errata, o non valutati affatto. Di conseguenza, reindirizzare i flussi finanziari a supporto della conservazione e di una gestione sostenibile degli ecosistemi diventa una condizione indispensabile per preservare il capitale naturale e operare migliori scelte di produzione e consumo, garantendo così che tali carichi non passino alle generazioni future.

    5. La gestione equa delle risorse. Una gestione equa delle risorse costituisce la seconda condizione essenziale per ridurre e condividere il nostro utilizzo delle stesse, rimanendo entro la capacità rigenerativa di un solo Pianeta. E' necessario anche migliorare gli standard sanitari ed educativi e creare piani efficaci di sviluppo economico. Tali piani devono essere inseriti in un quadro politico e giuridico che fornisca un accesso equo alle risorse alimentari, idriche ed energetiche ed essere sostenuti da processi inclusivi per un utilizzo del territorio gestito in maniera sostenibile. Inoltre, una gestione equa delle risorse richiede un cambiamento delle definizioni di benessere e successo, che dovrà includere la salute personale, sociale e ambientale, che vanno dalla protezione del capitale naturale all'orientamento dei flussi finanziari fino alla gestione equa delle risorse.



  • Economia finanziaria e regole, il tragico gioco (d’azzardo) dell’oca

    «Dopo la crisi finanziaria innescata dai mutui "subprime" e gli scandali relativi a operazioni truffaldine effettuate nel comparto dei derivati da singoli soggetti o da banche, non ha avuto un esito positivo la richiesta di misure di tipo normativo e operativo, invocate per ridurne drasticamente e renderne più trasparente l'attività (...). Il prevalere di interessi di segno opposto ha fatto fallire l'obiettivo». Carlo Azeglio Ciampi certifica così sul Sole24Ore quello che greenreport.it, già un anno fa (vedi link), nel suo piccolissimo aveva cominciato a denunciare: la richiesta di regole più ferree all'economia finanziaria, per bloccarne i tragici effetti collaterali che stavano minando anche la stabilità dell'intera Europa oltre che affamare un numero elevatissimo di persone nel mondo speculando sulle materie prime, erano una giaculatoria.

    La sfuriata di Consob contro la dittatura degli spread, Obama che si inalbera contro Wall Street dopo il buco di Jp Morgan, tutti film già visti e rivisti e sempre senza lieto fine. Troppo forti le lobby, dice Ciampi, troppo pavidi e ignavi i partiti e i governi loro espressione, diciamo noi. Quando ormai nel già lontano 2007 anni è esplosa la crisi, e gli Occupy ancora non esistevano, i governi di mezzo mondo sembravo i nuovi paladini dell'anti-capitalismo tanto che qualcuno azzardò persino il tramonto del capitalismo stesso. Ma dopo cinque anni, gattopardescamente parlando, tutto è cambiato per non cambiare nulla.

    Con buona pace anche di autorevoli economisti come Alberto Alesina, che proprio in un'intervista concessaci l'anno passato disse: «Non è affatto vero che i subprime sono diventati di nuovo in gran voga. Anzi, uno dei problemi di oggi è la cautela con cui le banche prestano soldi all'economia reale. Per quanto riguarda i rischi, se non si prendono rischi non si cresce». Se infatti è vero che le banche hanno il "braccino" per i prestiti all'economia reale, derivati e subprime sono invece ripartiti alla grande e questo non ha portato all'economia alcun vantaggio. Ciampi, da par suo, scegli i banchieri per rimediare alle storture: «Nonostante tutto però voglio continuare a confidare, oltre che nella saggezza e nella tenacia dei legislatori e dei regolatori, nella deontologia dei banchieri. I quali banchieri sanno perfettamente che, in mercati concorrenziali, ad alti profitti corrispondono rischi altrettanto elevati; sanno perfettamente che nell'amministrare, nel gestire mezzi finanziari il primo dovere è la tutela del risparmio loro affidato; sanno perfettamente che, alla lunga, solo una economia sana (alla cui crescita le banche devono concorrere in misura sostanziale) e non squassata da crisi finanziarie, e da repentine svalutazioni dei valori, mobiliari e immobiliari, può assicurare al sistema bancario stesso e ai singoli istituti progresso e sviluppo».

    Noi, sinceramente, tutta questa fiducia non ce l'abbiamo. Anzi. Se siamo costretti ad andare avanti a colpi di shock economy, preferiamo allora che questi arrivino in senso contrario, da una scossa europea per esempio che nasca da Hollande e passi - attraverso una rivisitazione del Fiscal compact e un nuovo piano europeo per un'industria sostenibile -  per le prossime elezioni tedesche ed italiane.

    Un colpo d'Europa che punti poi al nodo - o almeno a uno dei nodi - del problema che nessuno pare voglia affrontare: l'enorme squilibrio che c'è tra la velocità nel prendere le decisioni e nell'agire da parte dei mercati (i millisecondi di un click su un pc) versus la lentezza nel capire e nel muoversi dei governi.

    Situazione che a nostro avviso dovrebbero capire anche i cantori della fine dell'Euro in stile Manifesto - che riescono oggi a liquidare la questione sostenendo che «la dissoluzione dell'euro a breve termine è già all'ordine del giorno nelle cancellerie e nelle stanze del potere (...) E non è detto che sia una tragedia. Certo il primo anno sarà terribile, ma forse non peggiore di quel che ci aspetta (...) - e che non cambierebbe nemmeno con un default programmato dell'Europa intera. I mercati se scommettono sulla fine dell'Europa vuol dire che, nel caso questo avvenga, ci guadagnano, mentre chi ci rimette sappiamo chi è. E soprattutto: dopo che succede? L'Italia si dà all'autarchia? Ognuno per sé? Un conto è dire che bisogna riscrivere le regole di questa malandata Europa, un conto che se anche crolla tutto, dopo un anno magari si sta meglio di ora, oltretutto senza argomentare con qualche ipotesi e numeri concreti. Che analisi è? Che prospettive sono?

    La tirannia dello spread fa meno paura di certi ragionamenti a vuoto. Pur con il suo buon grado di utopia - e lo diciamo nel senso più alto del termine - è più concreta la proposta della campagna www.zerozerocinque.it, a cui greenreport.it aderisce in modo convinto.

    Come potete leggere compiutamente in un altro pezzo su greenreport.it di oggi, la proposta di zerozerocinque è quella di una Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF) «una piccola tassa in grado di frenare la speculazione e generare un gettito per le politiche di welfare, per la lotta alla povertà nel mondo, per la tutela dell'ambiente». Per tutta la settimana - da oggi a martedì prossimo 22 maggio - va in scena la Settimana di Mobilitazione Globale sulla Tassa sulle Transazioni Finanziarie. La campagna di 005 è cominciata due anni fa e il movimento globale ha già richiamato oltre 500.000 attivisti in tutto il mondo. La settimana di mobilitazione dal 15 al 22 maggio vuole essere un modo per renderci visibili ed aumentare il consenso popolare intorno a questa proposta. Noi ci stiamo.



  • Adottate a Roma le linee guida internazionali sui regimi fondiari. Fao: «Storica decisione»

    La 38esesima session speciale del  Committee on World Food Security (Cfs) in corso a Roma ha approvato le "Voluntary Guidelines on the Responsible Governance of Tenure of Land, Fisheries and Forests in the Context of National Food Security" e la Fao dichiara soddisfatta: «Con una storica decisione la Commissione sulla Sicurezza Alimentare Mondiale (Cfs) ha adottato oggi un vasto corpo di linee guida globali volte ad aiutare i governi a tutelare i diritti di proprietà e di accesso alle terre, alle foreste e alla risorse ittiche delle popolazioni. Le nuove Direttive Volontarie per una Governance Responsabile dei Regimi di Proprietà Applicabili alla Terra, alla Pesca e alle Foreste nel Contesto della Sicurezza Alimentare Nazionale tracciano i principi e le pratiche a cui governi possono far riferimento nell'amministrare i diritti di proprietà sulla terra e sulle risorse ittiche e forestali. Lo scopo delle direttive è quello di promuovere la sicurezza alimentare e lo sviluppo sostenibile migliorando la garanzia dei diritti di accesso alle risorse di terra, forestali e ittiche e proteggendo i diritti di milioni di persone spesso in condizioni di estrema povertà».

    Le linee guida sono il frutto di un inclusivo processo di consultazioni avviato dalla Fao nel 2009 e ultimato nei negoziati intergovernativi, coordinati dal Cfs, con la partecipazione di rappresentanti governativi, delle organizzazioni della società civile, del settore privato, delle organizzazioni internazionali e del mondo accademico.

    Le linee guida affrontano una vasta gamma di questioni, tra cui: Il riconoscimento e la protezione dei legittimi diritti fondiari, anche nei sistemi informali; Migliori pratiche per la registrazione e il trasferimento dei diritti fondiari; Garantire che i regimi amministrativi di proprietà' siano concretamente ed economicamente accessibili; Una corretta gestione degli espropri e la restituzione delle terre a coloro che ne sono stati forzatamente privati in passato; I diritti delle comunità indigene, Assicurare che gli investimenti fondiari avvengano in maniera responsabile e trasparente; I meccanismi di risoluzione delle dispute sui diritti di proprietà; Gestire il problema dell'espansione delle aree urbane verso le campagne.

    Gran parte del dibattito pubblico ultimamente si è incentrato sul fenomeno del land grabbing, l'accaparramento delle terre, che è una delle questioni affrontate nelle linee guida. «Se da una parte le direttive riconoscono che gli investimenti responsabili da parte del pubblico e del privato sono indispensabili per migliorare la sicurezza alimentare - spiega la Fao - esse raccomandano anche che vengano messi in atto meccanismi di tutela che preservino i diritti di proprietà delle popolazioni locali dai rischi derivanti dalle acquisizioni di larga-scala, e che difendano i diritti umani, i mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare e l'ambiente. Sistemi di investimento che non si traducono in acquisizioni di terre su larga-scala esistono, e sono tali modelli alternativi che dovrebbero essere sostenuti. Gli investimenti dovrebbero anche promuovere obiettivi di politica nazionale quali il miglioramento della sicurezza alimentare locale, l'eradicazione della povertà, la creazione di posti di lavoro, nonché creare vantaggi per il paese e la sua gente, in particolare i poveri e i più vulnerabili».
    il Direttore Generale della Fao, José Graziano da Silva, Ha detto: «Garantire alle popolazioni povere e vulnerabili sicurezza ed equità nei diritti di accesso alla terra e alle altre risorse naturali è una condizione indispensabile nella lotta contro la fame e la povertà. Il fatto che per la prima volta i paesi abbiano concordato delle linee guida globali sui regimi fondiari rappresenta una svolta storica.

    Ora abbiamo una visione comune. E' un punto di partenza che aiuterà a migliorare le spesso terribili condizioni dei poveri e degli affamati. Alcune delle questioni che le Direttive Volontarie affrontano risalgono addirittura a secoli addietro. Il fatto che tali linee guida affrontino queste vecchie questioni irrisolte così come problematiche assai più recenti e ciò che le rende tanto importanti.

    L'Organizzazione è pronta ad offrire supporto ed assistenza ai paesi nell'adeguarsi alle direttive ed attuarle.Come già fatto in precedenza nel caso di altri accordi simili, ad esempio per il Codice di Condotta per una Pesca Responsabile, la Fao si impegnerà ora a produrre una serie di manuali pratici volti ad aiutare i paesi ad adattare le direttive ai rispettivi contesti locali e a metterle in pratica. Allo stesso scopo, l'Organizzazione offrirà anche assistenza tecnica specifica ai governi».

    Il presidente del Cfs, Yaya Olaniran, sottolinea che «Queste direttive sono il risultato di un processo di consultazioni e negoziati durato tre anni che ha riunito una gran varietà di parti interessate assicurando che una vasta gamma di voci venisse ascoltata. Il risultato è che ora disponiamo di un considerevole compendio di principi e pratiche che tutti, Paesi, settore privato, agricoltori, società civile, potranno adottare e promuovere, e che avrà effettivo riscontro nel mondo reale. Starà ora ai Paesi che hanno adottato le linee guida di metterle in pratica realmente. Questi cambiamenti non si avranno da un giorno all'altro. Ma sappiamo anche, come emerso dalle ampie consultazioni alla Fao e dai negoziati condotti dal Cfs, che esiste un grande sostegno a tali direttive. L'approvazione da parte del Cfs conferisce loro legittimità e forza , e tutti i Paesi che vi sono stati coinvolti sono ora pronti ad a metterle realmente in pratica. Da parte sua, il Cfs si concentrerà ora sulla questione degli investimenti agricoli responsabili in generale. La Commissione sta attualmente programmando un round di consultazioni di durata annuale, è previsto che inizi ad Ottobre, che dovrebbe portare alla stesura di un corpo di principi guida per gli investimenti agricoli responsabili al più tardi nel 2013».

    Le Organizzazioni della Società Civile (Cso) coinvolte attivamente nei negoziati dicono in un comunicato congiunto che «Un primo essenziale passo è stato compiuto, ma è ancora molta la strada da fare prima che siano pienamente riconosciuti e rispettati i diritti dei popoli sulla terra, i territori di pesca e le foreste. Le linee guida, il nuovo strumento sviluppato dal Comitato per la sicurezza alimentare della Fao, riconoscono il ruolo chiave delle donne, dei contadini, delle comunità di pescatori, dei pastori e delle popoli indigene. Eppure, vi sono molte lacune su alcuni dei temi chiave per la sopravvivenza dei piccoli produttori, non riuscendo a frenare adeguatamente pratiche come l'accaparramento dell'acqua e della terra, che contribuiscono all'insicurezza alimentare, alla violazione dei diritti umani e al degrado ambientale».

    Secondo le Cso però «Le direttive, relativamente ad alcune problematiche, non riescono a fornire un set comprensivo di regole per fronteggiare l'accaparramento delle risorse naturali. Inoltre, il testo è troppo debole nel dare la priorità al sostegno ai piccoli produttori, priorità assoluta se i governi intendono davvero perseguire lo sviluppo sostenibile. Inoltre, è deludente che le linee guida falliscano nell'ulteriore protezione dei diritti dei popoli indigeni, già riconosciuti dagli strumenti internazionali, e che non includano l'acqua come risorsa della terra (...) I rappresentanti dei piccoli produttori hanno portato nei negoziati, in ogni fase, le proprie esperienze dirette. Il processo è stato in grado di condurre un'ampia varietà di voci al dibattito, rendendo più semplice l'individuazione di soluzioni a problemi controversi, come il possesso della terra, dei territori di pesca e delle foreste. Un modo di lavorare che potrebbe costituire da esempio per l'intero sistema delle Nazioni Unite. Nonostante le organizzazioni della società civile siano in contrasto con molti punti del testo, esse intendono darsi da fare per assicurare che le direttive, strumenti indispensabili, siano implementate rafforzando i diritti dei piccoli produttori. Le Organizzazioni della Società civile chiedono ai governi e alle organizzazioni di attuarle urgentemente per contribuire a più equa e sostenibile governence delle risorse naturali».

    Nora McKeon, di Terra Nuova, sottolinea che « In particolare, in Italia, il Cisa intende rivolgersi al governo italiano affinché dia immediata attuazione alle Linee Guida. Tra i punti di maggiore rilevanza, vi è quello che riconosce in capo agli Stati la responsabilità di disciplinare il comportamento delle imprese che investono sulla terra nei Paesi esteri». Per Antonio Onorati, di Crocevia, «E' fondamentale che venga attuato il principio che pone un limite all'estensione della proprietà fondiaria privata».

    Parlando a nome delle organizzazioni della società civile, Ángel Strapazzón, del Movimiento Campesino Indígena-Vía Campesina Argentina, ha detto: «Noi elogiamo il processo portato avanti per la stesura delle linee guida, che ha offerto alla società civile e ai rappresentanti dei piccoli produttori alimentari l'opportunità di partecipare a tutte le fasi delle consultazioni, di sollevare l'attenzione su problematiche reali e di indicare proposte concrete. Noi abbracciamo le linee guida, seppur sottolineando che esse presentano lacune in alcune aree che sono cruciali per la sussistenza dei piccoli produttori alimentari. Nonostante ciò, invitiamo i governi e le agenzie intergovernative ad attuarle e ad impegnarsi urgentemente nel migliorare la governance dei sistemi fondiari per la sicurezza alimentare».

    Luc Maene, Presidente del Network Internazionale Agro-Alimentare, che rappresenta il settore privato, ha dichiarato: «I regimi fondiari sono fondamentali per la sicurezza alimentare, ed è tramite la loro regolamentazione che la Commissione sulla Sicurezza Alimentare, da poco riformata, sta guidando tale processo. Le direttive stabiliscono dei punti cardine affinché i regimi fondiari funzionino. In molti posti, i regimi di proprietà delle terre sono di fatto inesistenti. Per noi del settore privato e per i nostri partner agricoltori, è importante che vi sia un'efficiente amministrazione locale dei registri fondiari, senza corruzione. Regole eque e trasparenti avvantaggiano tutti, garantendo alle donne un uguale diritto di accesso alle terre e favorendo investimenti responsabili lungo l'intera catena agro-alimentare».

     



  • La Primavera araba non fiorisce in Algeria: vince le elezioni l'eterno Fronte di liberazione nazionale

    Mentre l'Egitto esplode di nuovo e la Siria brucia ancora, la primavera araba sembra essersi ritirata dall'Algeria dopo averla appena sfiorata: il Fronte di Liberazione nazionale (Fln), si è confermato al potere vincendo le elezioni per l'Assemblea popolare nazionale (il Parlamento algerino). Secondo il ministero degli interni algerino il tasso di partecipazione ha raggiunto il 44,38%, molto più del 35,67%  registrato alle passate elezioni amministrative del 2007, ma ancora troppo poco per mostrare un risveglio politico degli algerini che si organizzino per andare oltre le proteste e le ribellioni episodiche.

    Il quotidiano El-Khabar scrive che, i risultati preliminari dello spoglio dei voti danno in testa il Fnl, il partito che ha liberato l'Algeria dal colonialismo francese e che poi ha instaurato un regime "socialisteggiante" di partito unico e compiuto un colpo di Stato quando il Fronte di liberazione islamico vinse le elezioni, dando il via ad un bagno di sangue che non è ancora finito.

    Al secondo posto si piazza l'Alleanza dell'Algeria verde, composta da tre formazioni islamiche: il Movimento della società per la pace, Ennahda (Rinascita) El Islah (Riforma ), seguito da due partiti di opposizione di sinistra che hanno raccolto la protesta dei giovani della primavera araba e che probabilmente contavano su un risultato maggiore: il Fronte delle forze socialiste (Ffs) ed il Partito dei lavoratori(Pt), al quinto posto dovrebbe essersi piazzato il Rassemblement national démocratique (Rnd), il partito del primo ministro Ahmed Ouyahia.

    Durante una conferenza stampa organizzata oggi ad Algeri, Mohcine Belabbas, presidente del Rassemblement pour la Culture et le Démocratie (Rcd) ha denunciato che le elezioni sono state caratterizzate da «Brogli più grossolani che nel passato. Una confusione sia patetica che ridicola». L'Rdc ha denunciato bus carichi di falsi elettori che hanno votato in più seggi, urne riempite con schede già votate e l'aumento del tasso di partecipazione», che in realtà sarebbe solo del 18%. Secondo la Rdc «L'astensione è stata così massiccia e manifesta che alcuni osservatori credevano che, per una volta, sarebbe stato impossibile ricorrere ai vecchi metodi delle urne fraudolente della manomissione delle cifre».

    Il destino dell'Algeria e del suo gas e del suo petrolio sembra quindi ancora nelle mani del Fnl, con la vecchia guardia nazionalista ancora saldamente in sella e che ha trasformato questo glorioso movimento di liberazione in una macchina clientelare invischiata in un rapporto incestuoso con l'esercito. Prima delle elezioni il capo del Fnl, Abdelaziz Belkhadem, ha respinto con successo l'attaccio di un gruppo di oppositori interni al partito che insistevano sulla necessità di un suo rinnovamento.



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