Venerdì, Maggio 18, 2012
   
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  • Eolico, sostituzione dell’aerogeneratore con uno più piccolo? Basta la Dia

    Le opere di rifacimento che comportano una diminuzione  di volumetria rispetto a quella originaria di un impianto eolico sono soggette a dichiarazione di inizio di attività (Dia) e non a autorizzazione paesaggistica. Lo afferma il Tribunale amministrativo della Puglia (Tar) - con sentenza 10 maggio 2012, n. 821 - a proposito del mancato rilascio dell'autorizzazione alla sostituzione dell'aerogeneratore con altro di dimensioni più ridotte da parte del Comune di Erchie. Il nuovo impianto eolico presenta le medesime caratteristiche generali del primo - individuato dalla Dia -  ma è di potenza più ridotta.

    Secondo le linee guida per l'autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili (d.m 10.9.2010) «sono soggette a Dia le opere di rifacimento realizzate sugli impianti fotovoltaici ed eolici esistenti che non comportano variazioni delle dimensioni fisiche degli apparecchi, della volumetria delle strutture e dell'area destinata ad ospitare gli impianti stessi, né delle opere connesse».

    In altre parole sono soggette a Dia - e non ad autorizzazione paesaggistica - le opere di rifacimento che non determinano variazioni delle dimensioni fisiche dell'impianto originariamente consentito. A maggior ragione vi sono soggette quelle opere che si concretano in una semplice diminuzione di volumetria rispetto a quella originaria.

    L'aspetto esteriore dell'impianto eolico viene a mutare, ma date le ridotte dimensioni della nuova struttura e per l'aspetto standardizzato delle pale eoliche, il mutamento non richiede una nuova valutazione di compatibilità paesaggistica, «costituendo la precedente valutazione, figurativamente, un cerchio concentrico rispetto a quello che corrisponde alla nuova pala, di dimensioni maggiori rispetto a quest'ultimo».

    Nel caso concreto l'opinione del Tar non è smentita neanche dalle prescrizioni del PUTT, anzi sono espressamente confermate. Lo strumento urbanistico in questione, dispone che l'autorizzazione paesaggistica non vada richiesta: «per gli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, di consolidamento statico, di restauro e di risanamento conservativo che non alterino lo stato dei luoghi e l'aspetto esteriore degli edifici».



  • Via libera Ue alla joint venture tra Eni, Bp, Chevron, Toita e Sonangol sul gas naturale liquefatto angolano

    La Commissione europea ha autorizzato, «Ai sensi del regolamento Ue sulle concentrazioni», la proposta acquisizione del controllo comune sull'impresa angolana Angola Lng. Si tratta di una joint venture che comprende le multinazionali Eni, Bp, Chevron Global Energy, Total e la Sociedade nacional de combustíveis de Angola (Sonangol) e che si occuperà della produzione di gas naturale liquefatto (Gnl) in Angola e della sua fornitura e in tutto il mondo e della sua rigassificazione.

    Infatti, scopo della joint venture è trasformare il gas naturale, un sottoprodotto dell'estrazione petrolifera, in gas naturale liquefatto, trasportandolo attraverso gasdotti verso il proprio impianto di liquefazione in Angola. Il Gnl è gas naturale raffreddato a una temperatura di circa -162 gradi per il trasporto e lo stoccaggio in forma liquida.

    Eni, Bp, Chevron e Total operano nella prospezione, produzione, raffinazione e commercializzazione di prodotti petroliferi e di gas a livello mondiale. Sonangol è l'unico concessionario per la prospezione di petrolio e gas nel sottosuolo e sulla piattaforma continentale dell'Angola.
    Dal 1989 la Commissione ha la facoltà di valutare le concentrazioni e le acquisizioni alle quali partecipano imprese con un alto fatturato ed ha il dovere di impedire le concentrazioni che ostacolerebbero in maniera significativa una concorrenza effettiva nello Spazio economico europeo (See) o in una sua parte sostanziale.

    «La maggior parte delle concentrazioni non pone problemi sotto il profilo della concorrenza - spiega la Commissione Ue - e viene autorizzata dopo i controlli di routine. Dalla notifica dell'operazione, la Commissione dispone generalmente di 25 giorni lavorativi per decidere se approvarla (fase I) oppure avviare un esame approfondito del caso (fase II)».

    L'operazione della joint venture angolana è stata notificata alla Commissione il 4 aprile e non sembra aver presentato nessun problema, tanto che In una nota la Commissione evidenzia che «Le attività delle parti si sovrappongono nel mercato della fornitura all'ingrosso di Gnl nello See. Tenuto conto della modesta quota di mercato prevista della joint venture e della presenza di svariati concorrenti credibili, la Commissione ha concluso che la joint venture e le sue imprese madri continueranno ad essere esposte a una sufficiente pressione concorrenziale sul mercato della fornitura all'ingrosso di Gnl. Sebbene tre delle imprese madri (Total, Eni e Bp) detengano diritti di capacità in terminali di rigassificazione nello Spazio economico europeo (See), non saranno in grado di impedirne l'accesso a terzi, in quanto il diritto dell'Unione europea garantisce l'accesso di terzi alle infrastrutture per l'importazione di gas, compresi i terminali di rigassificazione. Pertanto la costituzione della joint venture non incide in alcun modo sulle capacità di accesso dei concorrenti alle infrastrutture per l'importazione di gas».
    La Commissione conclude che «L'operazione non è tale da ostacolare una concorrenza effettiva nel See o in una parte sostanziale di esso».



  • Alta tensione tra Cina e Filippine per l'isola contesa per il pesce (e per il gas e il petrolio)

    Ieri la vice-ministro cinese degli esteri, Fu Yin, ha convocato l'incaricato d'affari dell'ambasciata delle Filippine a Pechino, Alex Chua, per consegnargli una protesta ufficiale riguardante la situazione dell'isola di Huangyan (nella foto), conosciuta come Scarborough Shoal o Scarborough Reef e che i filippini chiamano Panatag Shoale, che fa parte dell'arcipelago di isole e atolli corallini del Mar Cinese Meridionale contesi da diversi Stati.

    L'atollo di Huangyan, 150 km2 di barriere coralline che circondano una laguna di 130km2, è rivendicato anche da Taiwan. Scontri tra pescatori cinesi, accusati di usare anche metodi di pesca illegale, e la marina delle Filippine sono avvenuti anche in passato, ma questa volta la situazione sembra essere più rischiosa, La tensione tra Cina e Filippine sta montando pericolosamente, visto che è la terza protesta ufficiale in meno di un mese che Pechino consegna all'ambasciata filippina.
    Fu Ying ha detto che "La Cina non è ottimista quanto allo sviluppo della situazione riguardante l'isola Huangyan. Il Paese è pronto a rispondere ad ogni provocazione da parte delle Filippine miranti ad aggravare la situazione".

    Durante i due precedenti incontri con Chua la viceministro Fu aveva chiesto allle Filippine di mantenere la calma e di astenersi da altre azioni eclatanti come lo sbarco di parlamentari di Manila nelle isole rivendicate dalla Filippine de che i cinesi considerano parte integrante del loro (lontano) territorio.

    "Però è evidente che la filippina non ancora realizzato che sta commettendo degli errori gravi - ha ammonito la Fu - e si appresta al contrario ad aggravare maggiormente le tensioni".

    Le Filippine continuano a sfidare le rivendicazioni cinesi su quest'isole ricche di pesce, ma che soprattutto nascondono nei loro fondali gas e petrolio, continuando ad inviare navi della marina militare nella laguna di di Huangyan/Panatag Shoale e ad alimentare un nazionalismo anticinese rivendicando la sovranità su questa ed altre isole. Secondo la viceministro cinese questo "Ha indotto in errore l'opinione pubblica filippina e la comunità internazionale, nuocendo così seriamente alle relazioni bilaterali. Conseguentemente, è difficile per noi essere ottimisti quanto allo sviluppo della situazione".

    Anche i cinesi a nazionalismo non scherzano e in un comunicato durissimo sottolineano "L'appartenenza dell'isola Huangyan alla Cina" e la Fu aggiunge: "Speriamo che la parte filippina non peggiori la situazione e non aggravi le tensioni senza tener conto delle conseguenze delle sue azioni".

    Intanto, per far capire di cosa si stia parlando, "A causa delle provocazioni continue delle Filippine, le navi della marina cinese continueranno a restare in stato di allerta nella zona marittima dell'isola di Huangyan, Al fine di offrire un ambiente sicuro per i pescatori cinesi per le loro operazioni nella loro zona tradizionale di pesca, anche le navi dell'amministrazione della pesca della Cina offriranno ai pescatori servizi ed assistenza, conformemente alla legge cinese. La Cina chiede alla parte filippina di ritirare le sue navi dalla zona marittima intorno all'isola Huangyan e di non interferire mai più con le operazioni delle sue imbarcazioni di pesca o con le navi della sua marina nazionale che compiono la loro missione in conformità con la legge cinese".

    I cinesi non fanno nulla per abbassare la tensione, anzi la vice-ministro degli esteri conclude minacciosamente: "La parte cinese ha anche fatto i preparativi necessari per rispondere ad ogni peggioramento della situazione provocato da parte filippina", anche se la Fu assicura che "La Cna mantiene la sua risoluzione di cercare delle soluzioni diplomatiche all'attuale situazione e chiede nuovamente alle FIlippine di rispondere seriamente alle inquietudini cinesi ed a trattare il problema in maniera appropriata".



  • Il 5 maggio sarà spento l'ultimo reattore nucleare giapponese in attività

    Domani verrà spento l'ultimo reattore nucleare giapponese ancora funzionante dopo la tragedia nucleare di Fukushima (Nella foto). In realtà non si tratta di un'uscita del Giappone dal nucleare ma del risultato dell'accumulo di controlli routinari e dei crash test di tipo europeo voluti dal governo giapponese  che hanno progressivamente portato a chiudere tutti i 54 reattori del Paese. Il governo di centro-sinistra punta ad un graduale ridimensionamento del peso del nucleare sulla produzione energetica, mentre l'opposizione liberaldemocratica è schierata apertamente da sempre con la potente lobby nucleare-energetica.

    Nel Giappone occidentale, il piano del governo di far ripartire due reattori dalla centrale nucleare di Ohi della Kansai Electric, sulla costa del Mar del Giappone, si scontrano con una fortissima opposizione locale e Tokyo dice che se i reattori rimarranno fermi, il solo risparmio energetico non sarà sufficiente a prevenire i blackout estivi, per questo sta prevedendo distacchi pianificati di energia elettrica limitati ad alcune ore, in diversi quartieri delle grandi città e nelle prefetture.

    Invece Greenpeace chiede al Governo giapponese «Di cogliere l'opportunità di un Paese denuclearizzato per ascoltare finalmente i suoi stessi esperti e il popolo giapponese che chiede di tenere spenti i reattori e di concentrare ogni sforzo per aumentare l'efficienza energetica e l'uso delle energie rinnovabili».

    Secondo Junichi Sato, direttore esecutivo di Greenpeace Giappone, «È importante che il popolo giapponese venga preservato da ulteriori rischi relativi al nucleare mentre centinaia di migliaia di persone continuano a subire gli effetti del disastro di Fukushima. Un Giappone senza nucleare è un Giappone più sicuro. Per garantirsi un futuro di prosperità, il nostro Paese deve rottamare il nucleare a vantaggio delle rinnovabili».

    Nell'Impero del Sol Levante il nucleare è ormai avversato dalla maggioranza della popolazione e nel  settembre 2011 Greenpeace aveva pubblicato lo scenario energetico "Energy [R]evolution - Japan"  «Che dimostra come il Paese possa fare a meno del nucleare e raggiungere comunque gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2020 con efficienza energetica, sviluppo delle rinnovabili e migliore gestione della domanda energetica». Sato spiega che «Anche se tutti i reattori sono spenti, in Giappone non ci sono problemi di produzione elettrica. Il picco di domanda estivo può essere gestito aumentando l'efficienza e con un'oculata gestione della produzione e del risparmio energetico. Il disastro di Fukushima ha dimostrato che i reattori nucleari giapponesi, e le istituzioni che li gestiscono non sarebbero in grado di sopportare un altro grosso terremoto, che gli esperti ci predicono per i prossimi anni. Semplicemente, non vale la pena di correre questi rischi quando sappiamo con certezza che le alternative sono a portata di mano».



  • "Energy for Malawi", un progetto italiano per dare energia rinnovabile ai contadini più poveri

    9Ren Group e l'Ong umanitaria italiana Coopi hanno dato vita a "Energy for Malawi - Coopi & 9Ren for Malawi", un progetto di sviluppo sostenibile per garantire l'accesso all'energia da fonti rinnovabili a 14.900 famiglie di agricoltori delle regioni rurali più povere del sud del Malawi.

    Il progetto prevede due fasi: la prima, già operativa, consiste nella donazione a Coopi di 200 moduli fotovoltaici della 9Ren; la seconda prevede un'operazione congiunta di "marketing verde", con la quale 9Ren  si impegna a donare a Coopi i nuovi moduli per ogni impianto realizzato nell'ambito del progetto.

    9Ren, un gruppo italo spagnolo nato nel 2003, diventato uno dei maggiori operatori del mercato fotovoltaico chiavi in mano e uno tra i principali investitori nel settore, sottolinea che «Per ogni famiglia o impresa che deciderà di realizzare un impianto fotovoltaico con 9REN e sostenere il progetto "Energy for Malawi" senza alcun costo aggiuntivo, 9Ren donerà, a seconda della potenza dell'impianto realizzato, un certo numero di pannelli per le comunità del Malawi».

    Coopi, la maggiore organizzazione di cooperazione internazionale italiana in termini di capitale gestito per i progetti e una delle più antiche realtà nel settore, spiega che «"Energy for Malawi" porterà la luce nelle abitazioni del Distretto di Kasungu non ancora raggiunte dall'energia elettrica, rinforzerà la produttività agricola delle comunità rurali e creerà microimprese, che utilizzeranno energia solare per l'irrigazione e per lo sviluppo del turismo locale. Le scuole, attualmente prive di elettricità, grazie all'energia elettrica prodotta dai pannelli fotovoltaici, potranno utilizzare un laboratorio di informatica e consentire una migliore educazione degli studenti».

    Stefano Granella, amministratore delegato del Gruppo 9Ren conclude evidenziando che «Il 2012 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite come Anno Internazionale dell'energia sostenibile per tutti e il progetto Energy for Malawi si inserisce perfettamente in tale contesto, Siamo orgogliosi di promuovere questa iniziativa con Coopi e donare al Malawi moduli fotovoltaici che produrranno energia pulita, generando così opportunità di sviluppo e crescita economica e migliorando servizi primari e qualità della vita delle popolazioni più povere».

    L'incontro con Coopi è avvenuto quindi sullo stesso terreno, visto che l'Ong umanitaria italiana punta a contribuire «Al processo di lotta alla povertà e di crescita delle comunità con le quali coopera nel mondo» e che «La sua visione è aspirare a un mondo senza povertà, capace di realizzare concretamente gli ideali di eguaglianza e giustizia, di sviluppo sostenibile e coesione sociale, grazie all'incontro e alla collaborazione fra tutti i popoli».

     



  • Righini (Fiper) risponde a Passera: «Bene efficienza, ma invece del petrolio pensiamo a biomasse e biogas»

    «Condividiamo le dichiarazioni rilasciate ieri dal ministro Passera durante l'audizione alla Commissione Industria del Senato sulla necessità di puntare sull'efficienza energetica perché è la prima delle leve che consente - come puntualizzato dal ministro - di cogliere praticamente tutti gli obiettivi di politica energetica contemporaneamente» commenta a caldo il presidente Fiper (Federazione italiana produttori di rnergia da fonti rinnovabili) Walter Righini a greenreport.it.

    Ma aggiunge «Ci aspettiamo tuttavia, che nella nuova edizione del Piano Energetico Nazionalevenga definita una strategia chiara e condivisa per la promozione delle fonti rinnovabili termiche. Nel nome della razionalizzazione, auspicata dal ministro, è prioritario definire costi/benefici di ogni singola tecnologia termica in termini energetici, occupazionali e ambientali per il Sistema Paese e quindi favorire le più competitive. In quest'ottica si è avviato ieri il Coordinamento delle Associazioni delle rinnovabili termiche e dell'efficienza energetica (C.A.R.T.E.) con l'obiettivo aprire un tavolo di lavoro con il Governo sui decreti per le rinnovabili termiche e l'efficienza energetica».

    Come riportato oggi dal Sole24Ore, il ministro Passera sostanzialmente ha proposto di raddoppiare la produzione nazionale di petrolio e gas «mobilitando investimenti per 15 miliardi di euro per creare 25 mila posti di lavoro e regalare al Pil un provvidenziale 0,5% in più». Ovviamente e come annunciato vuole inoltre correggere gli incentivi ‘non ottimali' alle rinnovabili mettendo sotto controllo il decollo del fotovoltaico per promuovere di più il solare termico e l'efficienza.

    Proprio sull'efficienza energetica ha detto che «è la prima delle leve poiché consente di cogliere praticamente tutti gli obiettivi di politica energetica allo stesso tempo». Perché le conoscenze e le potenzialità italiane nel settore (dalle reti intelligenti alla domotica) sono di assoluta eccellenza, «con un potenziale volano di crescita economica importante».
    Assai più discutibili sia le dichiarazioni sul fotovoltaico, sia sulla necessità di produrre più petrolio, che invece ha spinto Stefano Saglia del Pdl (già sottosegretario allo Sviluppo) a sottolineare che il solo «territorio della Basilicata è in grado di offrire già oggi la produzione di più di 150mila barili al giorno».

    E anche su questo Righini esprime a greenreport il suo punto di vista: «Se dalle trivellazioni non è certa la quantità di idrocarburi disponibile, conosciamo molto bene il potenziale energetico dei nostri boschi abbandonati, cresciuti a dismisura negli ultimi anni. Incentivare la filiera biomassa-energia per la produzione di calore significa soprattutto creare occupazione in ambito locale, e promuovere un modello di economia sostenibile. In Italia è disponibile biomassa legnosa vergine proveniente da bosco, sufficiente a riscaldare 801 comuni alpini e appenninici oltre agli 85 già riscaldati dal teleriscaldamento a biomassa. A titolo di esempio, per riscaldare 300 comuni al di sotto dei 5000 abitanti, il consumo di biomassa si aggirerebbe intorno a 3 milioni di metri cubi stero (700 mila ton/annue) per un giro di affari di 50 milioni di euro circa, senza contare il fatturato per le aziende costruttrici dell'indotto industriale.

    Se questi numeri si aggiungono ai 7-8 miliardi di metri cubi di biometano agricoli, con una potenzialità di coprire almeno il 10% dei consumi nazionali, come sottolineato da Confagricoltura, il Bel Paese inizierebbe a produrre biocombustibile nazionale per riscaldare i propri cittadini, con l'effetto immediato di attirare investimenti, creare nuovi posti di lavoro su territorio e alleggerire la bilancia commerciale».

    «Ai 20.000 posti di lavoro che si creerebbero con le trivellazioni - continua Righini - , Coldiretti ha stimato che l'indotto che si realizzerebbe incentivando la filiera biomassa-energia si aggira intorno alle 600.000 unità al 2020». Utilizzo di tutte le energie rinnovabili è anche il punto di vista di greenreport. Pensare che una sola possa aiutarci a far de-carbonizzare l'economia è infatti pura fantascienza.

    L'utilizzo del petrolio (o anche solo la sua ricerca ai fini di stock potenziali) e del gas "nostrano" è poi un argomento su cui ci siamo spesi peraltro senza tabù, ovvero abbiamo posto il problema che una valutazione va fatta sulla base dei costi benefici dell'operazione rispetto all'impatto ambientale e sociale. Va ricordato che in Italia l'attività di estrazione già esiste e attualmente ci sono 107 piattaforme offshore dedicate all'estrazione di gas naturale, quasi tutte nel mare Adriatico.

    Che ci sia un grosso impatto ambientale è ovvio, che questo impatto sia sostenibile però solo quando è lontano dagli occhi (ad esempio in Africa) è invece molto più discutibile. Di certo di energia, anche se dovessimo essere super efficienti, ce ne sarà sempre (verosimilmente più) bisogno, anche una volta tolte ridotte le distorsioni del mercato specialmente (è un auspicio) quelle imposte dall'economia finanziaria e dunque bisognerà trovare un compromesso non al ribasso, certo, ma sempre di un compromesso si tratterà perché pasti gratis non esistono, nemmeno con le rinnovabili. Se si vuol dire no al petrolio e - dopo la transizione verso le rinnovabili - al gas, non si può dire no all'eolico, alla geotermia, alle biomasse ecc.

    «L'invito pertanto che rivolgiamo al ministro - è invece la conclusione del pensiero di Righini - è promuovere ex novo una politica energetica per il riscaldamento e raffrescamento che punti sul mix energetico tra le diversi fonti presenti sul territorio, privilegiando quelle a basso impatto ambientale con significativa ricadute in termini occupazionali. Incentiviamo sì la crescita, ma che sia possibilmente sostenibile!».



  • L'International energy agency ai ministri Cem: «Accelerare la realizzazione dell'energia pulita»

    Si chiude oggi a Londra la due giorni del Clean energy ministerial 3 (Cem3), co-presieduto dal segretario all'energia Usa, Steven Chu, e dal ministro britannico all'energia e al cambiamento climatico Edward Davey, al quale partecipano i ministri di più di 20 Paesi (che insieme rappresentano i quattro quinti della domanda mondiale di energia) per discutere dei progressi compiuti dalle 11 iniziative per l'energia pulita del Cem, su come rafforzare la collaborazione tra i governi e sviluppare strategie pubblico-privato per supportare la distribuzione di energia pulita.

    Il Cem3 è stato caratterizzato da eventi collaterali presentati dal Multilateral working group on solar and wind energy technologies (Mwgsw) e dalla Clean Energy Education & Empowerment (C3E) Women's initiative . Il Mwgsw in collaborazione con l'Imperial College e l'International renewable energy agency (Irena) hanno organizzato un workshop di presentazione della prima bozza del "Global Atlas on Solar and Wind Energy Technologies" e di due recenti Capacity building pilot projects: la Irena Renewable Energy Learning Partnership (Irelp) e l' Handbook and Toolbox for Capacity Development Needs Diagnostics for Renewable Energy (CaDre).

    Il governo britannico e la C3E women's initiative hanno organizzato una tavola rotonda alla quale hanno partecipato il ministro sudafricano dell'energia, Dipuo Peters, e il ministro svedese delle tecnologie dell'informazione e l'energia, Anna‐Karin Hatt sulle politiche ei programmi rivelatisi efficaci per aumentare la partecipazione delle donne come forza lavoro nell'energia pulita.

    L'International Energy Agency /Iea) a Londra ha presentato il rapporto "Tracking Clean Energy Progress - Energy Technology Perspectives 2012 excerpt as IEA input to the Clean Energy Ministerial" nel quale evidenzia che «Mentre si compiono progressi sulle energie rinnovabili, la maggior parte delle tecnologie energetiche pulite non vengono distribuite abbastanza velocemente». Il rapporto sottolinea «I rapidi progressi compiuti in alcune tecnologie rinnovabili, in particolare i pannelli solari installati facilmente da parte delle famiglie e delle imprese (solare fotovoltaico) e nelle tecnologie eoliche a terra».

    L'eolico onshore negli ultimi 10 anni ha avuto il 27% crescita media annua e il solare fotovoltaico è cresciuto del 42%, pur partendo da una piccola base. Ancora più impressionante è la riduzione, in alcuni paesi e in soli 3 anni, del 75% dei costi dei sistemi per il fotovoltaico. «Questo rappresenta la prova che un rapido cambiamento tecnologico è possibile - dice l'Iea - Sfortunatamente, però, il rapporto conclude che le tecnologie energetiche più pulite non sono sulla buona strada per dare il contributo loro richiesto alla riduzione dell'anidride carbonica (CO2) e quindi fornire un sistema energetico più sicuro».

    Presentando il rapporto al Cem3, Richard H Jones, deputy executive director ambassador Iea ha detto: «Abbiamo una responsabilità ed un'occasione d'oro per agire. "Le emissioni di CO2 legate all'energia sono ai massimi storici, nel quadro delle politiche attuali, si stima che il consumo energetico e le emissioni di CO2 aumenterebbero di un terzo entro il 2020 e di quasi il doppio entro il 2050. Questo probabilmente porterà le temperature globali di almeno 6° C in più. Tale risultato potrebbe essere affrontato dalle future generazioni con notevoli difficoltà economiche, di sicurezza ambientale ed energetica, un'eredità che, a quanto so, nessuno di noi vuole lasciare».

    Tracking Clean Energy Progress sollecita «Un'azione politica aggressiva per sfruttare appieno i vantaggi offerti dalle tecnologie energetiche pulite». Jones ha suonato l'allarme per i risultati del rapporto ed ha sottolineato il ruolo che il Clean energy ministerial può svolgere per migliorare la situazione: «I ministri riuniti questa settimana a Londra hanno un'incredibile opportunità davanti a loro. E' mia speranza che ci sia 'attenzione sul nostro avvertimento sui progressi insufficienti e si agisca per cogliere i benefici per la sicurezza, economici e ambientali che un transizione verso l'energia pulita può portare».

    Il rapporto osserva che «Molte tecnologie con un grande potenziale di risparmio energetico e di emissioni, nella migliore delle ipotesi stanno facendo segnare un arresto dei progressi. Il carbon capture and storage (Ccs) non vede i tassi di investimento necessari per sviluppare progetti dimostrativi su larga scala e quasi la metà delle nuove centrali elettriche a carbone sono ancora costruite con una tecnologia inefficiente. Il miglioramento dell'efficienza dei combustibili per i veicoli lento e rasta ancora da sfruttare un significativo potenziale di efficienza energetica nei settori dell'edilizia e dell'industria. Inoltre, mentre gli obiettivi dei governi per i veicoli elettrici (20 milioni entro il 2020) sono ambiziosi, come lo sono i continui piani di espansione nucleare in molti Paesi , tradurre i piani in realtà è più facile a dirsi che a farsi. I target produttivi dei fabbricanti di veicoli elettrici dopo il 2014 sono molto incerti e l'aumento dell'opposizione dell'opinione pubblica al nucleare si rivela problematico da affrontare».

    Il rapporto presenta tre grandi raccomandazioni politiche per cambiare lo status e far diventare le tecnologie dell'energia pulita le protagoniste del mercato: «Primo, spianare il campo di gioco per le tecnologie energetiche pulite. Ciò significa assicurare che i prezzi dell'energia riflettano il "costo reale" dell'energia: contabilizzare gli impatti positivi e negativi della produzione e del consumo energetico; Secondo, liberare il potenziale dell'efficienza energetica, il "carburante nascosto" del futuro. Fare in modo che l'energia non venga sprecata e che venga utilizzata nel modo migliore possibile è l'azione più conveniente e deve essere il primo passo di qualsiasi politica volta a costruire un mix energetico sostenibile; Infine, accelerare l'innovazione energetica e il sostegno pubblico alla ricerca, sviluppo e dimostrazione. Questo contribuirà a gettare le basi per l'innovazione del settore privato, e velocizzare l'immissione delle tecnologie sul mercato».



  • Biocarburanti, Ue: sì al sistema Ensus per verifica criteri di sostenibilità

    Il sistema volontario «Ensus voluntary scheme under RED for Ensus bioethanol production», dimostra che le partite di biocarburanti rispettano i criteri di sostenibilità. Lo ha deciso la Commissione europea con apposito provvedimento pubblicato sulla Gazzetta ufficiale europea di oggi. Una decisione di esecuzione che ha validità di cinque anni dalla sua entrata in vigore.

    Dunque la Commissione riconosce il sistema «Ensus voluntary scheme under RED for Ensus bioethanol production» come idoneo per la verifica del rispetto dei criteri di sostenibilità espressi nella direttiva sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili (2009/28/CE) e nella direttiva sulla qualità della benzina e del combustibile diesel (98/70/CE) - le direttiva europee che istituiscono criteri di sostenibilità per i biocarburanti.

    Il sistema volontario Ensus è stato presentato il 21 novembre 2011 alla Commissione ai fini del riconoscimento. Tale sistema riguarda il bioetanolo ottenuto dal grano da foraggio dell'Ue prodotto dallo stabilimento Ensus One.

    Dalla valutazione del sistema risulta che Ensus risponde adeguatamente ai criteri di sostenibilità della direttiva 2009 e utilizza un metodo dell'equilibrio di massa conforme ai requisiti richiesti. E risulta, inoltre, che Ensus risponde a norme adeguate in materia di affidabilità, trasparenza e controllo indipendente e rispetta inoltre i requisiti metodologici.

    La Commissione può riconoscere un sistema volontario di questo tipo per un periodo di 5 anni. E può decidere, cioè, che un sistema volontario nazionale o internazionale è idoneo a dimostrare che le partite di biocarburanti rispettano i criteri di sostenibilità o che un sistema volontario nazionale o internazionale per la misurazione delle riduzioni di gas a effetto serra contenga dati accurati ai fini.

    Però, se successivamente alla decisione della Commissione, il contenuto del sistema subisce modifiche le modifiche devono essere notificate senza indugio alla Commissione. In questo modo la Commissione può esaminarle al fine di stabilire se il sistema continua a coprire adeguatamente i criteri di sostenibilità per i quali è riconosciuto.

    Comunque, quando un operatore economico presenta la prova o dati ottenuti conformemente a un sistema riconosciuto dalla Commissione - nella misura prevista dalla decisione di riconoscimento -  gli Stati membri non impongono al fornitore l'obbligo di fornire altre prove di conformità ai criteri di sostenibilità.



  • La Corea del nord prepara un esperimento nucleare. Putin: «No all’allargamento del club atomico»

    Il regime nazional-stalinista della Corea del nord sta facendo i preparativi per un nuovo esperimento nucleare che potrebbe avvenire molto presto. Secondo una fonte che sembra vicina al regime di Pyongyang, la stessa che aveva annunciato il primo esperimento nucleare nordcoreano del 2006 poco prima che avvenisse, la cosa avverrà «Prossimamente, i preparativi sono praticamente finiti». 

    I servizi segreti sudcoreani, subito ripresi dai media di Seoul,  dicono che si tratterà di un esperimento nucleare sotterraneo. I dati in possesso dei sudcoreani sono stati ottenuti grazie ad immagini satellitari  che mostrano attività nello stesso poligono nucleare nordcoreano dive erano già stati fatti esperimenti nucleari.

    Le notizie sulla nuova avventura atomica della dittatura nordcoreana si son o fatte sempre più insistenti dopo che Pyongyang  ha lanciato il missile balistico "Unha-3"  con a bordo un satellite il 13 aprile, subendo un clamoroso fallimento. I pezzi del razzo sono caduti al largo della penisola coreana ma diversi Paesi, a partire da Usa, Giappone e Corea del sud, avevano accusato Pyongyang di aver lanciato in realtà un missile balistico in grado di portare una testata nucleare.

    L'affamata ed impenetrabile Corea del nord si è dichiarata potenza nucleare fin dal  2005 ed ha effettuato almeno due test, nel 2006 e nel 2009, fregandosene delle proteste della comunità internazionale e delle sanzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu che chiede anche al regime di rinunciare agli esperimenti nucleari e di tornare al tavolo negoziale sulla denuclearizzazione della penisola coreana.

    Intanto (mentre tutto il mondo ignora bellamente il recente lancio di un missile balistico "nucleare" da parte dell'India) si muove la Russia, un Paese di solito defilato sui temi nucleari, anche perché è un ben noto mercante di nucleare e dotato di migliaia di testate atomiche. Oggi il primo ministro e futuro presidente russo Vladimir Putin  ha detto durante una visita al centro di ricerca nucleare di Sarov, nelle ragione di Nijni Novgorod, che «La Russia è ostile ad un aumento del numero delle potenze nucleari. Non bisogna allargare il club nucleare, noi siamo davvero contrari. Questa strada aumenterebbe i rischi legati alla stabilità internazionale, perché altri Paesi vorranno avere un potenziale nucleare. Le tecnologie per la creazione di un'arma nucleare oggi non presentano alcun problema». 

    Anche secondo il vice-premier russo Dmitri Rogozin, che è ministro per il complesso militare-industriale,  «Un allargamento del club delle potenze nucleari, soprattutto per l'adesione di Stati che non hanno fino ad oggi  garantito ai loro vicini ed ai loro partner che possono trattare con loro, è proprio questo tipo di allargamento che ci pone un grosso problema. Se un Paese pensa di creare un'arma di distruzione di massa, dovrà parallelamente mettere a punto un propulsore per quest'arma. Voglio dire che un'arma di distruzione di massa non vale niente se non si è capaci di inviarla su un territorio avversario. I tentativi della Corea del nord di far aumentare la portata e la precisione dei suoi missili che possono portare l'arma di distruzione di massa sono un segreto di pulcinella e la Russia non ha illusioni al  riguardo». 

    E a quanto pare la Russia non ha illusioni nemmeno su un Paese che conosce ancora meglio, l'Iran , al quale ha fornito la tecnologia nucleare: «L'Iran rappresenta una minaccia nucleare» ha detto il capo di stato maggiore generale delle foirze  armate russe, il generale Nikolai Makarov, in un'intervista al network televisivo Russia Today. Una dichiarazione clamorosa, la prima di questo genere da parte di un alto dirigente  russo, figuriamoci da parte di un militare.  «Noi sorvegliamo attentamente lo sviluppo delle capacità nucleare di numerosi Paesi - ha continuato Makarov - L'analisi condotta con gli americani ha confermato che la minaccia (nucleare iraniana) esiste e che uno scudo antimissile è necessario».

    Un bel cambiamento, foriero di molte conseguenze, visto che prima il ministero della difesa russo  aveva sempre dichiarato che non esisteva nessuna minaccia nucleare per la Russia e l'Europa  da parte della Corea del nord e dell'Iran, perché non sarebbero in grado né di produrre testate nucleari né i vettori per portarle così lontano.

    Intanto l'Iran annuncia che «Il missile Golfo Persico, progettato e prodotto interamente dai ricercatori iraniani funziona in modo diverso rispetto alla tendenza comune ed è dotato di un design unico che è in grado di rendere inefficaci le tattiche nemiche». Lo ha rivelato, citato dall'agenzia di stampa Fars l'ammiraglio Ali Fadavi, comandante del Corpo navale delle Guardie della rivoluzione Islamica, che ha aggiunto: «Nei primi mesi del 2011, l'Iran ha iniziato la produzione di massa del missile anti-nave Golfo Persico che è stato progettato per distruggere obiettivi e forze ostili in mare. Il proiettile supersonico, dotato di una testata da 650 kg, è immune alle intercettazioni e dispone di sistemi di alta precisione. l'Iran possiede la tecnologia per lanciare razzi superveloci anti-sottomarini che possono viaggiare alla velocità di 100 metri al secondo sotto l'acqua, rendendo il paese secondo subito dopo alla Russia a possedere la tecnologia».

    Il portavoce del ministero degli Esteri dell'Iran, Ramin Mehmanparast, ha avvertito che «Le nouve sanzioni americane contro Teheran rischiano di colpire i prossimi negoziati sul nucleare con i 6 mediatori internazionali previsti a maggio a Bagdad. Ogni decisione presa dall'Occidente, soprattutto dagli Usa e dall'Euriopa dell'Ovest, può avere delle ripercussioni sull'atmosfera dei negoziati (...) Noi consideriamo ogni forma di sanzione come una misura negativa ed un errore. Un ritiro delle sanzioni illegittime può contribuire a risolvere i problemi durante la prossima riunione. Questa scelta sarebbe un progresso in grado di ripagare gli errori del passato».

    Ma ora al club occidentale che accusa l'Iran di volersi buttare nell'avventura del nucleare militare si aggiungono anche gli amici russi... che di nucleare iraniano se ne intendono più di tutti, visto che sono i fornitori di fiducia della Repubblica Islamica.  

     



  • Il Sudan dichiara ufficialmente la guerra del petrolio contro il Sud Sudan

    Il presidente sudanese Omar Hasan Ahmad al Bashir, uno che sulle spalle ha un mandato di cattura per genocidio  della Corte di giustizia internazionale, ha dichiarato ufficialmente guerra al Sud Sudan, dicendo di voler far cadere il governo del Sudan people's liberation movement (Splm) che governa a Juba da meno di un anno. La dichiarazione di guerra arriva mentre alla frontiera tra i due Sudan si combatte senza esclusione di colpi per le frontiere e soprattutto per il petrolio.

    Ieri il presidente sudanese ha annunciato davanti all'assemblea del Partito del congresso nazionale, la forza politica del suo regime, che «A partire da oggi il nostro compito sarà quello di liberare i cittadini del Sud Sudan dal regno del Splm  e, a partire da oggi, sarà occhio per occhio, dente per dente, attacco per attacco, perché è chi ha iniziato la guerra che è più nel torto». Peccato che il Mpls abbia vinto con oltre il 90% il referendum per l'indipendenza del Sud Sudan e che, dopo la fine della ventennale guerra di indipendenza che ha devastato il Paese, sia stato a fianco di al Bechir nel governo di transizione del Sudan ancora unito. 

    Ma l'uomo forte di Khartoum ora dice: «Abbiamo fatto un errore storico permettendo al Splm di governare il sud, ma correggeremo questo errore ed abbiamo un obbligo morale verso i nostri concittadini del Sudan del Sud, che è quello di salvarsi dal Splm». Veramente i cittadini del Sud Sudan, una volta tanto senza divisioni etniche e tribali, avevano deciso in massa di salvarsi dalla dittatura islamica di Al Bashir. Comunque è chiaro che il Sudan vuole cancellare con i carri armati ed i bombardamenti aerei l'indipendenza del più giovane Stato del mondo, e che questo potrebbe avere ripercussioni incalcolabili sui Paesi vicini e su tutta l'Africa.

    Ma il Sud Sudan ha certamente molte colpe, a partire da quella di non essere riuscito ad uscire dalle sue bellicose  abitudini guerrigliere, credendo di poter risolvere tutto con la forza. Al Bashir ha buon gioco quando accusa  il governo di Juba di non rispettare gli accordi e i trattati firmati dai due Paesi prima dell'indipendenza del Sud e i sudanesi sono tutti con lui quando dice (con una bella faccia tosta, visto quello che ha combinato lui in Darfur): «Queste persone non mantengono le promesse e non rispettano alcun documento, sono loro i traditori». 

    Il nazionalismo infiamma Khartoum e il dittatore minaccia la riconquista del Sud armi alla mano: «Il Sudan non dovrà essere diretto in maniera differente tra il nord e il sud, che siano loro a venire a prendere il controllo di Khartoum o che noi andremo a prenderemo il controllo di Juba».

    La guerra ormai  non ha più finzioni diplomatiche dopo i nuovi scontri ad Aweil - nel Sud Sudan, a circa 160 km ad ovest dell'enorme giacimento petrolifero di Heglig - occupato dall'esercito sud-sudanese dal 10 aprile.

    Una sonora sconfitta sul campo che ha tagliato la metà della produzione petrolifera del Sudan e mandato su tutte le furie il regine di Al Bashir. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha chiesto al Sudan di cessare i bombardamenti aerei sui centri abitati del Sud Sudan e all'esercito sud-sudanese di ritirarsi da Heglig.

    L'ambasciatrice Usa all'Onu, Susan Rice, ha detto: «I membri del Consiglio hanno discusso dei mezzi per mobilitare l'influenza del Consiglio per premere sulle parti per adottare queste misure ed hanno incluso in questa discussione un dibattito su delle potenziali sanzioni».

    Ma mentre al Palazzo di vetro dell'Onu a New York si dibatte al confine dei due Sudan si muore come sempre, come prima e dopo l'indipendenza, per il petrolio.  

     



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