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La microplastica avvelena il Mediterraneo. Le più alte concentrazioni all’Elba, a Portofino e in Corsica
In occasione del festival di Cannes, "Expédition Med" propone tre filmati: "les dessous de Cannes"; "Cannes à bout de Soufle"; "Monaco, sous les yacths" per scoprire la situazione dei fondali marini in Costa Azzurra e l'origine delle tonnellate di rifiuti che vengono sversati regolarmente in mare «E che prefigurano la catastrofe ambientale che si svolge attualmente nel Mediterraneo».
Expédition Med presenta anche una preoccupante "Carte des déchets flottants (densité/unité de surface)" dell'insospettabile Marine Nationale francese che mostra preoccupanti concentrazioni di plastica davanti alla Costa Azzurra e intorno all'Isola d'Elba, con due "strisciate": una parte da Bastia, in Corsica, e l'altra che attraversa l'Arcipelago Toscano da sud a nord.
Expédition Med spiega che «questi macro-rifiuti galleggianti (in plastica tra l'80 e il 90%) provengono in maggior parte da terra. Trasportati dai fiumi, dai venti e dalle acque di ruscellamento, sono, in un primo tempo, responsabili di una vera ecatombe animale che diventa urgente denunciare e fermare: 1 milione di uccelli marini e 100.000 mammiferi marini muoiono per i nostri rifiuti ogni anno».
Ma non è che l'inizio: «In seguito, si degradano progressivamente e si frammentano nell'ambiente marino in micro-particelle (5 mm). Le prime stime realizzate sulle iniziali campagne scientifiche dell'Expédition MED hanno valutato in una quantità di 290 miliardi il numero di microplastiche, galleggianti nei primi 10 - 15 cm d'acqua, che sono alla deriva nel Mediterraneo. Al di là della quantità sono gli impatti sulla biodiversità e i reali rischi sanitari che interessano il futuro con queste microplastiche».
Expédition Med presenta anche i risultati della ricerca "Neustonic microplastic and zooplankton in the North Western Mediterranean Sea", pubblicati sul Marine Pollution Bulletin, dal quale vengono fuori preoccupanti dati sulla concentrazione di micro-plastiche intorno all'Elba.
La ricerca alla quale hanno lavorato scienziati del Mare Center, Laboratory of Oceanology, dell'università di Liegi (Belgio), della Stareso di Calvi (Corsica), dell'Institut français de recherche pour l'exploitation de la mer (Ifremer) e della stessa ‘‘Expédition Med'', evidenzia che nel 90% delle 40 stazioni di prelievo sono state trovate particelle di microplastica (dimensioni 0,333-5 mm) di vario tipo: «Per esempio, filamenti, polistirolo o film plastici sottili. Il 30% dei campioni conteneva più di 0,1 particelle/m2. Un totale di 4.371 particelle di microplastica, con un peso totale a secco di 7,9 g, sono state raccolte. Il peso medio delle microplastiche era di 1,81 mg per particella, con una concentrazione media di 2,02 mg/m2. Una concentrazione media di 0,116 particelle/m2 osservata per l'area totale esaminata», cioè il Mediterraneo occidentale, dalle coste tirreniche italiane alla Costa Azzurra.
«I valori di abbondanza delle particelle di plastica fluttuano ampiamente tra le stazioni: 0 particelle/m2 presso le stazioni 27-28-29-31 (parte Occidentale); 0,010 particelle/m2 nella stazione 33 (Marsiglia); 0,892 particelle/m2 alla stazione 9 (Isola d'Elba). Infatti, lo studio evidenzia che «Le più alte abbondanze (> 0,36 particelle/m2) sono state osservate presso le "shelf stations" (Isola d'Elba e Portofino) associate alla direzione del vento e nella parte costiera di un transetto di 10 stazioni orientato perpendicolarmente alla costa occidentale della Corsica, dove una zona di convergenza è associata al Liguro-Provençal Front».
Comunque le concentrazioni delle microplastiche sono cambiate tra il primo ed il secondo periodo della ricerca, con un calo del livello medio (superiore a 0,05 particelle/m2) del 19% nelle stazioni campionate nella seconda fase della ricerca. «Questa differenza potrebbe essere legata all'impatto della velocità e direzione del vento - dicono i ricercatori belgi e francesi - Le concentrazioni di particelle microplastiche misurate durante la prima parte del sondaggio (media: 0,306 mg/m2; stazioni 1-24, area orientale) sono state 5 volte maggiori di quelle misurate durante la seconda parte del sondaggio (media: 0.060 mg/m2, stazioni di 25-41, area occidentale). Questa notevole differenza può essere spiegata dai cambiamenti drastici in condizioni di vento (vento forza 5-6 B) durante la seconda parte del sondaggio. Lo stress del vento provoca un conseguente aumento della miscelazione e della ridistribuzione verticale delle particelle di plastica negli strati superiori della colonna d'acqua».
L'abbondanza media di microplastica è più o meno la stessa stimata per il famigerato North Pacific Gyre (0,334 particelle/m2), ma i valori sono significativamente superiori a quelli ottenuti in 20 anni di monitoraggio nel Mar dei Caraibi (0.001 particelle/m2) e nel Golfo del Maine (0,002 particelle/m2), così come nel North Atlantic Gyre (0.020 particelle/m2),dove la Subtropical Convergence è responsabile dell'accumulo di particelle galleggianti.
«È probabile che la grandi abbondanze di micro-frammenti ottenute in questa valutazione siano dovute alla configurazione specifica del sistema Mediterraneo semi-chiuso - spiegano i ricercatori - Il Mediterraneo è soggetto ad immissioni di rifiuti permanenti, come quella si verifica sulla piattaforma continentale del Golfo del Leone. Questa zona è interessata dal deflusso del fiume Rodano e da venti da NW (i venti di maestrale e tramontana) che trasportano i rifiuti verso le acque al largo».
I primi risultati suggeriscono però che il peso medio delle particelle del Mediterraneo nord Occidentale (1,81 mg) sia più piccolo rispetto a quelle del North Pacific Gyre (14,97 mg), dove si trovano soprattutto microplastiche derivanti dalle attività della pesca. Nel Mediterraneo Toscano Ligure e Francese i frammenti di plastica proverrebbero invece in gran parte da terra e la loro dimensione ridotta (il 69% era più piccolo di 2 mm) «Potrebbe essere dovuta ad una più intensa azione meccanica, ad un tempo di permanenza più lungo (con un'età superiore dei detriti) o ad un "fouling" più forte che ha a coinvolto detriti.
Fortunatamente, il peso dello zooplancton nell'area interessata dalla ricerca oscilla tra 0,041 e 1,81 mg/m2, e il rapporto medio tra il peso delle micro-plastiche e il mesozooplancton era di 0,5, «Relativamente basso rispetto ad altre regioni».
I ricercatori evidenziano che «Pochi studi hanno affrontato l'impatto della microplastica sugli organismi filtratori o altri animali planctivori. Una grande abbondanza di microplastica all'interno della zona fotica potrebbe al tempo stesso concorrere con il plancton e minaccialo. L'habitat neustonico (dei microrganismi che vivono nell'interfaccia acqua-aria, ndr) è una zona di alimentazione per vari organismi che catturano plancton attivamente o attraverso il filtraggio dell'acqua. Esperimenti di laboratorio dimostrano che anfipodi, crostacei e vermi possono ingerire microplastica. In questi esperimenti, frammenti di plastica sono stati trovati nello stomaco degli animali da esperimento. Anche le salpe possono essere influenzate, perché non sono in grado di distinguere i frammenti di plastica dal plancton. Microplastiche sono state i trovate nelle viscere di alcuni pesci (Myctophidae, Stomiidae e Scomberesocidae) nel North Pacific Gyre, con una media di 2,1 pezzi per pesce. Nel Mediterraneo, nel corso della presente indagine, micro-frammenti di plastica sono stati trovati nello stomaco di myctophids (Myctophum punctatum)».
Lo studio conclude affermando che «Molti aspetti della distribuzione e dell'impatto sull'ambiente delle microplastiche richiedono ulteriori studi. Gli effetti fisiologici legati all'ingestione di plastica sono poco conosciuti, come lo sono le implicazioni dell'ingestione di plastica per la catena alimentare. Le microplastiche possono essere un vettore significativo di sostanze chimiche lipofile (Pop) e una fonte di sostanze inquinanti, quali polietilene, polipropilene, e polifenoli che possono potenzialmente influire sugli organismi. Sono necessari ulteriori studi per valutare i meccanismi di trasferimento di questi composti dalla plastica agli organismi zooplanctonici alla base della catena alimentare. Inoltre, i frammenti di plastica possono agire come substrati per consentire il trasporto di specie aliene».
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Assemblea Comieco: entrano i recuperatori e i riciclatori
Si è tenuta ieri l'assemblea straordinaria per la modifica dello Statuto e l'Assemblea ordinaria per la modifica del regolamento di Comieco (Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi a base cellulosica). Gli argomenti presentati all'ordine del giorno sono stati approvati con larga maggioranza anche se non sono mancate manifestazioni di dissenso.
Entreranno quindi nel Consiglio di Amministrazione di Comieco - che verrà eletto nel corso dell'assemblea già convocato per il 24-25 maggio 2012 - le rappresentanze di recuperatori e riciclatori (due più due).
Le modifiche allo statuto e al regolamento saranno trasmesse ai ministeri per gli atti di loro competenza.
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Yemen: razzismo contro gli Akhdam. 3,75 dollari al giorno agli spazzini “neri” che raccolgono i rifiuti di Sana’a
Qualche giorno fa migliaia di "spazzini" hanno protestato nella capitale dello Yemen, Sana'a, a causa dei bassi salari e della mancanza di contratti di lavoro, ma il nuovo governo yemenmita, uscito dalla sanguinosa guerra civile che ha paralizzato il Paese, non ha ancora nemmeno tentato di risolvere la "marginalizzazione" della minoranza degli Akhdam, l'etnia che si occupa di raccogliere la spazzatura.
«Gli Akhdam non sono semplicemente cittadini di serie B - ha detto all'Irin, l'agenzia stampa umanitaria dell'Onu, uno dei manifestanti che partecipa al presidio di Change Square - Sono più cittadini di quinta o sesta categoria, la classe più bassa in tutta la Repubblica».
Nonostante siano yemeniti da oltre 1.000 anni, parlino arabo e professino l'islam, gli Akhdam, che preferiscono essere chiamati Al Muhamasheen ("quelli emarginati"), non hanno mai fatto parte davvero della società yemenita e svolgono solo le occupazioni umili: gli uomini lavorano almeno 10 ore al giorno nelle strade nella raccolta dei rifiuti, mentre donne e bambini fanno la raccolta "differenziata" di bottiglie e lattine e chiedono l'elemosina. Il mito fa risalire il loro arrivo in Yemen nel V e VI secolo, quando i loro antenati etiopi attraversarono il Mar Rosso (come fanno oggi somali ed eritrei) nel tentativo fallito di conquistare l'Arabia Felix. Le credenze diffuse tra la maggioranza araba yemenita dicono che con la conversione all'islam i governanti musulmani sconfissero l'esercito etiope e mandarono in esilio gli invasori "neri" e cristiani discendenti della regina di Saba. Quelli che rimasero furono fatti chiavi e relegati ai margini della società, dove sono rimasti, diventando gli Akhdam. Solo l'abolizione delle caste nel 1962 da parte dell'Imamato e la promessa di uno Stato egualitario e moderno li hanno sottratti da una schiavitù di fatto, ma il razzismo e la discriminazione non sono mai cessati.
In Yemen ci sarebbero almeno un milione di Al Muhamasheen che vivono soprattutto nelle baraccopoli urbane a Sana'a e Taiz. Le riforme democratiche previste dal piano del Gulf cooperation council (Gcc), che ha permesso allo Yemen di uscire dal baratro sanguinoso della guerra civile, avevano fatto sperare che la situazione sarebbe migliorata anche per l'etnia Akhdam, ma per loro è cambiato poco.
All'inizio di aprile sono scesi in sciopero per la seconda volta in due mesi circa 4.000 spazzini della capitale, che protestano contro le promesse non mantenute dal governo di aumentare la loro paga ed estendere la durata del loro contratto, che spesso si limita a pochi giorni. Dopo pochi giorni di astensione dal lavoro dei netturbini Akhdam le strade di Sana'a si sono trasformate in una discarica urbana, costringendo il primo ministro ad interim Mohammed Basindawa ad aprire un negoziato con gli scioperanti.
Dopo che il premier yemenita aveva promesso contratti a tempo indeterminato per gli spazzini precari, Irin ha intervistato Nabil Al Maktari, presidente della Yemeni Organization Against Slavery and Discrimination, un Al Muhamasheen trentenne che vive a Mukhayyim Aser, uno slum Akadam vicino al palazzo presidenziale: «Con Basindawa non è cambiato nulla ... Un mio amico ha lavorato come spazzino per 35 anni e non ha ancora un contratto di lavoro. Ecco perché siamo in sciopero».
Nabil è un leader degli Akhdam e nel 2011 ha partecipato insieme a migliaia di altri yemeniti, studenti, professori, soldati e attivisti politici, alle manifestazioni per chiedere la fine del regime dell'ex presidente Ali Abdullah Saleh, ma secondo Al Maktari, «Il nuovo governo non ha fatto concessioni agli spazzini. Alla fine del 2011, l'ufficio del primo ministro ha dato 50.000 riyal ai capi locali Akhdam che rappresentano gli addetti alle pulizie per ottenere la loro protezione. Ma i lavoratori non hanno visto soldi».
Anche il dittatore Saleh aveva ceduto un anno fa alle richieste degli Akhdam, aumentando la loro paga giornaliera a 800 riyal (3,75 dollari) ma Al Maktari spiega che «Gli spazzini ancora non hanno ferie, nemmeno durante l'Eid. E se una persona uccide un tribale Khadem ( un membro della comunità Akhdam, come accaduto spesso durante gli scontri di piazza nello Yemen, ndr) non c'è modo per la sua famiglia di cercare giustizia. Anche se sono cittadini yemeniti e se esistono leggi per questi crimini».
Molti Akhdam non si fidavano delle promesse di Saleh e non si fidano del suo successore Basindawa. Un anziano della baraccopoli di Al Hasaba di Sana'a, dove ci sono stati alcuni dei più aspri combattimenti durante le rivolte dello scorso anno, ha detto ad Irin che i funzionari di regime di Saleh hanno pagato lui e i suoi vicini di casa di portare cartelli pro-Saleh all'inizio delle rivolte: «Non ci aiutano fino a quando non hanno bisogno di aiuto».
Ma il governo assicura che non c'è alcuna discriminazione contro gli Akhdam e che sono trattati come tutti gli altri yemeniti di fronte alla legge. Il nuovo premier punta sulla costruzione di case popolari per gli Akhdam nell'area di Sawan a Sana'a, ma Mohammed Al Eryani, vice-sindaco di Sana'a, ha confermato all'Irin che «gli Akhdam sono forse i soli dipendenti del governo centrale che non hanno benefici come contratti a tempo indeterminato e pensioni», ma, pur ammettendo che gli Akhdam sono il bersaglio del peggior razzismo nel Paese, Eryani poi dice (con una buona dose di pregiudizio razzista) che «La ragione per cui non sono mai stati assegnati loro contratti o altri benefici è perché sono inaffidabili. Un giorno un Khadem può svegliarsi e scoprire che la sua auto non si avvia, così trascorrerà la giornata a sistemarla, invece di andare al lavoro», rinunciando così ad incassare la stratosferica cifra di 3,75 dollari...
Infatti, un giovane spazzino di Mukhayyim Aser ha detto sconsolato all'Irin: «Finora non abbiamo visto alcun cambiamento. Le cose sono rimaste quasi la stessa di prima dell'inizio della rivoluzione».
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La Corte Ue sul proseguimento delle operazioni di una discarica autorizzata in assenza di Via
La decisione definitiva relativa al proseguimento delle operazioni di una discarica esistente, sul fondamento di un piano di riassetto, costituisce un'"autorizzazione" quando la decisione autorizzi una modifica o un'estensione dell'impianto o del sito, tramite lavori o interventi di modifica della sua realtà fisica, che possa avere notevoli ripercussioni negative sull'ambiente.
Lo afferma la Corte di Giustizia europea - con sentenza di ieri - coinvolta nella questione riguardante l'associazione Pro-Braine e la giunta comunale di Braine-le-Château.
Il centro d'interramento tecnico di Cour-au-Bois Nord, situato nel territorio del comune di Braine‑le‑Château, è stato autorizzato con un regio decreto del 1979 per una durata di trent'anni alla raccolta di rifiuti industriali non tossici. L'autorizzazione al funzionamento ha subito poi una modifica nel 1988, affinché tale centro potesse accogliere altri tipi di rifiuti, quali i rifiuti domestici e inerti.
Nel 2002 l'Ufficio vallone dei rifiuti ha invitato la Biffa Waste Services SA, che all'epoca gestiva il centro nell'area di Cour‑au-Bois Nord, a presentare un piano di riassetto per tale sito (nel corso del 2006, il gruppo Veolia es treatment SA ha acquisito la Biffa Waste Services).
Sulla base del piano di riassetto presentato dalla Biffa Waste Services, la giunta comunale di Braine-le-Château, nel 2008, ha autorizzato fino al 2009 il proseguimento delle operazioni del centro d'interramento tecnico, ha abrogato le condizioni di gestione esistenti e le ha sostituite con condizioni nuove. Ma l'associazione Pro-Braine ha proposto un ricorso di annullamento dinanzi al Conseil d'État (Consiglio di Stato belga) della decisione comunale, perché ritenuta irregolare. L'associazione, principalmente, addebita alla giunta comunale di Braine‑le‑Château di aver adottato la decisione senza aver previamente assoggettato la domanda di gestione di tale impianto a valutazione dell'impatto ambientale (Via), e senza aver richiesto la realizzazione di uno studio sull'impatto ambientale.
Sulla base di tali considerazioni, il Conseil d'État ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte la domanda di pronuncia pregiudiziale. Ossia, chiedendo se la decisione definitiva relativa al proseguimento delle operazioni di una discarica autorizzata o già in funzione, così come previsto dalla direttiva sulle discariche dei rifiuti (1999/31), costituisca un'"autorizzazione" a norma della direttiva sulla Via.
Dalla disposizione sulle discariche esistenti - contenuta all'articolo 14 della direttiva sulle discariche - emerge che, per le discariche che abbiano ottenuto un'autorizzazione o siano già in funzione al momento del recepimento di detta direttiva, gli Stati membri devono adottare misure affinché tali discariche possano rimanere in funzione soltanto se i loro gestori si conformano alle prescrizioni della direttiva stessa. A tal fine, i gestori di dette discariche elaborano e presentano all'approvazione dell'autorità competente un piano di riassetto del sito su cui si trova ogni discarica, comprendente anche le misure correttive che ritengono eventualmente necessarie. L'autorità competente, in seguito alla presentazione del piano di riassetto, adotta una decisione definitiva sull'eventuale proseguimento delle operazioni in base a detto piano e alla presente direttiva.
Al riguardo, però, occorre ricordare che la nozione di "autorizzazione" della direttiva Via (85/337) è definita come la "decisione dell'autorità competente, o delle autorità competenti, che conferisce al committente il diritto di realizzare il progetto stesso". Di conseguenza, può esservi un'autorizzazione - in base a tale direttiva - soltanto nella misura in cui deve essere realizzato un progetto.
Anche la definizione della nozione di progetto è contenuta nella direttiva Via, che non precisa se modifiche o estensioni di progetti esistenti possano anch'esse essere considerate come progetti. Ma sulla base dell'elenco dei siti elencati nell'allegato II della direttiva è possibile concludere che la modifica o l'estensione di un sito di interramento (come quello belga) costituisce un "progetto", ai sensi della direttiva 85/337, nella misura in cui può avere notevoli ripercussioni negative sull'ambiente.
Così, il mero rinnovo di un'autorizzazione esistente alla gestione di un sito di interramento, in assenza di lavori o di interventi di modifica della realtà fisica del sito, non può essere qualificato come "progetto" e, dunque, è compito del giudice del rinvio verificare se la decisione definitiva relativa al piano di riassetto autorizzi una modifica o un'estensione dell'impianto o del sito in oggetto, tramite lavori o interventi di modifica della sua realtà fisica, che possano avere notevoli ripercussioni negative sull'ambiente e costituire quindi un "progetto".
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L'alchimia europea dei rifiuti secondo la Commissione Ue
La Commissione europea ha pubblicato oggi il rapporto finale "Use of ecomomic instruments and waste management" nel quale si evidenzia che «Gli Stati membri più virtuosi vantano percentuali di riciclo dei rifiuti fino al 70% e non interrano praticamente nulla in discarica, dove invece altri Stati membri smaltiscono ancora oltre i tre quarti dei rifiuti».
Il rapporto spiega come, combinando strumenti politici diversi, si è riusciti a gestire in modo corretto il ciclo inetgrato dei rifiuti: «Una combinazione di imposte e divieti sulle discariche e sull'incenerimento, programmi di responsabilizzazione dei produttori e sistemi di "paga quanto butti" risulta essere la soluzione più efficace per incanalare i flussi dei rifiuti verso percorsi più sostenibili. Affinché l'Ue riesca a conseguire gli obiettivi fissati nella Tabella di marcia verso l'impiego efficiente delle risorse (zero conferimento in discarica, massimizzazione del riciclaggio e del riutilizzo, limitazione del recupero di energia ai rifiuti non riciclabili), si dovrà generalizzare a tutti gli Stati membri l'introduzione di questi strumenti economici».
La Commissione evidenzia che «L'esperienza maturata negli Stati membri insegna che il modo ottimale per migliorare la gestione dei rifiuti passa per la combinazione degli strumenti seguenti: imposte e/o divieti sulle discariche e sull'incenerimento i risultati dello studio sono inequivocabili: le percentuali di conferimento in discarica e di incenerimento sono scese nei paesi in cui imposte o divieti hanno innalzato i costi di tali operazioni; Sistemi di "paga quanto butti" si sono rivelati molto efficienti nel prevenire la produzione di rifiuti ed incoraggiare i cittadini a partecipare alla raccolta differenziata; Meccanismi di responsabilizzazione dei produttori hanno consentito a vari Stati membri di raccogliere e ridistribuire i fondi necessari a migliorare la raccolta differenziata e il riciclaggio. Tuttavia, date le grandi divergenze riscontrate fra Stati membri e fra flussi di rifiuti in termini di efficienza rispetto ai costi e di trasparenza, questi programmi presuppongono una pianificazione accurata ed un monitoraggio attento».
Tra gli Stati membri ci sono notevoli differenze: «Stando alla relazione pubblicata il 27 marzo da Eurostat, i 6 Stati membri più avanzati in materia (Belgio, Danimarca, Germania, Austria, Svezia e Olanda) conferiscono in discarica meno del 3% dei rifiuti urbani, percentuale che, all'estremo opposto, sale tuttora ad oltre il 75% in nove Stati membri. I dati statistici pubblicati di recente da Eurostat indicano progressi continui in alcuni nuovi Stati membri, con un rapido aumento delle percentuali di riciclaggio. Anche la produzione di rifiuti urbani è diminuita in vari Stati membri, probabilmente a causa della flessione dell'economia».
La quantità di rifiuti urbani prodotti vanno dai 760 kg a persona di Cipro, con la più alta quantità di rifiuti prodotti nel 2010, seguito da Lussemburgo, Danimarca e Irlanda con valori compresi tra 600 e 700 kg procapite, e da Olanda, Malta, Austria, Germania,Spagna, Francia, Italia, Gran Bretagna e Portogallo, con valori compresi tra 500 e 600 kg. Finlandia, Belgio, Svezia, Grecia, Slovenia, Ungheria e Bulgaria hanno valori compresi tra 400 e 500 kg, mentre meno di 400 kg a persona si registrano in Lituania, Romania, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Estonia e Lettonia.
Secondo il rapporto EroStat "Landfill still accounted for nearly 40% of municipal waste treated in the EU27 in 2010" l'Italia produce 531 kg di rifiuti solidi urbani per persona, il 51% dei quali vanno in discarica, il 15% agli inceneritori, il 21% viene riciclato e il 13% compostato
Gli Stati membri con la più alta quota di rifiuti urbani in discarica sono Bulgaria (100% dei rifiuti trattati), Romania (99%), Lituania (94%) e Lettonia (91%). Le percentuali più elevate di rifiuti urbani inceneriti nel 2010 si ritrovavano in in Danimarca (54% dei rifiuti trattati), Svezia (49%), Olanda (39%), Germania (38%), Belgio (37%), Lussemburgo (35%) e Francia (34%). In 10 Stati membri l'incenerimento è stato pari o inferiore all'1%.Il riciclaggio è più comune in Germania (45% dei rifiuti trattati), Belgio (40%), Slovenia (39%), Svezia (36%), Irlanda (35%) e Olanda (33%). Gli Stati membri con i tassi più elevati di compostaggio per i rifiuti urbani sono Austria (40%), Olanda (28%), Belgio (22%), Lussemburgo (20%), Danimarca (19%) e Spagna (18%). Riciclaggio e compostaggio di rifiuti urbani hanno rappresentato il 50% o più dei rifiuti trattati in Austria (70%), Belgio e Germania (62%), Olanda (61%) e Svezia (50%). In 5 Stati membri meno del 10% dei rifiuti è stato riciclato o compostato.
Perché l'Ue riesca a raggiungere gli obiettivi previsti nella sua normativa sui rifiuti e quelli fissati per l'impiego efficiente delle risorse, «Occorrerà generalizzare gli strumenti citati a tutti gli Stati membri. Nel contesto del riesame degli obiettivi dell'Ue in materia di rifiuti, previsto per il 2014, si vaglierà pertanto l'ipotesi di prevederne per legge l'obbligatorietà in alcuni casi. La Commissione sta inoltre inserendo la buona gestione dei rifiuti fra le condizioni per l'ottenimento di determinati fondi europei».
Intanto la Commissione «Esorta gli Stati membri ad attuare in modo più efficace la normativa sui rifiuti vigente. Nel 2008 il settore della gestione dei rifiuti e del riciclaggio nell'Ue ha realizzato un fatturato di 145 miliardi di euro per un totale di circa 2 milioni di posti di lavoro. La piena attuazione della politica unionale sui rifiuti potrebbe creare altri 400 000 posti di lavoro nell'Ue, incrementando di 42 miliardi di euro il fatturato annuo del settore. Migliorando la gestione dei rifiuti si contribuirebbe al conseguimento di vari obiettivi e traguardi della strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva».
Il commissario Ue all'ambiente, Janez Potočnik, ha detto: «I rifiuti sono troppo preziosi per essere semplicemente buttati via: con una gestione oculata è possibile reiniettarne il valore nell'economia. In sei Stati membri uno smaltimento in discarica pari praticamente a zero si associa oggi a percentuali di riciclo elevate. In tal modo questi Stati non soltanto sfruttano il valore dei rifiuti, ma hanno contestualmente creato anche industrie fiorenti e numerosi posti di lavoro. La relazione illustra come ci sono riusciti: aumentando l'attrattiva economica della prevenzione, del riutilizzo e del riciclaggio mediante strumenti economici selezionati. Condividiamo oggi con gli Stati membri e gli enti locali la responsabilità comune di far sì che tali strumenti siano usati efficacemente e diffusi in tutta l'Ue. È questo uno degli obiettivi centrali della Tabella di marcia verso l'impiego efficiente delle risorse».
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Porto Marghera: siglato l'accordo per la bonifica dell'area
Come annunciato il ministro dell'Ambiente Corrado Clini, ha firmato oggi a Venezia l'"Accordo di programma per la bonifica e la riqualificazione ambientale del sito di interesse nazionale di Venezia-Porto Marghera e aree limitrofe". Il testo è stato sottoscritto anche dal sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, dal presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, e dal magistrato alle acque di Venezia, Ciriaco D'Alessio, in rappresentanza del ministero delle Infrastrutture.
L'intesa, articolata su 12 articoli, si basa sulla volontà di semplificare e sburocratizzare le procedure di risanamento e favorire il recupero dell'area con il reinserimento di industrie green. «L' esempio della Regione Veneto- ha dichiarato Clini- diventa propedeutico per altri 57 siti industriali altamente inquinati di interesse nazionale».
Nell'intenzione del ministero la reindustrializzazione di Porto Marghera dovrebbe essere ambientalmente sostenibile ed aprire prospettive per un nuovo sviluppo industriale. L'obiettivo, è scritto nell'articolo 1 dell'accordo è "promuovere un processo di riconversione industriale e riqualificazione economica del Sito di interesse nazionale di Venezia-Porto Marghera mediante procedimenti di bonifica e ripristino ambientale che consentano e favoriscono lo sviluppo di attività produttive sostenibili dal punto di vista ambientale e coerenti con l'esigenza di assicurare il rilancio dell'occupazione attraverso la valorizzazione delle forze lavorative dell'area".
L'intesa ha lo scopo di semplificare e accelerare l'approvazione dei Piani di Caratterizzazione e dei progetti di bonifica delle aree contaminate e porterà nell'area di bonifica investimenti per oltre 5 miliardi tra fondi pubblici e privati, con già un centinaio di imprese pronte a insediarsi, ha annunciato la Regione Veneto.
«E' una firma che riteniamo epocale, perché dopo tanto lavoro poniamo una pietra miliare- ha dichiarato il presidente Luca Zaia- Fino ad oggi si parlava della sfida di Porto Marghera, mentre da oggi parliamo di quello che sarà il futuro, ma di un futuro certo. In una fase di crisi agevoleremo 3 miliardi di finanziamenti pubblici e investimenti privati per circa 2,7 miliardi, dando avvio a procedure semplificate perché non si attenda più 2-3 anni ma 4 mesi per ampliare un capannone o aprire un'azienda nuova».
I 3 miliardi di fondi pubblici, vengono in parte dalla Legge Speciale per Venezia. «Voglio anche ricordare che la Regione ha messo una 'fee' di 20 milioni di euro come fondo di rotazione per tutte le pmi che vogliono andare a insediarsi a Porto Marghera» ha concluso Zaia. «Abbiamo cominciato a lavorare su questo accordo quando Zaia mi ha presentato il piano che la Regione aveva già preparato con due obiettivi- ha aggiunto il ministro- riportare a livello regionale una competenza presa dallo Stato e identificare le procedure per rendere fattibile l'utilizzo di Marghera nel rispetto delle norme ambientali. Ricondurre la competenza alla Regione non è stato possibile, ma abbiamo messo assieme le nostre competenze e la volontà politica per ottenere un risultato molto concreto, che è quello dell'accordo odierno e che ricalibra sulle decisioni d'uso del territorio di competenza di Regione, Provincia e Comune il risanamento ambientale» ha concluso Clini.
La durata dell'accordo, secondo quanto previsto all'articolo 12, è fissata in 10 anni ed eventualmente potrà essere prorogata. Parte così da Marghera l'attesa riqualificazione delle aree industriali italiane. Sul territorio nazionale sono 57 i Siti di interesse nazionale che attendono la bonifica.
Tra le principali aree da risanare: Napoli orientale: ex raffineria Mobil; Gela: petrolchimico Eni; Priolo: petrolchimico Eni-ex Esso-Isab-Lukoil; Manfredonia: polo chimico; Brindisi: petrolchimico e 2 centrali elettriche a carbone; Taranto: acciaieria Ilva e raffineria Eni; Cengio (Savona): ex Acna (industrie chimiche); Piombino: siderugia; Massa e Carrara: siderurgia e amianto; Casale Monferrato: amianto; Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano: cimitero di rifiuti della camorra; Pitelli (La Spezia): discarica rifiuti a ridosso dell'arsenale della marina militare; Balangero (Torino): miniera di amianto e discarica di altri tossici nocivi; Pieve Vergonte (Val d'Ossola): vecchia chimica; Sesto San Giovanni: siderurgia; Pioltello Rodano: ex Sisas (acetilene e derivati; Napoli Bagnoli: acciaieria dismessa e stabilimento Eternit;Trieste: raffineria Aquila (primi del Novecento); Cogoleto: stabilimento Stoppani (cromo esavalente per la concia delle pelli); Cerro al Lambro: impianto abbandonato di chimica militare (gas nervini); Milano Bovisa: gasometri di carbon coke; Sulcis: polo di alluminio a Portovesme; Livorno: raffineria Eni; Trento nord: piombo tetraetile per benzina rossa (cancerogeno); Brescia: industrie Caffaro (diossina); Falconara marittima: raffineria Api; Laghi di Mantova: polo chimico Eni ex Montedison; Porto Torres: polo chimico (Eni e altri); Bacino del fiume Sarno: inquinamento da concerie; Milazzo: raffinerie Q8; Pianura (Napoli): discarica; La Maddalena: base Usa con sommergibili atomici; Bari: amianto Fibronit (concorrente Eternit);Broni (Pavia): amianto.
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Messa in sicurezza e bonifica di un sito di interesse nazionale: è un servizio pubblico
Lo svolgimento dell'attività di messa in sicurezza e di bonifica di un sito inquinato di interesse nazionale prevista per legge può essere qualificato come servizio pubblico. Proprio perché è svolta (anche) a favore di una collettività indeterminata di beneficiari (gli abitanti della zona inquinata), mira al perseguimento di un interesse pubblico (alla salubrità ambientale e al ripristino del bene-interesse leso dagli inquinamenti) e, infine, consistente in attività produttiva e di rilievo economico.
Lo ricorda il Consiglio di Stato - con sentenza 5 aprile 2012, n. 2021 - relativamente alla determinazione degli interventi di bonifica sul sito inquinato d'interesse nazionale di Brindisi.
Il Tribunale amministrativo regionale della Puglia ha annullato le prescrizioni con le quali l'Amministrazione aveva richiesto di modificare la tecnologia di messa in sicurezza e bonifica della falda prescelta (sottostante le aree comprese all'interno del perimetro del polo multisocietario petrolchimico di Brindisi).Con le prescrizioni impartite dalle conferenze di servizi del 23 ottobre 2003, del 20 aprile 2004 e del 22 settembre 2004 è stato richiesto di realizzare, a preservazione della falda, un sistema di sbarramento di trattamento idraulico (basato su pozzi di emungimento) e successivo trattamento delle acque emunte in apposito impianto per impedire il deflusso delle acque sotterranee dello stabilimento verso il mare. E si è disposto di sostituire il sistema di barrieramento idraulico con un sistema di confinamento fisico, integrativo o sostitutivo di quello, ormai realizzato con notevole dispendio economico, nonché alcune prescrizioni dirette a imporre la bonifica di non meglio identificate aree esterne agli stabilimenti e a vietare di effettuare scavi anche modesti prima di realizzare le attività di bonifica.
Insomma le determinazioni delle conferenze di servizio - impugnate in primo grado - attengono allo specifico svolgimento delle attività di messa in sicurezza e di bonifica di un sito inquinato di interesse nazionale (attraverso l'emunzione delle acque di falda sottostanti l'area industriale in questione), in passato disciplinate dall'art. 17 dlgs 22/1997 e attualmente dall'art. 252 dlgs 152/2006.
La bonifica dei siti di interesse nazionale è materia di attività obbligatoria ex lege disciplinata da fonti di rango primario. E questo è un elemento che identifica giuridicamente un servizio pubblico. Infatti per identificare giuridicamente un servizio pubblico non è indispensabile a livello soggettivo la natura pubblica del gestore, mentre è necessaria la vigenza di una norma legislativa che, alternativamente, ne preveda l'obbligatoria istituzione e la relativa disciplina oppure che ne rimetta l'istituzione e l'organizzazione all'Amministrazione.
Oltre alla natura pubblica delle regole che presiedono allo svolgimento delle attività di servizio pubblico e alla doverosità del loro svolgimento, è anche necessario, che le attività presentino un carattere economico e produttivo e che le utilità da esse derivanti siano dirette a vantaggio di una collettività, più o meno ampia, di utenti.
E' pur vero che i soggetti tenuti alla messa in sicurezza e alla bonifica di siti inquinati non ricevano un corrispettivo da parte dei beneficiari, ma l'utilità che questi ricevono sta nel vantaggio conseguito precedentemente attraverso la socializzazione dei costi (id est l'inquinamento) relativi a oneri del processo produttivo (ossia quelli connessi al corretto smaltimento degli agenti inquinanti) che sarebbero dovuti rimanere a carico delle stesse imprese inquinatrici. I costi attraverso le procedure di bonifica e messa in sicurezza vengono nuovamente internalizzati (peraltro, verosimilmente in misura inferiore al vantaggio ottenuto dalle imprese obbligate, non essendo integralmente risarciti i danni, individuali e collettivi, alla salute medio tempore verificatisi).
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I criteri di ammissibilità in discarica dei rifiuti non pericolosi sono fissati dallo Stato
La Regione non può fissare i criteri di ammissibilità in discarica dei rifiuti non pericolosi, perché non ne ha le competenze. Lo ricorda il Tribunale amministrativo della Puglia (Tar) - con sentenza 6 aprile 2012, n. 693 - che annulla la delibera della Regione Puglia (n. 1651 del 19 luglio 2011). In particolare nella parte in cui stabilisce i processi idonei a ridurre in modo consistente l'attività biologica, individua il valore massimo di Irdp (indice di respirazione dinamico potenziale) dei fanghi, dispone che i fanghi trattati dovranno essere conferiti in discarica autorizzata per la specifica sottocategoria e che i relativi trattamenti dovranno essere annotati su registro vidimato da Arpa Puglia. E l''annulla perché la Regione, non ha il potere di integrare le prescrizioni tecniche dettate a livello statale.
La normativa sulle discariche (dlgs 36/2003) demanda a un decreto del Ministro dell'Ambiente la definizione dei criteri di ammissione in discarica dei rifiuti non pericolosi.
Il d.m. 27 settembre 2010 disciplina, nel dettaglio, i limiti di concentrazione di sostanza secca e i limiti di concentrazione dell'eluato, prevedendo un complesso sistema di deroghe al parametro Doc (concentrazione del carbonio organico disciolto). Ad esempio ai fanghi provenienti dalla preparazione di alimenti, dalla lavorazione di polpa carta e cartone, dal trattamento delle acque reflue urbane e dalle fosse settiche, «(...) purché trattati mediante processi idonei a ridurne in modo consistente l'attività biologica». E ai fanghi individuati da diciannove codici Cer espressamente elencati, «(...) purché trattati mediante processi idonei a ridurre in modo consistente il contenuto di sostanze organiche».
Così come prevede un'ulteriore deroga ai valori limite condizionandola ad apposita "valutazione di rischio" sulle emissioni della discarica, sul cui presupposto l'autorità competente può autorizzare la deroga «(...) caso per caso, per rifiuti specifici per la singola discarica, tenendo conto delle caratteristiche della stessa discarica e delle zone limitrofe», purché i valori autorizzati non superino per più del triplo quelli vigenti per la corrispondente categoria di discarica, e con limitazioni più restrittive per il parametro Toc (carbonio organico totale) nelle discariche per rifiuti inerti.
Tale disciplina relativa ai rifiuti rientra nella competenza in tema di tutela dell'ambiente che appartiene in via esclusiva allo Stato. Perciò non sono ammesse iniziative delle Regioni volte a regolamentare la materia nel proprio ambito territoriale, seppure in assenza della relativa disciplina statale.
In particolare, la Corte costituzionale ha affermato che le Regioni, nell'esercizio delle loro competenze, debbono rispettare la normativa statale di tutela dell'ambiente, ma possono stabilire, per il raggiungimento dei fini propri delle loro competenze (in materia di tutela della salute, di governo del territorio, di valorizzazione dei beni ambientali, ecc...), livelli di tutela più elevati, con ciò certamente incidendo sul bene materiale ambiente, ma non al fine di tutelarlo in via diretta.
Questo principio non risulta però applicabile nel caso in cui la Regione regolamenta in via integrativa i criteri per l'ammissione in discarica dei rifiuti non pericolosi (e per la concessione delle relative deroghe al parametro Doc). Con ciò invade la competenza statale.
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Precisazione di Comieco sull'ordinanza del Tribunale di Milano
Il Tribunale di Milano invita Vetrarco a non frapporre ostacoli all'attuazione della legge e dell'ordinanza cautelare
Con riferimento all'articolo apparso sul presente sito (greenreport.it) in data 4 aprile 2012, Comieco comunica che quanto ivi riportato è fuorviante perché non tiene conto della motivazione del provvedimento. Il Tribunale, infatti, ha ritenuto inammissibile il ricorso di Comieco, in quanto (come indicato in motivazione) il consorzio "ha mostrato di aver ben compreso, da un lato, la portata precettiva della norma di cui all'art. 223 TUA - che impone l'adeguamento degli statuti dei consorzi nel senso ivi disciplinato - nonché, d'altra parte, il senso della statuizione racchiusa nel dispositivo del provvedimento cautelare di cui si discute".
Con riferimento a Vetrarco, in particolare, il Tribunale ha osservato che "nessun ostacolo giuridico può frapporre Vetrarco all'attuazione della legge e del ricordato provvedimento, posto che il consorzio Comieco dispone già in via autonoma di tutti gli strumenti idonei a realizzare l'iter necessario per attuare l'adeguamento alle prescrizioni della legge e del dispositivo dell'ordinanza in esame".
Si fa presente che Comieco - per scrupolo di prudenza - aveva rappresentato al Tribunale che intende procedere con la previa convocazione di un'assemblea straordinaria per l'approvazione delle modifiche statutarie necessarie ai fini dell'attuazione dell'art. 223 del TUA. Pertanto, anche alla luce della motivazione del provvedimento, Comieco ha a questo punto deciso di procedere come indicato e quindi di convocare, per il 23 aprile 2012, un'assemblea (in sede sia straordinaria che ordinaria) avente all'ordine del giorno le necessarie modifiche dello Statuto e del Regolamento consortile. Tale assemblea si riunirà quindi in tempo utile rispetto all'assemblea del 24-25 maggio 2012, già convocata per la nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione".
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Il Tribunale di Milano conferma l’ordinanza: il CdA di Comieco deve essere integrato con i riciclatori
Ultimo atto della vertenza tra Vetrarco e Comieco. Ieri è stato depositato il Provvedimento reso dal Tribunale di Milano in data 29 marzo che conferma quanto già disposto lo scorso 18 febbraio, ovvero che Comieco deve annullare il proprio Consiglio di Amministrazione - nominato il 30 giugno 2011 - e farne uno nuovo inserendo anche un rappresentante dei riciclatori.
L'Ordinanza del Tribunale di Milano era l'esito di una vertenza dell'azienda Vetrarco nei confronti di Comieco sul diritto dei riciclatori e recuperatori ad avere un proprio rappresentante nel consiglio di amministrazione dei Consorzi di imballaggi.
A seguito dell'Ordinanza di febbraio era stato il Collegio dei Revisori Contabili ad assumere la gestione del Consorzio Comieco al posto del CdA sospeso e a convocare l'assemblea ordinaria per la nomina del nuovo CdA.
Ma l'intento del Collegio dei Revisori dei Conti era quello di provvedere alla modifica dello statuto prima di procedere alla nomina del nuovo Cda, così come espresso nell'avviso di convocazione.
Il Tribunale di Milano, investito della questione, sulla scorta della domanda di Comieco di autorizzare preventivamente il Collegio dei Revisori a formare un nuovo Statuto e regolamento, ha ritenuto invece di non aderire alla richiesta e quindi di non concedere una preventiva autorizzazione, e ha ripetuto quanto già affermato nella precedente Ordinanza del 18 febbraio.
Quindi tutto da rifare, e con l'attuale statuto e regolamento, dato che cita l'ordinanza: "Comieco dispone già in via autonoma di tutti gli strumenti idonei a realizzare l'iter necessario per attuare l'adeguamento alle prescrizioni della legge e del dispositivo dell'ordinanza".
I recuperatori della carta o cartacciai - come li chiama Comieco nel glossario del suo sito internet - dovranno quindi entrare nel consiglio di amministrazione, senza più indugi.
E naturalmente la regola vale anche per gli altri consorzi di imballaggio che ancora non lo hanno fatto.