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Una discarica riunisce israeliani e palestinesi
Non è facile vedere arabi ed ebrei stare assieme dalla stessa parte. Eppure ieri coloni israeliani e residenti palestinesi hanno manifestato congiuntamente per protestare contro la realizzazione di una nuova discarica per rifiuti solidi urbani, finanziata dal Governo tedesco, nei pressi di una riserva naturale nella zona C della Cisgiordania (West Bank).
La Società per la Protezione della Natura in Israele (SPNI) ha lanciato una battaglia contro la discarica di Rimonim, "arruolando" coloni ebraici e cittadini palestinesi, uniti dal fatto che la discarica è una problematica ambientale, quindi non conosce confini territoriali, ideologici o religiosi.
Turbato dalla vulnerabile localizzazione della discarica, questo insolito gruppo di manifestanti ha intenzione di presentare un reclamo ufficiale alla sua costruzione verso l'Alta Corte di Giustizia. Guidati da Roee Simon, coordinatore di SPNI Giudea e Samaria, la lotta si è estesa ai rappresentanti della tribù beduina locale Kaabene, ai villaggi palestinesi di Ramun e Nu'eima, agli insediamenti israeliani di Mikhmas e Rimonim, all'Associazione Comunale Ambientale della Giudea e la Samaria e al Consiglio regionale Binyamin, che copre 44 insediamenti in Samaria meridionale.
Poiché il progetto è stato ufficialmente pubblicato l'8 marzo, i cittadini hanno avuto 60 giorni di tempo per presentare obiezioni al piano, prima di un'udienza pubblica, ha spiegato un rappresentante della banca di sviluppo governativa tedesca, Kreditanstalt Fyr Wiederaufbau (KfW ), che finanzia il progetto. Quindi i termini sarebbero già scaduti per la via amministrativa, da cui il tentativo di ricorrere direttamente alla massima istanza d'appello del Paese.
La futura discarica è prevista vicino a Rimonim Junction, a pochi passi a nord della riserva naturale di Nahal Makoch nel Deserto di Giudea nord. Una riserva naturale che secondo i contestatori ha "caratteristiche uniche" per la sua posizione al confine della dorsale montuosa centrale e con la valle del Giordano.
Entro il letto del fiume presso la riserva sono presenti molte grotte con rare condizioni che permettono ai pipistrelli il letargo, spiegano dall'associazione SPNI. Ma il sito sarebbe particolarmente pregiato anche per la presenza di molte testimonianze archeologiche, legate alle vicende storiche di antenati religiosi a Gerusalemme e a Gerico. Quindi non solo gli ambientalisti temono impatti ambientali per le acque sotterranee e il torrente ma anche danni alla sacralità della riserva stessa.Tuttavia, fino ad oggi nessuna manifestazione o protesta è stata organizzata per contestare le numerosissime discariche illegali presenti in tutta l'area e verso le quali sono indirizzati gli scarichi pirata di entrambe le comunità.
E che quella di ieri non si sia trattata di una protesta legata effettivamente alla protezione del bene comune lo si capisce meglio se andiamo ad analizzare a fondo la questione e vediamo che in ballo non ci sono solo questioni di impatti ambientali. Infatti, il pomo della discordia sembra essere più il fatto che nella nuova discarica potranno essere conferiti solo i rifiuti urbani dei palestinesi e non quelli dei coloni israeliani, anche perché si tratta di aiuti allo sviluppo e quindi legati ai soli territori occupati.
Attualmente ci sono solo quattro discariche autorizzate in Cisgiordania - di cui solo due possono assorbire rifiuti israeliani - per cui la "spazzatura" prodotta degli insediamenti di quest'area dovrà essere trasportata verso destinazioni lontane, a costi elevati.
Gli israeliani, pur ammettendo che la discarica verrebbe costruita secondo gli standard tedeschi, quindi con piene garanzie ambientali, poiché verrebbe donata all'Autorità Palestinese di Ramallah, nutrono forti dubbi semmai circa la reale capacità di questa di saperla gestire correttamente. "Se non riescono a gestirla bene, poi ci potrebbero essere problemi. La riserva naturale potrebbe venire danneggiata, come anche le specie animali presenti", ha detto infatti Roee Simon.
Per contro le autorità palestinesi la vedono diversamente. Husain Abuoun, direttore esecutivo dei servizi tecnici comunali, ha detto che la discarica fornirà occupazione ai residenti locali, con priorità per coloro che vivono a Ramun, in virtù della loro vicinanza al sito. Nella regione di Ramalllah-Al-Bireh ci sono 320.000 abitanti che generano 300 tonnellate di rifiuti al giorno, per cui la discarica sarà "un importante progetto internazionale per il popolo palestinese", ribadisce Abuoun "La struttura andrà inoltre a sostituire i 78 siti pirata di scarico della spazzatura presenti della regione, che sono molto pericolosi in quanto inquinano le acque sotterranee e l'ambiente circostante". Infine sottolinea come "La costruzione della discarica non compromette la zona vicina al progetto, e la zona è stata mai identificata da alcuna autorità come riserva naturale".
Avi Ro'eh, che è a capo del Consiglio delle Comunità ebraiche di Giudea, Samaria e nella Striscia di Gaza, è tra coloro che si oppongono con forza al progetto per ragioni pragmatiche: "I rifiuti degli insediamenti della regione Binyamin sono attualmente scaricati nella discarica Psagot, situata nell'area appena a est di Ramallah e sud di Al-Bireh. Sia Ramallah e il suo sobborgo di Al-Bireh, così come altri villaggi palestinesi, scaricano i loro rifiuti lì. Il governo israeliano, tuttavia, prevede di chiudere la discarica Psagot nel mese di agosto, una decisione che è stata sostenuta dalla High Court of Justice". Ora quindi i coloni saranno costretti a inviare i loro rifiuti presso siti israeliani più lontani, mentre i palestinesi potranno conferire i loro nella nuova e vicina discarica regalata dai tedeschi.
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Rifiuti, marchio di fabbrica dell'uomo: la prossima emergenza? Viene dallo spazio
L'evoluzione tecnologica dell'uomo ha portato la nostra specie ad essere sovrana incontrastata prima della terraferma, poi dei mari. Da qualche decennio, il nostro spirito curioso e intraprendente ci ha portato a mettere lo zampino anche nello spazio: ed è verso le stelle che guardiamo con sempre più vorace interesse. C'è però un piccolo problema, che ormai così piccolo più non è. Come sulla terraferma (prima) e poi nei mari (poi), la traccia apparentemente indelebile del nostro passaggio è fatta di rifiuti. Gli scarti di quell'evoluzione tecnologica che ci permette di avanzare seguono come orme i nostri passi. Anche nello spazio.
Continua infatti a crescere la grande "discarica spaziale" in orbita intorno alla terra. E' composta da frammenti di vettori e da vecchi satelliti e rappresenta un serio pericolo per le attività umane nello spazio, per i numerosi satelliti operativi come anche per la Stazione Spaziale Internazionale e per gli astronauti che vi lavorano. E' questo l'allarme che sarà lanciato nel corso della 17th International Space Conference, che si svolgerà a Roma presso l'Hotel Parco dei Principi dall'8 al 10 maggio sul tema The impact of Space Weather and Space Exploitation on modern society - Hazards' forecasting, prevention, mitigation and insurance at international level. Una sessione della Conferenza sarà infatti dedicata al tema degli "space debris", i cosiddetti detriti spaziali che ormai affollano le orbite intorno alla Terra: in questa sessione si parlerà anche di alcuni gravi incidenti, come il satellite russo Blitz che, nelle scorse settimane, è stato colpito dai rottami del satellite cinese Fengyum 1C.
L'allarme per gli "space debris" - spiega in una nota la Space Conference - preoccupa le Agenzie spaziali di tutto il mondo: attualmente, si stanno studiando sistemi di "pulizia orbitale" o comunque di mitigazione del fenomeno di questa "spazzatura spaziale", ma finora è apparso difficile raggiungere un accordo su base internazionale. C'è preoccupazione anche per l'insuccesso di alcuni lanci in orbita, come il recente fallimento del vettore russo Zenit-3LS che doveva portare nello spazio il grande satellite per telecomunicazioni Intelsat 27. Queste emergenze vengono monitorate con attenzione anche dal mercato assicurativo, chiamato a fornire le necessarie coperture alle più importanti missioni spaziali: alla Conferenza, è infatti prevista la partecipazione di alcune compagnie di assicurazione e di riassicurazione di livello internazionale (come Swiss Re, Munich Re, AIG).
L'International Space Conference, organizzata dalla Pagnanelli Risk Solutions Ltd, vedrà la presenza di circa 300 esperti provenienti da tutto il mondo e dalle maggiori Agenzie spaziali (tra cui Nasa, Esa, Inmarsat, Arianespace, l'italiana Asi, la francese Cnes, la tedesca Dlr e la britannica Uk Space Agency), insieme a rappresentanti del Parlamento e della Commissione Europea. Numerose anche le presenze delle maggiori industrie mondiali nel settore spaziale, tra cui le italiane Thales Alenia Space e Telespazio. Oltre all'allarme per gli "space debris", durante i tre giorni della Conferenza si parlerà anche di tempeste solari, meteoriti, asteroidi e cyber-terrorismo: in particolare, saranno valutati i rischi per la popolazione civile e per le grandi reti ed infrastrutture a terra dovuti agli "space storms" e all'attività del Sole, oltre ad illustrare quali sono le contromisure adottate da molti Paesi nel mondo e le procedure di protezione civile.
A conclusione della conferenza, è fissata una tavola rotonda dal titolo "Oltre i confini della Terra. Vivere e viaggiare nel Sistema Solare", aperta al pubblico italiano e soprattutto a giovani, studenti ed appassionati (venerdì 10 maggio, ore 15-18). Sono previsti interventi a carattere divulgativo sulle principali tematiche dell'International Space Conference (in particolare sugli effetti dell'attività solare sulla Terra), sulle future missioni umane nel cosmo (compresi i progetti per il "turismo in orbita") e anche sullo sviluppo in Italia dell'informazione giornalistica sulle tematiche spaziali. In programma pure la proiezione di video e la possibilità per il pubblico di rivolgere domande. Il programma dettagliato della Conferenza e le modalità di iscrizione sono disponibili su www.prsforspace.com.
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Ecco come Londra ha deciso di gestire i propri rifiuti
SITA UK è stata formalmente nominata come miglior offerente per il contratto da 900 milioni di Sterline (circa 757 milioni di Euro), della durata di 25 anni per il trattamento, recupero energetico e smaltimento, dei rifiuti indifferenziati per la West London Waste Authority (WLWA). A tal fine si ricorda che la capitale inglese è stata suddivisa, a partire dal 1986, in 4 Authority per i rifiuti: East London, North London, West London, Western Riverside che complessivamente gestiscono oltre 1.000.000 di tonnellate di rifiuti solidi urbani indifferenziati l'anno (cioè al netto della frazione avviata a riciclo).
SITA UK, che è la divisione britannica del colosso francese Suez, si è aggiudicata l'appalto con il sostegno di Lloyds Banking Group e dei giapponesi della ITOCHU Corporation, a seguito del ritiro di un consorzio formato da E.ON Energia e da Tata Chemicals Rifiuti.
Il contratto copre tutti gli aspetti del trattamento compresa qualsiasi attività di trasporto necessario, il funzionamento delle stazioni di trasferimento nonchè la produzione di energia e di combustibile da rifiuti per i quartieri di West London, Brent, Ealing, Harrow, Hillingdon, Hounslow e Richmond-upon-Thames. Si tratterà di gestire fino a 300.000 tonnellate di rifiuti domestici all'anno.
SITA UK assumerà la gestione di due stazioni ferroviarie di trasferimento dei rifiuti , attraverso le quali i rifiuti raccolti da più di 1,4 milioni di residenti saranno trasportati su rotaia verso una nuova centrale di recupero di energia dai rifiuti (EFW), l' impianto di Severnside, nel Sud Gloucestershire. Questo impianto produrrà energia elettrica sufficiente per alimentare l'equivalente di 50.000 abitazioni e potrebbe anche fornire acqua calda per le imprese locali.
Secondo SITA UK, l'operazione consente di risparmiare più di 83.000 tonnellate di CO2 ogni anno rispetto all'attuale trattamento dei rifiuti in corso nella zona, aggiungendo fino a più di due milioni di tonnellate con il periodo di durata del contratto. Il nuovo impianto avrà un costo di oltre 240.000.000 Sterline (circa 208 milioni di Euro), impiegando 53 posti di lavoro permanenti e circa 200 posti di lavoro creati durante la sua costruzione.
David Palmer-Jones, amministratore delegato di SITA UK, ha dichiarato in un comunicato stampa: "Siamo lieti di aver ricevuto questo importante incarico per la gestione dei rifiuti nella zona ovest di Londra. È una grande notizia per i sei distretti e dei loro residenti, sapendo che i loro materiali di scarto saranno utilizzati per la produzione di energia evitando di essere conferiti in discarica e siamo ansiosi di lavorare con la West London Authority".
Bassam Mahfouz (Nella foto), Presidente dell'Authority, ha detto che per troppo tempo hanno «avuto a ovest di Londra il conferimento dei rifiuti indifferenziati nelle discariche». Questo nuovo contratto significa che «praticamente più nulla viene inviato in discarica e che «andrà di pari passo con le politiche di riciclo, che in quest'area raggiungono già percentuali tra le più alti di Londra».
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Rifiuti, tribunale Ue conferma: niente contributi per la gestione e lo smaltimento in Campania
Non saranno versati all'Italia i contributi finanziari del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti in Campania. Perché l'Italia non ha adottato tutte le misure necessarie per lo smaltimento dei rifiuti nella regione. Questione, fra l'altro, che ha comportato la messa in more e la condanna per inadempimento: non avendo messo in atto tutte le misure necessarie per lo smaltimento dei rifiuti nella regione Campania, l'Italia ha messo in pericolo la salute umana e ha danneggiato l'ambiente.
Il Tribunale Ue ha confermato le decisioni della Commissione e ha respinto il ricorso dell'Italia. Il Fesr ha come obiettivo quello di contribuire al potenziamento della coesione economica e sociale, riducendo le disparità regionali. Tale contributo avviene attraverso un sostegno allo sviluppo e attraverso l'organizzazione strutturale delle economie regionali, anche per quanto riguarda la riconversione delle regioni industriali in declino. E contribuisce, fra l'altro, alla realizzazione di un livello elevato di protezione dell'ambiente.
Nel 2000 la Commissione - nell'ambito del sostegno agli interventi strutturali dell'Unione in Italia - ha approvato il programma operativo Campania ("PO Campania"), per spese effettuate fra il 5 ottobre 1999 e il 31 dicembre 2008. Per le azioni regionali destinate a migliorare e a promuovere il sistema di raccolta e di smaltimento dei rifiuti per l'Italia è stato previsto un cofinanziato dai Fondi strutturali pari a 46 634 365,80 euro ovvero pari al 50% della spesa totale (93 268 731,59 euro).
Però, nel 2007 l'Italia è stata messa in mora dalla Commissione. Perché non ha garantito in Campania che i rifiuti fossero smaltiti senza pericolo per la salute dell'uomo e senza recare pregiudizio all'ambiente. Perché non ha creato una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento in Campania in violazione della direttiva sui rifiuti. Cosa confermata dalla Corte di Giustizia europea nel 2010. La Corte ha constatato, fra l'altro, che il tasso di raccolta differenziata dei rifiuti nella regione Campania era molto basso rispetto alla media nazionale e dell'Unione e che gli impianti esistenti e in funzione nella regione erano ben lontani dal soddisfare le esigenze reali.
Dato il procedimento di infrazione, nel 2008 la Commissione ha informato le autorità italiane delle conseguenze sul finanziamento del PO Campania: si è proposto di rifiutare provvisoriamente il rimborso delle spese del PO Campania relativo al sistema regionale di gestione e smaltimento dei rifiuti, anch'esso oggetto del procedimento d'infrazione. Dunque, le domande di pagamento per spese relative al PO presentate successivamente al momento in cui l'Italia è venuta meno agli obblighi derivanti dalla direttiva relativa ai rifiuti (entrata in vigore il 17 maggio 2006) sarebbero state respinte.
Con due ricorsi l'Italia ha chiesto al Tribunale di annullare le decisioni di rifiuto della Commissione. L'Italia sostiene che per giustificare tale rifiuto, l'oggetto specifico del procedimento di infrazione avrebbe dovuto coincidere perfettamente con le "operazioni" oggetto della domanda di pagamento dei finanziamenti.
Ma secondo il Tribunale, per rifiutare i pagamenti intermedi del Fesr, è sufficiente che la Commissione dimostri che l'oggetto di un procedimento d'infrazione in corso è direttamente collegato alla "misura" cui si riferiscono le operazioni oggetto del finanziamento. La nozione di "misura" ha una portata più ampia rispetto a quella di "operazione".
Del resto il ricorso per inadempimento ha riguardato l'intero sistema di gestione e smaltimento dei rifiuti in Campania, compresa l'inefficacia sia del recupero sia della raccolta differenziata. L'oggetto del procedimento d'infrazione ha riguardato l'insufficienza della raccolta differenziata come un elemento a monte, che ha aggravato le carenze del sistema di gestione dei rifiuti nel suo complesso. E la misura 1.7 del PO Campania ha previsto interventi per la creazione di un sistema di raccolta differenziata dei rifiuti urbani e la realizzazione di discariche per lo smaltimento dei rifiuti a valle della raccolta differenziata medesima. E', dunque, innegabile il collegamento fra l'oggetto del procedimento d'infrazione e la misura. In sostanza, a nostro avviso, la decisione presa è incontrovertibile.
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I mozziconi di sigarette: micro-rifiuti tossici che inquinano gli ecosistemi acquatici
I filtri delle sigarette sono costituiti da acetato di cellulosa, una plastica che è tecnicamente biodegradabile, ma i mozziconi di sigarette degradano solo in situazioni che i ricercatori descrivono come "circostanze biologiche gravi", come quando i filtri finiscono nelle acque di scarico. Anche in condizioni ottimali, ci possono volere almeno 9 mesi per degradare un mozzicone. Lo sanno bene i frequentatori delle spiagge italiane, che li trovano sepolti sotto la sabbia praticamente integri da una stagione all'altra.
Negli Stati uniti d'America, dove la lotta al fumo ha assunto aspetti da Santa Inquisizione, secondo una stima del 2007 vengono consumati 360 miliardi di sigarette all'anno, i cui filtri, visto che ormai si fuma praticamente solo all'aperto, finiscono nell'ambiente naturale e negli spazi pubblici.
Il problema è che mozziconi di sigaretta sono veri e propri rifiuti tossici, non solo piccoli segni di inciviltà e un pugno nell'occhio estetico in aree che dovrebbero essere pulite. Secondo un rapporto di Environmental cleanup, possono anche percolare sostanze chimiche tossiche e cancerogene nell'ambiente, avvelenare la fauna selvatica e contaminare corsi d'acqua. Inoltre i mozziconi di sigaretta sono il rifiuto che si trova di più sulle spiagge e nei corsi d'acqua di tutto il mondo.
Un altro rapporto del 2010 di Ocean Conservancy rivelava che durante l'International coastal cleanup che ogni anno si svolge negli Usa, dalle spiagge americane e dalle vie navigabili interne sono stati rimossi diversi milioni di sigarette o filtri di sigarette, il 31% della spazzatura raccolta e di gran lunga l'elemento più diffuso trovato.
Mentre gli studi cominciano a dimostrare come la tossicità dei mozziconi di sigaretta negli ecosistemi acquatici influenzi la fauna selvatica e inquini l'acqua, i comuni e le altre istituzioni dovranno adottate iniziative non più basate sul solo volontariato o a "spot" per prevenire l'abbandono dei mozziconi di sigarette nei parchi e nelle spiagge. Ma la cosa sembra riguardare più le abitudini legate ai "micro-rifiuti" che all'abolizionismo del fumo.
Legacy, un'organizzazione impegnata nell'istruzione dell'opinione pubblica sui prodotti del tabacco e che collabora all'iniziativa di Leave No Trace del Center for Outdoor Ethics che incoraggia i fumatori a non gettare a terra le sigarette che poi si trasformano in un rifiuto tossico, ha commissionato un sondaggio che si occupa proprio degli atteggiamenti degli americani riguardo alla questione dei mozziconi/spazzatura e chiede agli intervistati se considerano i filtri delle sigarette re una preoccupazione ambientale. Ne è venuto fuori che oltre l'88% degli americani intervistati pensa che mozziconi di sigarette siano un problema ambientale, ma oltre il 44% degli intervistati che avevano fumato ammette di aver lasciato cadere una sigaretta a terra e quasi il 32% cento hanno buttato una sigaretta fuori dall'auto in corsa.
Durante i 30 giorni precedenti al sondaggio, l'80,1% degli americani dice di aver visto mozziconi di sigarette sui marciapiedi, il 32,1% nei parchi, il 16,6% nei campi sportivi e il 15,7% nelle spiagge.
Il 93% concorda sul fatto che far cadere un mozzicone di sigaretta per terra è come buttare spazzatura e che molti fumatori spargano rifiuti.
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Corte dei Conti Ue: «Necessaria migliore pianificazione di bonifiche siti militari e industriali dismessi»
Una nuova relazione della Corte dei conti europea ("Le misure strutturali dell'Ue hanno sostenuto con successo la riqualificazione dei siti industriali militari dismessi?"), invita la Commissione europea a migliorare la gestione dei progetti di riqualificazione dei cosiddetti siti dismessi, gli ex siti militari ed industriali abbandonati e spesso inquinati.
Henri Grethen, il responsabile della relazione della Corte dei conti Ue sottolinea che «Il retaggio dell'inquinamento dei siti dismessi nell'Ue continua a rappresentare un significativo problema. I progetti di riqualificazione cofinanziati dall'Ue hanno realizzato le trasformazioni promesse, ma i progressi sono stati spesso lenti ed i posti di lavoro creati sono stati inferiori a quanto previsto. Il principio "chi inquina paga" si è rivelato pressoché impossibile da applicare nella pratica e non vi sono meccanismi sufficienti che permettano alle autorità pubbliche di recuperare quanto investito nel caso in cui i progetti generino più introiti del previsto. In questo contesto, i fondi necessari per porre rimedio a questo inquinamento storico dovranno probabilmente ancora provenire dai bilanci pubblici». Difficile non concordare con la relazione e nell'individuare - almeno in Italia anche se il rapporto non la prende in esame tra i progetti studiati - nella cattiva politica e pessima burocrazia il principale colpevole di una situazione che va avanti da decenni.
Ecco cosa dice in sintesi il rapporto:
Negli scorsi decenni, sempre più siti industriali e militari abbandonati (cosiddetti siti dismessi) sono divenuti disponibili. Si stima che il loro numero in Europa vada da qualche centinaio nei piccoli Stati membri a qualche centinaio di migliaia negli Stati membri più grandi con un importante passato industriale. Molti siti dismessi sono contaminati. La riqualificazione e il riutilizzo dei siti dimessi viene promossa dalle misure strutturali dell'Ue al fine di proteggere la salute umana e l'ambiente e attenuare gli effetti dell'espansione urbana. L'audit della Corte ha inteso appurare se gli obiettivi dei progetti siano stati raggiunti, se il sostegno dell'Ue sia stato orientato sulla base di criteri solidi e se i risultati siano stati ottenuti al più basso costo possibile per il bilancio dell'UE. La Corte ha controllato direttamente la performance di 27 progetti di riqualificazione (nessuno italiano) ed esaminato gli strumenti usati dagli Stati membri per la riqualificazione dei siti dismessi, strumenti che costituiscono il quadro per gli specifici interventi cofinanziati.
La Corte ha concluso che:
a) i risultati delle opere di bonifica non sono sempre certificati in modo appropriato e vi sono ampie differenze tra i valori di screening della contaminazione del suolo stabiliti a livello nazionale. La maggior parte dei progetti ha conseguito i propri obiettivi in termini di realizzazioni materiali, ma in molti casi i terreni e gli edifici riconvertiti non sono stati destinati all'uso previsto; la creazione di posti di lavoro è stata inferiore alle attese. Due fattori principali concorrono a spiegare i modesti risultati ottenuti: la recessione economica e l'assenza di una solida analisi di mercato giustificante lo sviluppo dei siti, oppure il fatto che di tale analisi non si sia tenuto conto. Tutti i progetti avevano alcune caratteristiche chiave che favorivano la loro sostenibilità sul più lungo termine, ma solo due terzi di essi facevano parte di un piano di sviluppo integrato;
b) in tutti gli Stati membri, la politica in materia di siti dismessi è principalmente attuata tramite strumenti di pianificazione locali, che promuovono l'applicazione di alcune migliori pratiche essenziali, nella fattispecie quella di preferire la riqualificazione di siti dismessi allo sviluppo di nuove aree, ma raramente promuovono l'uso temporaneo di siti dismessi. Tuttavia, l'assenza di registri completi e adeguati dei siti dismessi, che includano anche i siti contaminati, complica la definizione delle priorità. I regolamenti dei Fondi strutturali non richiedono un piano di sviluppo integrato, e il riutilizzo dei siti dismessi (da preferire rispetto allo sviluppo di nuovi siti in aree a verde) non viene adeguatamente sostenuto;
c) i risultati avrebbero potuto essere ottenuti ad un costo minore per i bilanci nazionali e dell'Ue, dato che per 9 progetti la sovvenzione non era giustificata da una valutazione delle entrate e, una volta questa effettuata, nella metà dei casi sono state osservate carenze. I fondi nazionali e dell'Ue hanno anche coperto parte del costo della bonifica ambientale, dato che il principio "chi inquina paga" non è stato pienamente applicato e alcune disposizioni normative in materia di aiuti di Stato sono state ignorate. I regolamenti dei Fondi strutturali e specifiche disposizioni delle decisioni di sovvenzione per progetti di riqualificazione non offrono sufficienti possibilità di recuperare il sostegno pubblico nel caso i progetti generino più reddito del previsto.
La Corte raccomanda:
a) agli Stati membri di richiedere ai promotori di effettuare un'analisi di mercato e di considerare le opzioni per un possibile utilizzo futuro dei siti dismessi. Gli Stati membri dovrebbero porre come condizione obbligatoria che i progetti di riqualificazione dei siti dismessi siano parte di un piano di sviluppo integrato e che i risultati della bonifica siano certificati da un'autorità competente o da un organismo accreditato;
b) agli Stati membri di prendere in considerazione la definizione di strategie di riqualificazione dei siti dismessi, includenti chiari valori-obiettivo e di evitare l'utilizzo di nuovi siti in aree a verde se non strettamente necessario e, in caso contrario, imporre l'applicazione di misure compensative; di valutare le misure da adottare per i siti problematici, posseduti da privati, i cui proprietari non intraprendano le azioni necessarie; e di considerare di lasciare più frequentemente a verde, per un periodo provvisorio, i siti riqualificati, nonché di creare registri di siti dismessi e contaminati con informazioni standardizzate sufficienti, che permettano di stabilire un ordine di priorità per gli interventi;
c) agli Stati membri di valutare in modo approfondito i deficit di finanziamento per ciascun progetto. Gli Stati membri dovrebbero pretendere che l'applicazione del principio "chi inquina paga" diventi un requisito necessario per la concessione del finanziamento dell'Ue. Essi dovrebbero applicare le disposizioni dei regimi di aiuti di Stato concordati con la Commissione. Gli Stati membri dovrebbero includere, in tutte le decisioni di
sovvenzione relative a progetti di riqualificazione, una clausola di rimborso che permetta loro di riesaminare la performance finanziaria dei progetti alla luce di quanto avvenuto nel corso di un periodo più lungo (ad esempio, 15 anni) e, ad esempio, di recuperare, in tutto o in parte, la sovvenzione nel caso i progetti generino entrate maggiori del previsto. La Commissione dovrebbe monitorare l'applicazione di tali clausole di rimborso;
d) alla Commissione di proporre, in cooperazione con gli Stati membri e sulla base di prove scientifiche e di migliori pratiche, norme Ue per la definizione di «sito contaminato» e per la gravità dei rischi ambientali e sanitari causati da tali siti, nonché di proporre una metodologia per la definizione di standard di bonifica specifici per i siti, che tengano conto dell'utilizzo finale degli stessi. La Commissione dovrebbe promuovere l'applicazione di un approccio di sviluppo integrato, disponendo che i progetti cofinanziati di riqualificazione dei siti dismessi siano inclusi in un piano di sviluppo integrato;
e) alla Commissione e agli Stati membri di sostenere l'applicazione di migliori pratiche nella riqualificazione dei siti dismessi, e di preferire la riqualificazione dei siti dismessi rispetto all'utilizzo di nuovi siti in aree a verde.
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Nuove modifiche al regolamento Reach: altre sostanze potenzialmente autorizzabili
L'Ue prevede la possibilità di autorizzate l'immissione sul mercato e l'uso del tricloroetilene, del triossido di cromo; degli acidi generati dal triossido di cromo e relativi oligomeri; del dicromato di sodio, di potassio e di ammonio; del cromato di potassio e di sodio.
Quindi modifica il regolamento per la registrazione, la valutazione, l'autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (Reach), in particolare l'elenco delle sostanze soggette ad autorizzazione indicate all'allegato XIV.
L'Ue include nell'elenco dell'allegato XIV le nuove sostanze. La maggior parte di tale sostanze sono classificate non solo come cancerogene ma anche come mutogene, tuttavia rispettano e soddisfano i criteri Ue previsti per l'inclusione nell'elenco delle sostanze soggette ad autorizzazione.
Il regolamento Reach, infatti, stabilisce che le sostanze che rispondono ai criteri di classificazione come sostanze cancerogene (categorie 1A o 1B), mutagene (categorie 1A o 1B) e tossiche per la riproduzione (categorie 1A o 1B) le sostanze persistenti, bioaccumulabili e tossiche, le sostanze molto persistenti e molto bioaccumulabili e le sostanze per le quali è scientificamente comprovata la probabilità di effetti gravi per la salute umana o per l'ambiente che danno adito a un livello di preoccupazione equivalente, possono essere soggette ad autorizzazione.
La procedura di autorizzazione è intesa a controllare il rischio derivante dalle sostanze estremamente preoccupanti a causa dei loro effetti sulla salute e sull'ambiente e a promuoverne la progressiva sostituzione con sostanze alternative economicamente e tecnicamente idonee. Ecco perché l'immissione sul mercato o l'uso di una sostanza inclusa nell'allegato XIV, in quanto tale o in quanto componente di una miscela o di un articolo, richiede obbligatoriamente un'autorizzazione.
L'Agenzia europea per le sostanze chimiche pubblica e aggiorna regolarmente un elenco di sostanze identificate come aventi caratteristiche che destano serie preoccupazioni, fra cui le sostanze cancerogene, mutagene e tossiche per il sistema riproduttivo.
L'inclusione delle sostanze candidate nell'elenco comporta, a talune condizioni, un obbligo d'informazione circa la presenza di questa sostanza negli articoli.
In seguito all'inclusione di questa sostanza nell'elenco delle sostanze soggette ad autorizzazione, qualsiasi commercializzazione o utilizzazione di una sostanza chimica di questo tipo dovrà essere oggetto di una domanda di autorizzazione. L'uso di una sostanza è autorizzato solo se si può dimostrare che il rischio per la salute umana e l'ambiente è adeguatamente controllato o che i vantaggi socioeconomici prevalgono sui rischi e che non esistono alternative idonee. E' la Commissione che valuta tutto ciò e che decide se autorizzare o meno tale sostanza.
L'autorizzazione precisa, in particolare, la o le persone a cui è rilasciata, l'identità della sostanza, l'uso o gli usi per i quali l'autorizzazione è rilasciata e le eventuali condizioni alle quali l'autorizzazione è rilasciata. Ogni autorizzazione è identificata da un numero di riferimento che il titolare o gli utilizzatori a valle devono indicare sull'etichetta della sostanza o di una miscela contenente la sostanza prima dell'immissione sul mercato. Gli utilizzatori a valle che utilizzano una sostanza autorizzata ne danno notifica all'Agenzia, che tiene aggiornato un registro degli utilizzatori a valle che utilizzano sostanze soggette ad autorizzazione.
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Chi inquina paga, un principio sempre disatteso: il Tar del Friuli riporta ordine sull'obbligo di bonifica
Il proprietario del suolo, se non responsabile dell'origine del fenomeno di inquinamento che vi impatta, non può essere obbligato a effettuare la bonifica o la messa in sicurezza del luogo: tale obbligo è a carico di del responsabile, che vi ha dato causa a titolo di dolo o colpa.
Lo ricorda il Tribunale amministrativo del Friuli Venezia Giulia (Tar) - con sentenza 9 aprile 2013, n. 229 - in riferimento a un provvedimento del Ministero dell'ambiente all'esito della Conferenza di servizi decisoria nella parte che ha posto a carico della ditta Acegas Aps spa (gestore di un impianto di depurazione) alcune prescrizioni relative alla bonifica del sito di interesse nazionale di Trieste, e specificatamente la rimozione di alcuni cumuli di terreno inquinato.
Gli interventi di bonifica e ripristino ambientale dei siti contaminati sono disciplinati dal Codice ambientale (al Titolo V della parte quarta del Dlgs 152/2006) il quale definisce le procedure, i criteri e le modalità per lo svolgimento delle operazioni necessarie per l'eliminazione delle sorgenti dell'inquinamento e per la riduzione delle concentrazioni di sostanze inquinanti. Il Codice li definisce nel rispetto dei principi e delle norme comunitari, con particolare riferimento al principio "chi inquina paga": un principio che impone al soggetto che fa correre un rischio di inquinamento di sostenere i costi della prevenzione o della riparazione.
Seguendo il rispetto del principio "chi inquina paga" la disciplina sulla bonifica, quindi, si ispira al concetto secondo cui l'obbligo di adottare le misure, sia urgenti che definitive, idonee a fronteggiare la situazione d'inquinamento, è a carico unicamente al responsabile dell'inquinamento, che potrebbe benissimo non coincidere con il proprietario ovvero il gestore dell'area interessata.
Inoltre, l'ordine di rimozione può essere adottato esclusivamente "in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo".
Dunque, a carico del proprietario dell'area inquinata, che non sia qualificabile come responsabile dell'inquinamento, non incombe alcun obbligo di porre in essere gli interventi di bonifica, ma solo la facoltà di eseguirli per mantenere l'area interessata libera da pesi. Nell'ipotesi di mancata esecuzione degli interventi ambientali da parte del responsabile dell'inquinamento, o di mancata individuazione dello stesso - e sempreché non provvedano né il proprietario del sito, né altri soggetti interessati - le opere di recupero ambientale sono eseguite dalla pubblica amministrazione competente. La pubblica amministrazione potrà rivalersi sul soggetto responsabile nei limiti del valore dell'area bonificata, anche esercitando, quando la rivalsa non va buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetto dei medesimi interventi.
Fra l'altro, l'obbligo di procedere alla bonifica dell'area non potrebbe neanche essere desunto dall'applicazione della previsione codicistica contenuta nell'art. 2051 c.c. (che regolamenta la responsabilità civile del custode). A prescindere da ogni considerazione relativa all'aspetto temporale della problematica, la disciplina sulla bonifica è infatti esaustiva: non può essere integrata dalla sovrapposizione di principi (come quello previsto dall'art. 2051 c.c.) desunti da diversa normativa e che determinerebbero la sostanziale alterazione di un contenuto normativo improntato a principi ben diversi.
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Sequestro aree Bagnoli: la "rimozione" dei rifiuti a Napoli (e in Italia)
Non c'è pace per Napoli dove dopo i durissimi scontro sulla Ztl di ieri, l'incendio di alcune settima fa del museo della Città della Scienza, oggi piomba la notizia del sequestro delle aree dell'ex Italsider e dell'ex Eternit di Bagnoli, alla periferia di Napoli. L'indagine dei carabinieri, si legge sull'Ansa, nell'ambito di un'indagine della Procura di Napoli ipotizza una situazione di disastro ambientale. Indagati 21 ex dirigenti della società 'Bagnoli Futura' e di vari enti locali.
I pm hanno chiesto e ottenuto dal gip in composizione collegiale, l'organico istituito in occasione dell'emergenza rifiuti nel Napoletano, l'emissione di un'ordinanza che dispone il sequestro preventivo di un'ampia area, compresa la cosiddetta 'colmata' di Bagnoli. Gli esami tecnici disposti dagli inquirenti hanno accertato un notevole inquinamento dell'area: gli interventi di bonifica - secondo la Procura - avrebbero aggravato la già difficile situazione ambientale. Ricordiamo che proprio quella "colmata" fu oggetto di una querelle infinita alcuni anni fa quando il ministero dell'ambiente, guidato dal campano-verde Alfonso Pecoraro Scanio (in accordo con l'attuale vicesindaco di Napoli, allora presidente della commissione ambiente del Senato, Paolo Sodano), si era convinto della bontà di portarla a Piombino. Mesi e mesi di discussioni portarono alla fine al nulla di fatto e, anche per l'ambiente, fu sicuramente un successo. Il trasporto di quel materiale via mare era infatti una follia, prima di tutto economica, che per fortuna fu scongiurata.
L'indagine e la giustizia, come si dice in questi casi, faranno il loro corso e al momento riportiamo solo quanto detto dagli inquirenti ovvero che «l'interscambio dei ruoli tra controllori e controllati e il conflitto di interessi degli enti pubblici», insieme al comportamento dei soggetti responsabili della vigilanza sulla salvaguardia ambientale hanno determinato «il progressivo scadimento degli obiettivi di bonifica e dei controlli ambientali, causando - secondo l'ipotesi accusatoria - un disastro ambientale». In particolare - sempre secondo l'accusa - gli organismi di vigilanza hanno avallato le scelte procedurali di Bagnolifutura, la società incaricata della bonifica delle aree.
Pare insomma che con i 107 milioni di euro spesi per la bonifica «non solo - scrive l'ansa - è stata solo "virtualmente effettuata" ma ha di fatto "comportato una miscelazione dei pericolosi inquinanti su tutta l'area oggetto della bonifica con aggravamento dell'inquinamento dei suoli rispetto allo stato pre bonifica». Con il provvedimento di sequestro delle aree di Bagnoli per le quali la Procura di Napoli ha ipotizzato il disastro ambientale, il gip del capoluogo campano ha disposto "un dettagliato piano di interventi finalizzato a un'adeguata bonifica e messa in sicurezza" delle aree sequestrate.
Se tutto quanto ipotizzato verrà confermato nel proseguo dell'indagine e del processo, Napoli sarà purtroppo e per l'ennesima volta lo specchio di come vanno le cose in questo triste Paese chiamato Italia. Come noto le bonifiche ambientali sono un gigantesco problema in quanto non si trovano mai i soldi per farle. Quando li si trovano, lungaggini burocratiche creano mille problemi per far partire i lavori che magari poi nemmeno vengono terminati. Quando poi si riesce, come nel caso specifico, a terminarli almeno in parte, i risultati potrebbero essere addirittura peggiori del punto di partenza. Purtroppo questo accade anche perché in Italia non c'è alcuna cultura ecologica reale e l'unico modo di approcciarsi all'ambiente è quello della bomba ecologica. Che i processi industriali generino rifiuti in quantità e spesso di gran lunga più impattanti dei rifiuti urbani è cosa che interessa a pochissimi. Tutti si concentrano sulle raccolte differenziate, cosa ottima ci mancherebbe, ma altrettanta attenzione andrebbe posta se non di più sui rifiuti speciali, che oltre ad essere tre-quattro volte più degli urbani richiedono una maggiore cura nel trattamento, nel riciclo e nello smaltimento. La prassi diffusa è invece di ignorarli anche se- come nel caso di Bagnoli (ma potremmo trovarli anche in Toscana) - arrivano a determinare vere e proprie aree di territorio difficilmente ignorabili. In qualche modo quindi, viene più facile "rimuovere" il problema e nasconderlo con il paradosso, anche se in realtà il "problema" è sotto gli occhi e i piedi di tutti...
A Napoli poi la rivoluzione di De Magistris, che su questa vicenda ovviamente non ha responsabilità visto che viene da molto lontano e prima di lui, sui rifiuti comunque ha generato il "mostro" dell'invio dei rifiuti urbani sulle chiatte in Olanda, questo sì un altro "bel" modo per rimuovere e bypassare senza risolvere il "problema" rifiuti.
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Sequestro di Bagnoli, Legambiente: «Risanamento ambientale finora una chimera. Italia volti pagina»
Dopo il sequestro delle aree dell'ex Italsider e dell'ex Eternit di Bagnoli, alla periferia del capoluogo campano, nell'ambito di un'indagine che vede indagati 21 ex dirigenti di vari enti locali e della società Bagnolifutura incaricata negli anni scorsi del risanamento dell'area, interviene il vicepresidente di Legambiente Stefano Ciafani (nella foto), secondo il quale «La gravissima vicenda della mancata bonifica dell'area di Bagnoli, così come viene ipotizzata dalla procura di Napoli che ne ha disposto il sequestro per disastro ambientale, non ci stupisce ed è purtroppo esemplificativa di come rischi di essere stata praticata una parte del risanamento dei siti inquinati in Italia.
Connivenze, conflitti d'interesse, comportamenti dolosi, illegalità e omertà sono tristemente di prassi nel nostro paese, come dimostrano le storie raccolte da anni nel nostro rapporto Ecomafia, e questo riguarda anche la gestione del recupero ambientale dei siti inquinati. Alla chiusura degli impianti industriali sono seguiti troppo spesso enormi ritardi nelle operazioni di bonifica e interventi poco trasparenti che hanno portato all'azione della magistratura. L'Italia deve voltare pagina: non può più permettersi questo sperpero di denaro pubblico e l'incremento dei rischi per la salute dei cittadini derivante da un inquinamento protratto da false operazioni di bonifica. Da anni chiediamo di replicare il modello Usa attivato con la legge del Superfund del 1980. Solo così riusciremo a rendere concreto il risanamento ambientale, che fino a oggi è stato una chimera».
Michele Buonomo, presidente Legambiente Campania, evidenzia che «Ancora una volta, la magistratura sostituisce la politica. Assistiamo a un copione che nella nostra regione si ripete ogni qualvolta si parla di bonifiche di siti contaminati. Ieri le discariche dell'ecomafia, oggi Bagnoli, ma con un unico comune denominatore: la bonifica in Campania è una lontana chimera dove corruttela, sprechi e inquinamento la fanno da padrone».